Silvia Barbieri
La pietra viva
Nell'antica abbazia di San Galgano la frenesia stava dando alla testa a tutti.
Quel luogo così gremito di somiglianze con le vicende leggendarie del Graal, si proponeva come un suggestivo palcoscenico per numerose rappresentazioni teatrali.
Ma quella volta il tempo necessario per mettere in scena Il flauto magico era davvero troppo poco.
La data dello spettacolo si faceva sempre più vicina e questo perpetuo rincorrere il tempo alimentava i dissapori all'interno dello staff, ormai stremato da giorni e giorni di lavoro.
Ma la sera precedente alla messa in scena, la Val di Merse e quel suo arcaico eco di preghiera, assorbì le tensioni, riuscendo a far dimenticare tutta la fatica accumulata.
Era come se quella spada ostinatamente conficcata nella roccia, dall'alto della collina di Montesiepi li osservasse durante il giorno, per poi attendere il momento propizio del tramonto e raccogliere le ansie degli uomini per mutarle in quiete.
Quella sera, a trasportare quel microcosmo di uomini e atmosfera, c'era quel buon profumo di Chianti, che prese ben presto le sembianze di Morfeo.
Un sonno ebbro li prese tutti prima ancora che potessero raggiungere l'affittacamere di Chiusdino dove alloggiavano.
Il loro giaciglio quella notte sarebbe stato una navata priva di tetto e pavimento.
Così, addormentati in quella culla di travertino, solo qualche papavero affacciato tra le pietre dell'abside si muoveva sotto la spinta della brezza proveniente dalla sommità aperta sul cielo.
Così, il dondolìo della pietra sollevata dalle radici avventizie, incominciava a disturbare il sonno di Samuel, il tecnico del suono, che appisolatosi su quel sasso, ora cominciava a maledirlo.
Ma non erano le radici dei papaveri. E nemmeno la fresca brezza.
Il sonno cominciava a essere troppo faticoso per lui.
La pietra sembrava viva: si muoveva, prima piano, poi più velocemente.
E ancora.
E di nuovo.
Poi il caldo bagliore dal sottosuolo, così prepotente da rimuovere la pietra e polverizzarla.
Samuel ormai desto, cercava di rimuovere da quel punto tanta più terra possibile fino a quando avvertì sulla punta delle dita, il freddo metallico di un forziere.
Nel tentativo di estrarlo, l'oggetto si aprì di scatto e un cuore di uomo ancora pulsante, insanguinò gli ochi di Samuel.
Liberandosi in un grido svegliò gli altri, ma del forziere non restava nessuna traccia.
Eppure sulle sue mani, il rosso carminio di quel segreto testimoniava la tacita verità di un Santo cavaliere che, ancora, dominava la sua terra.