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LA PESTE A MODENA
di: Davide Morini, Valerio Folloni, Giuliano Ligabue,
Introduzione
Uno dei danni più gravi che una società possa subire
è il diffondersi di malattie epidemiche, soprattutto se non si conoscono
le cure necessarie per debellarle o almeno per circoscrivere le zone dove
si manifestano.
E' il caso del morbo della peste, che fu causa, attorno al 1630, di
una delle più grandi epidemie della storia. Poiché era impossibile
stabilire le cause del contagio, la medicina dell'epoca era completamente
impotente e, spesso, addirittura dannosa per i malati, i quali erano sottoposti
a trattamenti che, nella maggior parte dei casi, logoravano ulteriormente
il loro fisico già tremendamente provato dalla malattia.
Il bacillo a Modena
Ci occuperemo ora più in dettaglio della situazione modenese:
quanto esporremo in questa sezione potrebbe però essere generalizzato
a tutte le città colpite dal morbo.
La gravità della crisi è facilmente comprensibile se
si prendono in considerazione le cifre raccolte che, sebbene molto approssimative,
danno l'idea della gravità del fenomeno: i censimenti dell'epoca
stimarono che oltre un quarto della popolazione modenese fosse stato falciato
dal malanno. Probabilmente, però, quest'ultimo dato è esagerato,
perché alcune cronache immediatamente posteriori al debellamento
della malattia parlavano di una ripresa della città sostanzialmente
priva di gravi intoppi, nonostante il morbo si accanisse con particolare
intensità sui giovani, aggravando la situazione economica.
Basandosi sui documenti dell'epoca è difficile stabilire se
l'epidemia colpisse maggiormente un determinato strato sociale piuttosto
che un altro, ma è comunque abbastanza ovvio che la stragrande maggioranza
delle vittime fosse annoverata tra i ceti poveri; infatti i ricchi occupavano
abitazioni decisamente più confortevoli e più pulite rispetto
alle case popolari (che in alcuni casi potevano ospitare i famigerati topi
all'insaputa dei padroni di casa) e potevano anche usufruire di una più
varia alimentazione, che consolidava il loro fisico davanti alle malattie.
Inoltre, la gente più ricca poteva anche sfuggire alla malattia
andandosi a stabilire in residenze di campagna che, essendo molto meno
popolata della città, presentava rischi di contagio decisamente
più esigui: questo è ciò che fecero le famiglie più
altolocate della città, tra cui la corte del duca e il vescovo di
Modena.
Naturalmente questo non significa affatto che gli strati benestanti
fossero immuni alla malattia: anzi, fu proprio quando quest'ultima iniziò
ad intaccare le famiglie ricche che si decise di circoscrivere il più
possibile l'epidemia.
La suddetta fuga dalla città aveva però anche i suoi
lati negativi: a causa dell'assenza delle famiglie ricche, infatti, i fondi
per la sanità pubblica scemarono velocemente complicando non poco
il lavoro delle magistrature cittadine impegnate alla costruzione dei lazzaretti
e al mantenimento degli appestati e ritardando dunque il debellamento del
morbo.
Accostati alle problematiche sanitarie sorsero dunque difficoltà
finanziarie per i motivi di cui sopra, nonché di personale, tanto
che le magistrature cittadine si videro costrette a chiedere aiuto per
il trasporto e la disinfezione agli ordini religiosi e a tutti coloro che
volevano unirsi a questi ultimi (tanto che non era affatto raro vedere
al servizio dei malati addirittura dei carcerati).
A volte era possibile che fossero indette, a causa della mentalità
popolare del periodo che vedeva nella peste un castigo divino, processioni
di penitenza e funzioni solenni per tentare di placare l'ira di Dio.
La storia insegna come spesso queste processioni e queste funzioni
provocassero fenomeni di suggestione di massa che finivano tragicamente,
ma questo non fu il caso di Modena e, più in generale, delle città
emiliane.
Ma più che della cura dei malati, ci si preoccupava che i cittadini
ancora sani non contraessero il morbo, in modo da determinare la circoscrizione
dell'epidemia.
Di questo ci occuperemo nella prossima sezione, anche se sarà
difficile fornire un quadro esauriente della situazione a causa dell'impossibilità
di analizzare tutta l'enorme quantità di documenti sull'argomento
di cui dispone l'Archivio Storico del Comune di Modena.
