La
peste
Premessa
La
peste nel 1630
The
plague of 1630 (Enghish)
La
peste del 1630 (Espanol)
La
peste de 1630 (Francois)
Esegesi
dei documenti
1598-1998
Modena Capitale
Una
corte nel cuore dell'Europa
|
Modena
nella storia
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e Scuola
LA PESTE DEL 1630 A MODENA
Il ducato estense
Quando alla fine del 1629 la peste dal Mantovano, dove era stata diffusa
dalle truppe dei Lanzichenecchi, iniziò a penetrare anche nel Ducato,
al governo dello Stato Estense v’era il giovane duca Francesco I, che era
salito al potere in quello stesso anno e che vi sarebbe rimasto sino alla
morte, avvenuta nel 1658.
Modena era diventata capitale da poco, solo dal 1598: in quell’anno
il duca Cesare I era stato costretto a cedere Ferrara e le valli di Comacchio
alla Chiesa, che non lo aveva riconosciuto successore legittimo del duca
Alfonso II, morto senza aver lasciato eredi diretti.
I domini estensi, molto ridimensionati rispetto al passato, comprendevano
ora Modena e il Modenese, Reggio e il Reggiano, il Frignano, la Garfagnana.
Il Ducato era diviso in sette "governi": quelli di Modena, Reggio,
Rubiera, Brescello, Sestola, Castelnuovo di Garfagnana, Carpi (in seguito
fu aggiunto quello di Sassuolo); essi erano retti da alti funzionari, di
origine nobiliare, i governatori, che rappresentavano l’autorità
del principe. Le circoscrizioni minori, dette castellanze, erano amministrate
da commissari. Modena aveva un suo Consiglio Generale, formato da rappresentanti
della cittadinanza, che amministrava la cosa pubblica e che potrebbe essere
paragonato ad un odierno Consiglio Comunale. Si trattava di un’antica istituzione,
di origine medievale, che collaborava col duca ed i suoi ministri.
Una magistratura molto importante, che avremo occasione di citare parecchie
volte, era quella dei Conservatori di Sanità. Come si comprende
facilmente dal loro nome, essi dovevano salvaguardare la salute dei cittadini;
in questo compito così delicato erano aiutati da ufficiali, preposti
al controllo delle porte cittadine, o alla disinfezione, o alla espurgazione
dei fossati delle mura, dei canali, e in generale a tutto quanto riguardava
la salute pubblica.
La vita quotidiana a Modena
Nel 1630 Modena contava quasi 10.000 abitanti. La città era operosa,
anche se l’economia locale, così come quella dello Stato Estense,
risentiva della decadenza generale in cui si trovava l’Italia.
Rispetto al secolo precedente le attività artigianali e manifatturiere
erano decadute ed i commerci rallentati. Resisteva ancora l’industria tessile
(ne sono prova i numerosi filatoi) che richiamava lavoratori dal Bolognese;
si andava sviluppando quella tipografica che nel Seicento avrà il
suo "secolo d’oro"; di consistenti dimensioni rimaneva il mercato dei filugelli,
ossia dei bozzoli da seta.
L’agricoltura, che era alla base dell’economia, aveva risentito alla
fine del Cinquecento di una lunga crisi: la produzione cerealicola ne era
rimasta compromessa gravemente e ciò aveva provocato, come ricorda
il cronista G.B. Spaccini, la morte per stenti di molta povera gente. La
situazione non era granché migliorata nel secolo successivo, anche
a causa delle guerre in cui il Ducato era stato coinvolto con Lucca per
il possesso della Garfagnana. La peste del 1630, che avrebbe dato il colpo
di grazia, colpiva una popolazione per lo più alimentata in modo
scarso e malamente. Basti pensare che durante la carestia del 1590 - è
sempre lo Spaccini che ce lo riferisce - ci si nutrì di erbe, bacche,
meliga, veccia, del sangue, dei polmoni e delle budella di tutte le specie
di animali.
