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Premessa

La peste nel 1630

The plague of 1630 (Enghish)

La peste del 1630 (Espanol)

La peste de 1630 (Francois)

Esegesi dei documenti



1598-1998 Modena Capitale
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Modena nella storia
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ESEGESI DEI DOCUMENTI 

Provvigioni et ordini per conservazione della pubblica salute ne correnti sospetti di peste 
ASCMo, Gridario Sanità, busta n. 0/7, 30 aprile - 1, 2 maggio 1630. 

Si tratta di uno dei documenti pubblici più esaurienti per quanto riguarda le disposizioni prese dai Conservatori della Sanità al fine di preservare dal contagio il Ducato. Si noti l’accuratezza con cui si regolamentano gli scambi commerciali, i movimenti dei passeggeri, gli ingressi alle porte e si controllano i confini e i passi. 

Nota degli acquisti effettuati dallo speziale Francesco Maria Guovi (Govi) 
ASCMo, Sanità, filza 10, 1° ottobre 1630. 

Si tratta di un documento fondamentale per la conoscenza della farmacopea del tempo. Francesco Maria Guovi, speziale forestiero privo di proprietà in Modena, trovandosi in città acquista molte sostanze ritenute allora necessarie per la composizione di farmaci, misurate in libbre, once, manciate. 
Indichiamo le più importanti: 
1. l’incenso, il benzoino, lo storace, il garofano fine, profumi "acuti e caldi", si pensava fossero i più adatti per purgare l’aria nelle case e prevenire l’infezione. Il profumo era considerato un potente correttivo degli effluvi pestilenziali. 
2. Lo zolfo era ritenuto molto efficace (e, in realtà, lo era) per purificare l’aria, ma se ne usava una quantità limitata - e perciò senza positivi risultati - in quanto irritava le vie respiratorie. 
3. La cantaride era componente essenziale dei vescicanti, sostanze atte a far maturare i bubboni (si pensava che fosse pericoloso inciderli). 
4. L’olio del Mattiolo, inventore del cosiddetto "olio di scorpione", era un rimedio a quel tempo molto in voga: serviva a preparare unguenti da spalmare sopra la regione cardiaca, sempre per preservarsi dalla peste. Ad esso si aggiungevano alchermes, giacinti, cannella polverizzata. 
5. Lo zucchero rosato, le "margarite" o perle preparate, il corno di cervo, la noce moscata, la cassia, il laudano ma soprattutto la teriaca, medicamento di origine alchimistica costituito da circa trecento ingredienti, al quale si attribuivano poteri straordinari, entravano nella composizione di vari rimedi per moltissime altre affezioni. 
6. Il vetriolo era utilizzato anch’esso per combattere la peste: qualche medico riteneva che questa fosse un sale il quale, penetrando nel sangue, lo sfibrasse. Da qui l’uso di sostanze acide per neutralizzarlo, come l’aceto, il succo di agrumi, il vetriolo. 
7. Seta carmesina, ossia cremisi: stupisce il ritrovarla in un elenco di sostanze medicamentose, ma dobbiamo ricordare che a quel tempo superstizione e conoscenze empiriche erano strettamente intrecciate. In una grida, pubblicata a Modena nel 1711, inerente ai rimedi per curare gli animali bovini e suini, si fa riferimento alla seta di color rosso da infilare nella cruna di un ago col quale si foreranno le vesciche degli animali malati. Non si sono tuttavia trovate applicazioni della seta per le malattie degli uomini. 

Denuncia dei beni di proprietà di un morto a causa di peste  
ASCMo, Sanità, filza 10, 26 ottobre 1630. 