Teorie sulle cause dell'epidemia.
Le teorie che erano state elaborate o riprese in occasione dell'epidemia
di peste del '300 erano ancora ritenute valide ed erano fornite dalla medicina
araba e da quella europea.
La prima attribuiva la ragione del contagio alle influenze degli astri:
questa supposizione aveva un grosso seguito perché forniva una spiegazione
non confutabile per qualcosa che era ancora avvolto nel mistero. Difensore
di questa teoria fu, tra i tanti, Guido di Chauliac, che giustificò
l'epidemia con una congiunzione astrale avvenuta tra Saturno, Giove e Marte.
La seconda, che fu molto seguita in Italia, si basava invece sulla
medicina antica, i cui massimi esponenti erano stati i medici greci Ippocrate
e Galeno. Riprendendo le opinioni di questi ultimi, i medici occidentali
pensarono che le pestilenze fossero malattie dell'aria, a cui però
l'uomo era soggetto. Gentile da Foligno, ad esempio, era dell'idea che
il bacillo si fosse diffuso a causa dei miasmi provenienti da acque stagnanti
ed accumuli di sporcizia nel terreno; la cura da lui raccomandata era di
conseguenza basata su una dieta che eliminava l'eccesso di umori e umidità.
Molto interessante è anche un documento del 1628, in cui un medico
francese affermava con uno sconcertante sillogismo:
Poiché la peste è la malattia più diffusa, anche
la sua causa dev'essere la più diffusa; l'elemento più diffuso
è l'aria, dunque, la causa principale della peste è l'aria.
In alcuni celebri trattati dell'epoca si legge anche:
La malattia si manifesta con tutta la sua forza e uccide all'istante
quando il soffio (spiritus) esce dagli occhi dei malati e si trasmette
agli occhi dei presenti.
E ancora:
Accade che il cervello elimini il soffio mortale attraverso gli occhi;
e questo soffio, infettato, provochi un contagio immediato, essendo più
sottile dell'aria.
Stando a queste testimonianze, è chiaro che la prevenzione della
peste veniva attuata tramite una purificazione del corpo e dell'aria circostante.
Al di là delle teorie seguite, comunque, il rimedio che era
utilizzato dai medici dell'epoca, nel tentativo di debellare (o, almeno,
di attenuare) la malattia, era il salasso, con il quale si volevano estrarre
dal corpo dei malati gli umori ritenuti responsabili della contrazione
del bacillo.
Cause reali dell'epidemia.
Attualmente sappiamo che la peste, prima di diventare una malattia
dell’uomo, è stata una malattia del topo, che trasmetteva il bacillo
agli altri animali tramite le pulci.
La diffusione del morbo ebbe probabilmente origine da un focolaio situato
ai piedi della catena dell'Himalaia. Intorno al 1230 ebbe inizio l'espansione
dell'impero mongolo, che aprì la possibilità di contatti
tra Asia ed Europa: i ratti in questione, con le loro pulci infette, venivano
involontariamente trasportati dai soldati mongoli in bisacce o in sacchi
atti a contenere vivande; la straordinaria velocità con la quale
si muoveva l'esercito permetteva un'altrettanto rapida diffusione del morbo,
che nel 1331 venne attestato in Cina e nel 1348 aveva già raggiunto
l'Africa settentrionale.
Nel 1346 il bacillo raggiunse la Crimea, al tempo colonia genovese,
dove si imbarcò e raggiunse la penisola italiana. Ebbe così
inizio la seconda epidemia di peste in Europa (la prima fu durante la reggenza
dell'impero romano da parte dell'imperatore Marco Aurelio, che ne rimase
vittima), che terminò intorno al 1360 e fece quasi trenta milioni
di vittime. Dopo questa data, il morbo ricomparve periodicamente ogni 10-12
anni in zone circoscritte, fino al 1600, quando scoppiò di nuovo
con grande violenza.
Il flagello a Modena
In questa sezione ci occuperemo più in dettaglio dell’epidemia
che colpì il territorio modenese. Analizzeremo dunque alcuni bandi,
di cui esponiamo copie, con cui erano diffuse leggi riguardanti i tentativi
di bloccare, o almeno attenuare, la diffusione del morbo.
