Francesca Poggioli
Pazzia
Ogni nota rinnovava il suo dolore. La gioia che traboccava dalla voce di quella madre le serrava la gola.
Odiava quel sorriso che pareva così immutabile.
Non puoi essere così…felice.
No, era inutile torturarsi in quel modo. Non faceva per lei quella pace che la contadina era riuscita a ricavare, anche nella paura.
Lilith volse le spalle alla casa, ma il suo sguardo tornava sempre là.
Una bufera aveva divorato la cima più alta di quelle montagne, così come l’ira di Era aveva cancellato ogni gioia nella unione dei due amanti scoperti: Zeus e lei.
L'amore si era tramutato in colpa.
La voce della donna riprese la sua nenia, risvegliando in lei tutto il marciume, sommergendola.
Stai ridendo di me, lo so – ringhiò alla sua nemica.
Solo la vendetta di una Dea avrebbe potuto generare quel vortice di follia che sporcava il suo sangue.
Stai ridendo di me…ma riuscirò anche stasera a straziare quel tuo sorriso.
Nella casa fu spenta l’ultima luce.
Inutile tentare di ignorare quell’impulso, quella sete maledetta che le divorava l’anima, che aveva il volto di Diandra, la risata argentina dei gemelli, gli occhi del più piccolo.
Le parole della Dea si fusero alle proprie urla consegnate al vento, quando aveva scorto, uno dopo l’altro, i corpi senza vita di tutti i suoi figli.
Le immagini la costrinsero a serrare disperatamente gli occhi.
Entrò nella casupola, pronta a privare l’ennesima madre di quella gioia che la Dea l’aveva condannata a ricordare.
Giunta alla culla, inspirò il profumo del bambino.
Chiese perdono ai propri figli, vivi ormai solo in quel ricordo malato.
“ Mamma…” la sorprese quella voce.
Alzò lo sguardo.
“ Diandra! ”
Il tempo si gelò tra i loro respiri colmi di angoscia.
Lilith ritrasse le braccia dal corpicino del piccolo. Non c’era pace neppure nella pazzia.