Il documento è molto utile per conoscere l’arredo di un ambiente del ceto medio di quel tempo. 
In un appartamento della casa del cavaliere Antonio Calori, attigua alle Suore dell’Opera di Maria Maddalena, posta nella Parrocchia della Madonna del Paradiso, precisamente in una stanza che guardava sulla strada (l’attuale via Sgarzeria, con ogni probabilità), era morto il 20 ottobre don Alessandro Colombi. 
Claudia Guaitoli e sua madre Isabella, che erano a pensione presso il prete, dichiarano - tale dichiarazione era obbligatoria per legge - che nella stanza dov’egli morì v’erano i seguenti oggetti: 
· una lettiera di noce 
· un pagliericcio
· un materasso 
· un capezzale di penna (cioè di piuma) 
· un letto di piuma 
· due cuscini di piuma 
· un paio di lenzuola 
· una copertina bianca di bambagia "a groppetto" (lavorata a nodi) 
· un armadio di legno di pioppo con poca biancheria 
· un tavolino di noce 
· due sedie di "paniera" (col sedile di vimine o paglia intrecciati) 
· due "scrani d’appoggio" (mensole) di noce 
· un quadro della Beata Vergine 
· un quadro dell’Adorazione dei Magi 
· una tavola grande di noce stagionata 
· una cassa di noce con abiti 
· un piccolo forziere dipinto, vuoto 
· un Crocefisso 


Grida dell’Ufficio di Sanità’ sopra l’espurgatione della città’ 
ASCMo, Gridario Sanità, busta n. 0/7, 17-18 ottobre 1630. 

Per evitare il pericolo che l’aria venisse ammorbata dalle esalazioni emanate dai rifiuti, soprattutto dal letame, i Conservatori ed il Consiglio di Stato ordinano di ripulire dal sudiciume le strade cittadine, di non gettare spazzatura nelle "canalette", o lungo le vie, o nei luoghi pubblici. Quali fossero allora le condizioni igieniche, è facile arguirlo da ciò. 
 

Dichiarazione dell’Ufficio di Sanità’ 
ASCMo, Sanità, filza 10, 3 aprile 1631. 

La Congregazione della Sanità ordina al dottor Ciro Correggi di visitare una fanciulla, di famiglia di mendicanti, e di dichiararne le condizioni di salute. 
La fanciulla, secondo il referto medico, presenta sulla gamba sinistra una pustola che minaccia di trasformarsi in un "carbone", ossia in una lesione cutanea caratteristica della peste di tipo carbonchioso. Il medico "fisico", ossia esperto delle malattie interne, segnala la necessità di separarla dagli altri, insieme con la compagna con cui ha dormito. 


Pianta della città di Modena, con indicazione dei Lazzaretti

Copia a stampa da un originale manoscritto del secolo XVIII, conservato presso l’Archivio di Stato di Modena 

In conseguenza della diffusione della peste, furono aperti in Modena tre luoghi di cura e segregazione dei malati, detti lazzaretti. Due di essi si trovavano entro le mura della città, uno in contrada Sgarzeria, l’altro alle Stigmate: entrambi sono indicati sulla carta. 
Un terzo lazzaretto, da secoli esistente, si trovava fuori le mura, nella contrada S. Lazzaro. Di esso resta oggi la Chiesa, posta lungo la via Emilia. 
 

Parere di un gruppo di medici modenesi circa l’osservanza della Quaresima 
ASCMo, Sanità, filza 10, 17 febbraio 1632. 

Un gruppo di medici modenesi, Flaminio Seghizzi, Raffaela Caula, Fabio Simonelli, Ciro Correggi, Pietro Abbati, Bernardo Scaglioli, richiesti dai Conservatori di Sanità di indicare se ritenevano opportuno che i poveri si nutrissero di magro durante la Quaresima, rispondono negativamente. 
E’ notevole il fatto che essi siano consapevoli dell’importanza dell’alimentazione per mantenere sano il corpo ed esporlo meno al pericolo di malattie. 

Pianta della Chiesa del Voto. interno 

Riproduzione ad inchiostro sulla stessa scala dell’originale 
ASCMo, Fabbrica della Chiesa Votiva, filza 26/I, sez. V, 1633 – 1646. 

Si noterà davanti ad ogni cappella l’indicazione del titolo dell’altare. 
Nella seconda cappella a sinistra è ospitata la famosa pala che Ludovico Lana eseguì verso la fine del quarto decennio del Seicento su richiesta dei Modenesi, i quali volevano fosse ricordato il terribile evento della pestilenza che li aveva portati ad effettuare il voto alla Vergine. 
La grande diffusione del culto mariano in città è testimoniata anche dalla terza cappella: qui è ospitata una pala attribuita al pittore secentesco Antonio Giarola, la Presentazione al tempio di Gesù e la Purificazione di Maria.