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Scienza, magia e streghe
  

Introduzione generale 

Presentazione del lavori 

Inquisition in the 18th Century 

Credenze popolari 

Iconografia dell’Inquisizione 

Indice libri proibiti nel 1700 

Le modalità processuali 

Rapporti col Santo Uffizio di Roma 

Tipologia dei processi 


1598-1998 Modena Capitale
Una corte nel cuore dell'Europa
 
Modena nella storia
Archivi e Scuola
  
INDICE DEI LIBRI PROIBITI A MODENA NEL '700
di: Francesca Costantini, Erica Cristofoli, Roberto Malaguti, Simone Ugolini 

Non sempre la libertà di stampa o la libertà di opinione sono state permesse dalle istituzioni. Il periodo storico che ci accingiamo a illustrare vide la negazione di questi diritti ad opera della Chiesa e del governo modenese.  Fino dal ‘600 il governo estense si era trovato a dovere censurare opere di vario tipo tra cui anche quelle di scrittori famosi (ad esempio Tassoni) perché portatrici di idee politiche troppo ardite. Ma l’opera di repressione più intensa fu quella compiuta dalla Chiesa, la quale, in seguito alla pubblicazione dell’Indice generale dei libri proibiti ad opera di papa Paolo IV nel 1559 e  grazie alla creazione della figura dell’inquisitore,  riuscì a controllare facilmente i libri che si producevano e si vendevano nei territori da lei controllati. Nel caso della Chiesa i temi di cui era proibito trattare erano diversi da quelli dell’autorità politica; infatti l’organo religioso cercava di combattere le eresie, ossia tutto ciò che andava contro i dettami della Controriforma, mentre il ducato voleva impedire l’espressione di qualunque idea che potesse intaccare il prestigio degli Estense. Di conseguenza sia la Chiesa che il governo si trovavano a dover controllare la stampa e la vendita dei libri e poteva capitare che le due autorità si scontrassero. La censura estense accettava la presenza dell’Inquisizione come un dato di fatto e non intendeva opporsi a essa: l’unico modo per prevalere sulla Chiesa era quindi giocare d’anticipo. 
Sovente però risultava difficile un controllo totale della circolazione libraria e molto spesso si autorizzava il lavoro solamente di un ristretto numero di venditori e tipografi i quali ricevevano la licenza in cambio della fedeltà e dell’obbedienza alle autorità civili e religiose. A volte, se l’opera trattava argomenti poco graditi alla curia, il tipografo poteva stampare indicando una data e un luogo di pubblicazione falsi per non incorrere in punizioni severe. 
Una caratteristica della situazione modenese era il fatto che la società estense era relativamente più chiusa culturalmente rispetto al resto d’Italia e da questo conseguiva un minor pericolo di importazione di idee che potevano essere soggette a una forte censura. Nonostante tutto l’opera di controllo a Modena si svolgeva in maniera scrupolosa ad opera prima dei governatori e dei censori ducali che dovevano apporre un vidit alle opere che avevano già ottenuto l’imprimatur del Sant’Ufficio. Tra l’autorità ecclesiastica e quella politica non si giunse mai a uno scontro sulla divisione dei poteri della censura. Le due istituzioni lavorarono sempre all’unisono grazie al fatto che Modena non contestò mai fino alla metà del ‘700 l’imprimatur e le autorità ducali si limitarono per più di un secolo a prendere atto delle decisioni della curia e ad apporre il proprio vidit alle opere che avevano già ottenuto l’imprimatur. Questo ristretto margine d’azione dell’autorità politica paradossalmente si allargava quando la curia era impegnata nei processi dell’Inquisizione e non poteva spingere troppo a fondo le proprie accuse e condanne nei confronti di personaggi strettamente legati alla corte perché ciò avrebbe intaccato il tacito accordo che fino ad allora aveva permesso alla curia una grande libertà d’agire. 
Dalla fine del ‘600 il controllo dei libri si fece ancora più intenso e i tipografi vennero costretti a stampare in prima pagina non solo l’imprimatur, ma anche il vidit ( il quale per tutto il ‘600 era stato sostituito dal generico "licenza de’ superiori" o usato in casi di particolare gravità ). 
Una fonte che ci narra di come avveniva la censura è quella dataci da due lettere che Ludovico Muratori scrisse nel 1741 al conte reggiano Nicola Tacoli in cui è descritto l’iter di un libro nelle mani degli inquisitori. 
Il manoscritto giungeva all’inquisitore di Modena; se si trattava di un volume di molte pagine veniva mandato a Roma dove o si leggeva l’intera opera, o era restituita ai censori modenesi che decidevano se concedere o meno l’imprimatur. In seguito il libro era oggetto di verifica del Segretario e Consigliere di Giustizia per ottenere il vidit ducale. Di norma questa operazione avveniva in tre o quattro mesi. 
Col passare degli anni il rapporto tra Stato e Chiesa divenne più teso in quanto l’autorità politica rivendicava il diritto di concedere il permesso di stampare senza più delegarlo all’Inquisizione anche se ancora l’imprimatur era tollerato per attenuare motivi di contrasto con la Santa Sede. La costante contrapposizione tra l’istituzione civile e religiosa sfociò nella formulazione di vari iter di censura a seconda del tipo di libro; 
-opere scritte da professori universitari: 