Che un fisico denutrito facesse fatica a resistere agli attacchi delle
malattie, lo si sapeva anche allora. Il Senato bolognese, ad esempio, in
occasione della peste del 1630 aveva consigliato alla cittadinanza di "procurare
che i poveri habbiano da mangiare", in modo che il male più difficilmente
potesse far vittime. A questo riguardo possiamo ricordare un importante
documento trovato presso l’Archivio Storico Comunale: in esso un gruppo
di medici modenesi suggerisce di non far rispettare le prescrizioni della
Quaresima al popolo (digiuni, dieta "di magro"), in quanto questo, già
debilitato, potrebbe facilmente ammalarsi.
Anche le cattive condizioni igieniche contribuivano ad esporre la popolazione
ai rischi del contagio e ad ogni sorta di malattie.
Proviamo ad immaginare la Modena di allora, in base alle carte topografiche,
alle descrizioni dei cronisti, ai documenti d’archivio.
Dentro le mura sorgono stalle, fienili, porcili, mulini. Le vie del
centro sono buie e fangose, solo per pochissimi tratti pavimentate, imbrattate
dai rifiuti che gli abitanti vi gettano e percorse, oltre che da pedoni,
cavalieri, carrozze, barrocci, da animali, non ultimi i maiali che talora
fungono lodevolmente da "spazzini". I canali che intersecavano la città
non dovevano essere meglio tenuti, se pensiamo alle gride ripetutamente
emanate affinché le acque non venissero inquinate dal sudiciume.
Periodicamente venivano prese disposizioni perché la città
fosse "purgata e netta" da ogni sorta di immondizie: si stabiliva, ad esempio
in una grida del 1601, che si conducessero fuori della città, nel
termine perentorio di quattro giorni, "lettami, ruschi, terra, pietrami,
e ogn’altra immonditia che sia dianzi alle lor Case, Stalle e altri luoghi",
altrimenti sarebbero state comminate pesanti multe, e che non si lasciassero
più vagare i porci sotto i pubblici portici e per le vie, pena il
sequestro degli animali.
Modena doveva offrire un mediocre spettacolo al visitatore, ma non
era la sola città a versare in queste condizioni: la memoria va
alla celebre ode La salubrità dell’aria, in cui il Parini condanna
le condizioni antigieniche e di degrado di Milano (e siamo già nel
1759!):
"Ma al piè de’ gran palagi
là il fimo alto fermenta;
e di sali malvagi
ammorba l’aria lenta,
che a stagnar si rimase
tra le sublimi case".
La diffusione del morbo
Nell’ambito della guerra dei Trent’anni si colloca il conflitto per
la successione del ducato di Mantova e del Monferrato, conflitto le cui
vicende sono strettamente collegate alla storia del nostro Ducato. I famigerati
lanzichenecchi di manzoniana memoria, che combattevano al soldo dell’Impero
e stringevano d’assedio la città di Mantova, avevano fra le loro
truppe, già nel 1629, dei casi di peste. Gruppi di soldati, che
erano sconfinati nel Modenese, territorio peraltro neutrale, portarono
anche qui il contagio.
All’inizio non si volle credere che si trattasse proprio di peste:
l’ipotesi era troppo spaventosa per poter essere accettata; si preferiva
negare la realtà. I casi purtroppo aumentarono progressivamente,
inducendo le autorità, già nella primavera del 1630, a prendere
opportuni provvedimenti, come i controlli alle frontiere (la pestilenza
non era ormai più un terribile problema solo per il Modenese e per
pochi altri territori: stava colpendo anche altri Stati) e le patenti di
sanità per chi, in buona salute, avesse voluto muoversi liberamente:
all’Archivio Storico Comunale ne sono conservate molte; in ciascuna sono
indicati il nome della persona cui è intestata ed i suoi tratti
fisici più significativi.
La gravità della situazione non poteva, col passare del tempo,
essere più nascosta o anche solo ridimensionata: alla fine, come
ha scritto Amorth, "ci si arrese di fronte all’evidenza, quando il male,
in piena estate, flagellava con tanta furia da prendere, nel giro di pochi
mesi, ben 7147 persone (con una mortalità di 4062 dei colpiti) su
una popolazione che non raggiungeva le 10.000 unità". Il Duca si
ritirò con la Corte in una sua dimora a Rivalta, nel Reggiano, da
dove seguiva costantemente l’andamento della situazione.
Ma quali conoscenze si avevano sull’origine e la natura del morbo?