LA PESTE A MODENA
di: Cattelani Sara, Mattioli Elis, Pinelli Francesca
La collaborazione con l’Archivio Comunale di Modena è nata in
occasione dell’anniversario di Modena capitale che ricorrerà nel
1998. In prospettiva di questo avvenimento c’è stato proposto di
approfondire un aspetto caratteristico che ha influenzato la storia della
nostra città nel periodo compreso tra il XVI e il XVII sec.. E’
così iniziato un intenso lavoro di ricerca presso l’archivio volto
a recuperare documenti dell’epoca che ci potessero illustrare la situazione
sociale del tempo. Abbiamo ritenuto interessante analizzare l’argomento
riguardante la peste che colpì Modena nel 1630. Per poter approfondire
questo tema ci siamo recati alcune volte all’Archivio comunale ricercando
il materiale a noi utile tra i tanti documenti disponibili. In questo modo
abbiamo trovato numerosi bandi emanati dal 1600 al 1650 come misure preventive
per la peste, cure possibili e disposizioni per i cittadini modenesi da
osservare in tale periodo. L’analisi di questi bandi mira a ricostruire
la situazione sociale modello di vita diffuso a Modena 400 anni fa.
Durante la guerra dei Trent’anni, si diffuse la peste tra le truppe
alemanne che assediavano Mantova. Nel novembre del 1629 i Conservatori
della Sanità di Modena emanarono una grida per impedire ai Lanzichenecchi
di oltrepassare il confine e di trasmettere il morbo in città. Nella
primavera del 1630 a causa della mancata osservanza della grida, si cominciarono
ad avere i primi casi di decesso. La paura del contagio sempre più
diffuso spinse il Duca Francesco I ad abbandonare la città nel luglio
del 1630. La peste si diffuse largamente anche nelle zone circostanti e
furono emesse numerose prescrizioni preventive.
Misure preventive di competenza delle autorità:
-Patente di sanità: solo chi ne era in possesso poteva entrare
e uscire dalla città.
-Quarantena domiciliare
-Creazione dei lazzaretti
-Sepoltura dei cadaveri in fosse comuni fuori dalle mura
-Rifornimento di medicamenti.
Misure protettive individuali:
-Diffusione nelle case e nelle strade di fumi e profumi ottenuti bruciando
legni odorosi, erbe, ecc.: la convinzione che la peste fosse un effluvio
emanato dal fiato delle persone ammalate, sane, delle bestie dal sudore,
ecc., fece sì che l’attenzione fosse rivolta a togliere ogni specie
di odore.
-Diffusione di tisane e pozioni varie: queste, prodotte coi piu’ svariati
ingredienti, erano da prendere in precisi momenti della giornata ("…questa
medicina si piglierà la mattina nell’Aurora…""…avvertendo di piu’
di non pigliarla nella volta, o’ nel tondo della luna")
Anche i medici erano influenzati dalle convizioni popolari e perciò
indossavano per proteggersi abiti larghi, una bacchetta per toccare il
meno possibile i malati e un cappello a forma di becco contenente spugne
imbevute di profumi.
La peste ebbe gravi conseguenze per la città, tanto che nel
periodo di maggior diffusione della malattia, i cittadini fecero voto di
erigere una chiesa alla Beata Vergine per ottenere la cessazione del morbo,
voto ufficialmente pubblicato dal Cancelliere dalla Comunità e che
fu effettivamente mantenuto dopo che nel novembre del 1630 non si registrò
nessun caso di decesso.
La chiesa, denominata appunto Chiesa del Voto, fu eretta dal comune
che ricoprì ogni spesa. Questo fatto è abbastanza inusuale
e perciò significativo per descrivere la disperazione diffusa e
la completa sfiducia nell’uomo che nulla poteva di fronte ad un male così
grande se non affidarsi alla misericordia divina.
ASCMO, Dichiarazione di un coabitante di un ammalato di peste, Filza
1630
trascrizione del documento:
Denunzia Antonio Carrara della parrocchia di S.Barnaba .
Un putto ammalato et una putta la qual putta è stata lazzaretto
e son morti.
Il putto è guarito et il barbiere* son stato Messer Mattia alla
Croce di Assisi la casa sono del Signor Alfonso Bregolla in sul ….. et
la malato son tutti doi in tel solaro
di sopra in la chamara di detro son una …… litiera con doi tamarasi°
et con un paio
……. in la camra non ge son altro che una casa de nuci
*dottore
°materassi
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