                            1 - Placet del Magistrato degli studi; 
                            2 - Vidit dalla Giunta di Giurisdizione; 
                            3 - Vidit vescovile; 
                            4 - Imprimatur del Segretario di Stato; 
                            5 - Publicetur della Giunta per la distribuzione dell’opera stampata; 

-opere di altro genere: 
                            1 - Vidit della Giunta di Giurisdizione; 
                            2 - Vidit della Curia Vescovile; 
                            3 - Imprimatur del Segretario di Stato; 
                            4 - Publicetur della giunta di Giurisdizione; 

Le conseguenze di queste opere di censura furono un forte calo delle vendite di libri in tutto il ducato e la perdita del lavoro da parte di numerosi tipografi; ma la cosa peggiore fu la repressione della diffusione di nuove idee, della libertà di pensiero e di stampa dovuta alla convinzione, in particolare della Chiesa, di poter contrastare tutto ciò che poteva intaccare i dogmi della religione i quali, ora più che mai, a causa della Riforma Protestante e della diffusione delle eresie, non avevano una solida base di appoggio ed erano facilmente attaccabili e messi in discussione, con la censura. 
Così come il motivo per cui venne scritto l’Indice del libri proibiti fu la paura della Chiesa di perdere autorità, allo stesso modo i metodi di repressione si basavano proprio sulla volontà di spaventare i cattolici con la promessa di punizioni tutt’altro che cristiane! 
A questo proposito nella nostra ricerca presso l’Archivio Storico di Modena abbiamo indirizzato il nostro studio verso la lettura di documenti pubblici e di annotazioni di singoli parroci risalenti al ‘700 grazie ai quali abbiamo potuto capire come realmente avveniva il controllo dei libri circolanti a Modena in questo periodo ad opera della Chiesa. 

I primi due documenti da noi analizzati sono due editti settecenteschi con uguale contenuto; le uniche differenze sono le firme di due diversi inquisitori (il primo è Filippo Monti, il secondo è Filippo Boccadoro) e le date di pubblicazione (rispettivamente 1712 e 1753). 
Gli editti si aprono con una richiesta di collaborazione da parte di tutti coloro che sono a conoscenza di persone che pratichino eresie o possiedano o abbiano avuto o stampato o venduto libri eretici, ossia che trattino di religione senza il consenso della Santa Sede Apostolica. Coloro che sono a conoscenza di questi fatti si devono sentire in dovere di comunicarli alle autorità competenti entro dodici giorni da quando hanno appreso dell’eresia. Le denunce non devono però essere anonime; in questo caso non verranno neppure considerate. Per evitare che un delatore venga poi considerato una spia e quindi che possa essere soggetto a vendette da parte degli accusati, la Chiesa, pur conferendogli grande onore come Cavaliere di Cristo o Difensore della Santa Fede Cattolica, manterrà il massimo riserbo sul suo operato. 
L’editto tratta anche dell’inutilità da parte di famigliari e amici di cercare raccomandazioni per i sospetti in quanto il Santo Tribunale non le accetterà e anzi verranno mandati i nominativi di coloro che hanno osato tale azione alla Sacra Congregazione del S.Ufficio di Roma che deciderà sulla loro punizione. Va ricordato che questo divieto di raccomandazioni vale non solo durante il processo, ma anche dopo che è stato emessa la sentenza. Entrambi gli editti si concludono con l’ordine ai parroci di affiggere in un luogo ben visibile questo documento due volte all’anno (1a Domenica dell’Avvento e 1a Domenica della Quaresima) e di conservarne un’altra copia in sacrestia per ricordarsi degli ordini prescritti. 
Abbiamo poi analizzato altri due documenti di cui forniamo una traduzione, visto la difficoltà di lettura; in essi due parroci mandano una lettera di conferma alla curia in cui riferiscono che hanno eseguito gli ordini dell’Inquisizione e che continueranno a controllare l’operato dei loro parrocchiani. Questi testi risalgono al 1744 e al 1777. 
 