Purtroppo ben poche e inesatte. Come ci informa il Manzoni, la superstizione
era a quel tempo diffusissima, ed anche nel Modenese si pensava che individui
malvagi, i cosiddetti "untori", diffondessero il male con unzioni alle
porte delle case; alcuni individui furono arrestati con questa accusa.
Per fortuna nello Stato Estense non si verificarono le terribili ingiustizie
che invece accaddero nel Milanese, dove alcuni sventurati, sospettati d’essere
degli untori, furono arrestati, torturati ed infine condannati a morte,
come ci ricordano Pietro Verri ed il Manzoni nella sua Storia della Colonna
infame.
Non mancava chi riteneva - a somiglianza del don Ferrante dei Promessi
Sposi - che la pestilenza fosse causata da congiunzioni astrali sfavorevoli.
Allora, del resto, si tendeva ad attribuire le cause delle frequenti calamità
che colpivano la popolazione, come carestie, siccità, pestilenze,
guerre, devastazioni, all’opposizione di stelle e pianeti.
Molti vedevano nella peste un segno dello sdegno divino: lo stesso
Duca, allontanatosi da Modena, scriveva ai Conservatori della città
che "i mali della Terra non hanno più sicura medicina che i rimedi
del Cielo, e che la sferza, con che Dio alle volte castiga le nostre colpe,
non si rallenta se non con preghiere et orazioni".
I medici ritenevano che il contagio si trasmettesse, oltre che per
contatto diretto, attraverso l’aria in base ad effluvi. Un disegno reperito
presso l’Archivio Storico Comunale ci mostra una grottesca raffigurazione
del diavolo che emette un fiato apportatore di peste. Questi effluvi letali
si potevano vincere con profumi e fumigazioni atti a purificare l’aria
stessa e gli oggetti (abiti, coperte, lettere, ecc.). Tra gli elenchi delle
sostanze ritenute a quel tempo medicamentose, abbiamo trovato infatti parecchie
essenze profumate, ad esempio l’incenso, il benzoino, lo storace, il garofano;
in particolare le tonalità acute e calde erano considerate le più
adatte a purgare l’aria nelle case e a prevenire l’infezione.
Alcuni medici sostenevano che la peste era un sale il quale, penetrando
nel sangue, lo sfibrava: da qui l’uso di sostanze acide per neutralizzarlo,
come l’aceto, il succo di agrumi, addirittura il vetriolo.
Le cure risultano ai nostri occhi spaventevoli e, temiamo, molto dolorose,
oltre che poco efficaci: si ricorreva all’applicazione di "pittime", cioè
di impiastri, a pozioni, a vescicanti per far maturare i bubboni che vari
medici ritenevano non si dovessero incidere, mentre per altri questa operazione
(od anche la cauterizzazione con ferri infuocati) si rendeva invece indispensabile.
Un elenco dei farmaci a quel tempo diffusi è presente in un interessante
documento che si accompagna al testo: troviamo in esso rimedi come lo zolfo,
ritenuto molto efficace (e, in realtà, lo era) per purificare l’aria
e gli oggetti, tuttavia veniva usato in quantità molto ridotta,
perciò inefficace, perché irritava le vie respiratorie. La
cantaride era componente essenziale dei vescicanti. L’Olio del Mattiolo
era un rimedio a quel tempo molto in voga: serviva a preparare unguenti
da spalmare sopra la regione cardiaca, sempre per preservarsi dal contagio.
Poteri straordinari erano attribuiti alla Teriaca, rimedio di origine alchimistica
costituito da circa trecento ingredienti. Rimandiamo, per chi voglia saperne
di più sui farmaci allora diffusi, ai documenti ed ai commenti relativi
in appendice al testo.
Quali furono i principali provvedimenti presi quando l'epidemia ormai
infuriava?
Li presentiamo in modo schematico:
· i movimenti di uomini, animali, merci furono sottoposti a
severi controlli ed infine bloccati;
· venne intimato ai cittadini di ripulire dal sudiciume le strade
cittadine, di non gettare spazzatura nelle "canalette", o lungo le vie,
o nei luoghi pubblici, per evitare il pericolo che l'aria fosse ammorbata
dalle esalazioni emanate dai rifiuti;
· si procedette alla disinfezione dei luoghi pubblici (per esempio,
locande e osterie), bollendo biancheria, utensili e neutralizzando gli
effluvi pestilenziali con sostanze profumate;
· si proibirono feste, conviti ed ogni altra forma di riunione;
· si proibì alle donne ed ai fanciulli di uscire di casa
dentro la città; la motivazione - che ci lascia perplessi - è
che essi "più inavertentemente e indiferentemente conversando con
tutti sono più facili ad infettarsi, e comunicare ad altri il contagio".
