"IL CANTO DEL VENTO"

(due tempi da 30' ciascuno)

a cura di M. Lugli:

Spedizione scialpinistica telemark avvenuta nel 1993 in Patagonia.

I protagonisti:

Da quando venne scoperta da Magellano, nel 1520, la Patagonia fu conosciuta come la terra di cupe nebbie e di venti turbinosi ai confini del mondo abitato.
La parola Patagonia, come Mandalay o Timbuctù, si impose alla fantasia occidentale come metafora dell’Estremo Limite, il punto oltre il quale non é lecito andare (Bruce Chatwin).

Quando finalmente arrivai in Patagonia, ebbi la sensazione di essere approdato al nulla, a un non-luogo. Ma la cosa più sorprendente era che mi trovavo ancora nel mondo. Il paesaggio aveva un aspetto desolato, eppure dovevo ammettere che i suoi tratti erano leggibili e che io esistevo in esso. Questa era la scoperta: il suo aspetto.
Pensai: Un non-luogo é un luogo.
Qui non c’erano voci. (...) Solo il paradiso Patagonico: minuscoli fiori in uno spazio immenso; per stare qui bisognava essere miniaturisti, oppure provare interesse per enormi spazi vuoti. Non c’era un campo intermedio di studio. O l’enormità del deserto o la vista di un piccolissimo fiore.
" In Patagonia si deve scegliere fra il minuscolo e l’immenso" (Paul Theroux).

Trenta giorni a misurarsi col vento e la pioggia, con la neve e il sole. A passeggiare aspettando il bel tempo ed a guardare in faccia il fracaso, come gli argentini chiamano l’insuccesso. Poi finalmente, siamo dentro allo Hielo Continental: 400 km di lunghezza per 80 di larghezza e la fortuna di giorni di sole e calma totale di vento. I giorni persi nell’attesa ci costringono a ridurre i nostri programmi, ma questo non riduce l’immensa gioia spirituale e fisica di trovarci "dentro", soli. E finalmente anche qualche curva telemark. Già il telemark, l’antica tecnica che ci ha stregato e che ci ha uniti, noi quattro, portandoci fin quaggiù a liberare i talloni e la mente. E se la libertà di movimento é il piacere supremo che il telemark offre, farlo qui centuplica le sensazioni. E poi di nuovo fuori, lungo le valli disabitate accompagnati solo dal volo del condor che ci scorta lontano dai suoi territori.
Siamo sdraiati a riposarci sotto un cespuglio di calafate, la magica bacca patagonica che, secondo la tradizione, costringe colui che la mangia a ritornare più e più volte in Patagonia. Basterà un solo cespuglio per tutti e quattro?

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