ASMO, busta 231, Attestato 1744 e 1777.

Al dì 10 Novembre 1744  
Attesto io Incto Rettore della parrocchiale di S.Andrea di Cadignano di averlo pubblicato e dichiarato al mio popolo inter missarem solemnia l’editto generale della S.Inquisizione giusta la commissione et ordini espressi in lettera trasmessami dal Maestro Reverendo Signore Don Giovanni Pivati sacerdote della Pieve di Polinago, come Vicario del S.Ufficio e di avervi di poscia chiamati due testimoni i quali affermavano di aver udito quanto contenevasi nel sunnomato editto e furono il Sergente Carlo Borchetti e Natale Rivasi, miei parrocchiani, sendo ciò seguito ligio del corrente in giorno di Domenica come ancora di averlo affisso al luogo solito, e per essere tale la verità.  
       Io Michele Tommaso Bassi attesto quanto sopra.  
 

Il 14 Marzo 1777 in mia canonica  
Dal Signor Andrea Cabri di Gombola ho ricevuto la gentilissima di Monsignore Abiuma nella quale si contiene l’editto della S.Inquisizione del quale sarà eseguito l’ordine contenuto in quello. Ho peranche consegnato l’antico al medico Lazzone e non ne ho consegnato altre copie per non averne veduto altro nel tempo della mia rettoria. Del resto darò i conti a suo tempo.  
In fede  
       Gianpiero Canetoli Abate di San Martino Vallata scrissi et affermo quanto sopra.  

Relazione sul lavoro svolto  
In occasione della celebrazione di "Modena Capitale" ci è stato proposto dai professori di Italiano (prof. Cavazzuti) e Storia (prof. Tettamanti) di collaborare a un progetto dell’Archivo Storico di Modena che coinvolge anche altre scuole della nostra città: prendere in esame un fatto storico rilevante a carattere nazionale e approfondirlo per quel che riguarda la realtà modenese durante il governo degli Estense. 
La classe ha scelto di occuparsi dell’Inquisizione e il nostro gruppo, in particolare, ha deciso di approfondire l’argomento riguardante la censura a Modena nel ‘700. 
Abbiamo quindi effettuato il nostro studio basandoci su documenti dell’epoca messi a disposizione dall’Archivio storico. In seguito a una infruttuosa ricerca tra le filze dell’Archivio storico abbiamo condotto il nostro lavoro presso l’Archivio di Stato dove invece abbiamo avuto la possibilità di operare una cernita tra i numerosi testi che ci potevano interessare. Purtroppo abbiamo perso il numero di riconoscimento dei documenti che in Archivio abbiamo potuto solo fotocopiare per ovvi motivi di salvaguardia dell’integrità dei testi. Perciò, a fine lavoro, in occasione dell’allestimento della mostra "Modena Capitale", abbiamo consultato il registro dell’Archivio di Stato dove avevamo annotato il numero di riconoscimento dei documenti e il giorno in cui li abbiamo consultati. Ricordandoci la data siamo quindi riusciti a risalire alle fonti a noi necessarie.