Solo alla mattina le donne che non avevano uomini in casa potevano uscire
per acquistare provviste entro lo spazio di un'ora;
· si ordinò a tutti coloro che erano colpiti da qualche
malattia, contagiosa o no, di restare nella propria abitazione, sotto pena
della vita e della confisca dei beni;
· vennero segnate con croci rosse tutte le case in cui v'erano
state morti (anche solo sospette) di peste; a nessuno era permesso entrarvi
od uscirvi, pena la vita;
· furono allestiti tre ospedali: uno in contrada Stimmate, un
altro nella contrada Sgarzeria, un terzo nel sobborgo di S. Lazzaro (si
veda la mappa della città, dove sono indicati);
· si arruolarono i beccamorti e gli infermieri fra i condannati
a pene pesanti o a morte; costoro, similmente ai "monatti" manzoniani,
erano individui brutali e privi di ogni scrupolo. Scrive Serra a questo
proposito che essi "si ubriacano, cantano, si sollazzano insultando i parenti
dei morti, rubando gli indumenti rimasti attorno ai cadaveri, entrano nelle
case abbandonate per trar profitto di ogni cosa, fanno commercio dei loro
servizi favorendo il miglior offerente";
· fu fatto obbligo di denunciare tutti i beni dei defunti per
peste, al fine di evitare che persone disoneste se ne appropriassero, diffondendo
ulteriormente il morbo e defraudando gli eredi dei loro diritti.
Nei mesi di più grave pericolo (luglio-ottobre 1630), quando
molti cittadini benestanti, fra cui anche dei medici, si erano rifugiati
nelle loro case di campagna, vi furono esempi di coraggio e di abnegazione
grandissimi. Vediamo, scrive Serra, dei "medici, una mezza dozzina in tutto,
ed altrettanti cerusici o barbieri, che si profondono nelle fatiche più
ingrate per accorrere dovunque nelle case, nei lazzaretti, nel contado...la
metà di essi muore di peste e trova riposo nelle fosse comuni".
Anche frati cappuccini, gesuiti, teatini, sacerdoti regolari si distinguono
nell'assistere malati e moribondi, incuranti del contagio, e, come fra
Cristoforo, sacrificano la vita all'ideale della solidarietà e della
carità.
Non dobbiamo infine dimenticare i reggitori della Comunità che
quasi quotidianamente si riuniscono per discutere della salute pubblica,
secondo quanto ci testimoniano le fitte pagine delle Vacchette dell'Ill.ma
Comunità di Modena, mostrando un alto senso del dovere. Parecchi
di loro "morirono e vennero rimpiazzati da altri che seguirono la sorte
dei primi e coloro che sopravvissero nulla chiesero in ricompensa dei servizi
resi alla città" (Serra).
Il 22 ottobre i Conservatori scrivevano al Duca che, non volendo "lasciare
intentati i divini aiuti oltre l'implorazione de' gloriosi Santi Geminiano
protettore, et Rocco, e Sebastiano, fatta a giorni passati, hanno ultimamente
deliberato e fermamente stabilito...di ricorrere all'intercessione della
beata Vergine potentissima", la Madonna della Ghiara di Reggio, ritenuta
miracolosa. Essi si impegnavano a erigere una Chiesa alla Vergine, a scioglimento
del voto.
Finalmente il 13 novembre, giorno di S. Omobono (che diventerà
compatrono della città), non si registrò alcun decesso per
peste.
Lentamente la città si risollevava dalla dura prova: riprendevano
le attività, si iniziava la costruzione del magnifico Palazzo Ducale,
che possiamo ammirare ancor oggi, e della Chiesa del Voto, "che vide la
luce quattro anni dopo e che ancor oggi resta testimonianza viva delle
sofferenze e della fede di un'intera cittadinanza" (Amorth).
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