"Cara Debra,
sono Paola la moglie di Giancarlo (KRONOS),Anch'io
sono disabile,[...]".
Le mie riflessioni, che seguono, non vogliono essere polemiche, ma
solo un
aiuto, prima di tutto per me, ma spero anche per una maggiore comprensione
del problema.
Intanto il termine "normali". Cosa vuol dire, essere "normali"?
Solo avere
tutto il fisico funzionante? Ma esiste davvero la definizione di
normalita'?
Normale, nella nostra societa', e' chi risponde a determinati requisiti,
imposti dalla societa' stessa. I "normali" sono quelli delle pubblicita'!
L'handicappato, per la mentalita' corrente, non e' normale. Ma neppure
la
bambina grassoccia che e' sovrappeso e non risponde ai dettami della
moda,
come il tossicodipendente, il disoccupato, l'omosessuale, chi non
ha
abbastanza soldi, chi pensa che il denaro e il potere non diano
la
felicita'. Questi non sono "normali".
Ma, ripeto, esiste veramente un concetto di normalita'?
O piuttosto ognuno e' un unico, definibile solo per il fatto che
c'e', che
esiste, e non per "come" e' e per come esiste?
Io potrei, ai tuoi occhi, non essere "normale", ovvero semplicemente,
essere, come sono, una persona diversa da te, con gusti, carattere,
sensibilita', interessi, ecc..., diversi. Non e' quindi un problema
di "normalita'",
che, forse l'avrai capito, per me e' un concetto privo di concretezza,
ma piuttosto l'aver presente che di fronte a noi ci sono persone
"diverse" da noi.
Ecco, piu' che normali, siamo diversi gli uni dagli altri. E' cosi'
importante cio' che ci
differenzia? Si', solo nel caso che la differenza nasca da comportamenti
violenti e
nocivi per gli altri, altrimenti esser diversi fa parte della vita.
Ora mi puoi certo dire che la diversita' fisica e' un tipo di diversita'
che impedisce di vivere alcuni aspetti della vita. Questo e' vero,
ma non
toglie all'individuo il valore che ha proprio in quanto essere vivente.
Io
non posso dire che tu o Paola siete uguali a me: non e' vero. Ma:
la
diversita' viene accettata o respinta?
Penso che il vero problema sia questo: respingere chi non e' come
noi, o
accettarlo? (E accettarlo significa voler bene anche alla sua diversita').
Questa domanda non sorge solo di fronte all'handicap, ma di fronte
a
qualsiasi aspetto della vita.
Ho paura di aver fatto un po' di confusione, pero' posso chiarirmi
se non
ti torna qualcosa.
Su una cosa sono d'accordo: io non potro' mai capire fino in fondo
i vostri
problemi, perche' non li vivo, non ne faccio direttamente esperienza.
Ma
questo vale per tante altre cose, quindi secondo me non e' tanto
importante
capire, ma poter condividere, cioe' non esser soli di fronte a determinati
problemi. Anche il dolore lo puo' capire fino in fondo solo chi
lo prova
sulla pelle, ma se lo condivide, non e' piu' solo davanti a quel
dolore
li'.
"Siamo noi che ci portiamo il nostro male appiccicato addosso [...]".
Si', e' vero che ora io torno nella mia casa, e conduco la mia vita,
che
non e' "normale" perche' unica, ma non mi sento come chi si e' lavato
la
coscienza.
Non so perche' Paola pensi che chiunque si avvicini a un disabile,
sia pure
con la posta elettronica, lo faccia per "lavare la coscienza".
La mia coscienza non e' piu' pulita o meno sporca se parla con te
o
piuttosto con un'altra mia amica.
Ho come l'impressione che qui ad essere respinti in realta' siano
i non
disabili.
Ma, credo, nella vita ognuno ha i suoi problemi, anche chi torna
nella
propria casa "normale" a condurre una vita "normale" (che poi non
esiste,
non c'e' uno standard di normalita' di vita). Ogni persona ha i
suoi problemi,
piu' o meno piccoli, e non sta a noi decidere la loro entita'.
Penso, ripeto, che la cosa piu' importante sia non esser soli con
i propri
problemi.
Cosa ne pensi di questo fiume :-) di parole?
Ti ringrazio anticipatamente per la pazienza di aver letto tutto!
:-)
A presto
Martina