Vincitrice:
Laura Rinaidi
Solitudine
Motivazione: Per la capacità di scavare a fondo un tema scottante esprimendo in modo compiuto il dramma della incomunicabilità.
La certezza che quello che avevo nascosto, celato sotto il velo della menzogna, non sarebbe mai venuto a galla, si frantumò nell'istante in cui vidi il suo sguardo penetrarmi gli occhi.
Non avevo notato quanto potesse esprimere senza parole, leggevo la sua indignazione e sentivo la nausea che gli riempiva le viscere.
Forse non comprendeva che lo avevo fatto per lui, che avevo cercato di proteggerlo per tutto quel tempo, vedeva solo il lato negativo del mio intento, questo, più di ogni altra cosa, mi feriva.
In realtà non avevo mai considerato l'eventualità che lui riuscisse a smascherarmi, che un giorno avrebbe alzato lo sguardo e che mi avrebbe realmente guardata per quello che sono, avevo sempre sognato che saremmo rimasti insieme senza conoscerci a fondo, perché in realtà speravo non notasse la mia vera natura.
Cercava di afferrare le scuse del mio folle gesto, ma non comprendeva nulla di quello che era stato per me, di quello che aveva significato tenerlo all'oscuro di tutto, di celare dentro la sporcizia che avevo creato da sola.
Non avevo il coraggio di affrontarlo in quel momento, di parlare e cercare di difendermi mentre lui continuava a guardarmi con disprezzo, volevo che nel suo sguardo apparisse la comprensione.
Ma non apparve.
Il sangue mi pulsava velocemente nelle vene, il respiro sempre più affannoso non mi permetteva di concentrarmi a fondo sui miei pensieri, dubitavo che lui sarebbe stato disposto ad attendere la mia spiegazione.
Mi avrebbe forzato a parlare, e sarebbe stata l'ultima cosa che ci saremmo detti, invece se avessi iniziato io avevo molte possibilità di giocare la carta della commiserazione, potevo fargli provare pena per me e indurlo a restare, a non abbandonarmi.
Avrei dovuto fare del mio meglio, era una partita, me contro il suo autocontrollo.
Fissai per qualche secondo il vuoto, sperando che il tempo potesse tornare indietro, o andasse repentinamente avanti, in anni in cui, col passare del tempo, saremmo vissuti con ritrovata felicità, ma nulla di questo accadde, ero sola con l'uomo che una volta mi aveva amata e che ora provava solo odio nei miei confronti, ma ancora non lo avevo perso.
Io lo amavo e questa era l'unica cosa che in quel momento aveva importanza, tutto quello che avevo fatto o che in futuro avrei compiuto era irrilevante, perché noi eravamo destinati a stare insieme, e nessuno, nemmeno il segreto che avevo covato per ben otto anni poteva separarci.
Alzai lentamente lo sguardo, l'azzurro delle sue iridi era diventato così scuro da apparire ad una prima occhiata quasi blu, avevo paura, come potevo dire a mio marito, orfano dalla nascita, che avevo abortito di suo figlio.
La mia mente era vuota, non riuscivo a trovare le parole, non riuscivo a rendere la cosa spiritosa o leggera, era diventata solida, e pesava inesorabilmente sopra il mio petto.
Non c'era soluzione, lo avevo fatto per paura di perderlo e ora lo stavo perdendo per avergli tolto l'unica cosa che aveva mai voluto e che io ero stata troppo ceca per capire.
Volevo morire, volevo dissolvermi da quella stanza e volare spensierata come quelle colombe bianche che vedevo la mattina librarsi leggere tra i palazzi logori, quelle quattro mura mi erano troppo strette.
Con cautela mi appoggiai al bracciolo della poltrona e portai le mani al viso, in segno di resa, ormai se ne sarebbe andato, era questione di istanti.
Lo vidi avvicinarsi con ritrovata calma, dubitavo però che si fosse calmato, al contrario pensavo volesse uccidermi.
Tese la sua grande mano verso il mio viso, mi accarezzo la guancia e mi bacio, prima di andarsene chiudendo la porta dietro di se.
Piangevo, non perché avessi rimorso per le mie azioni, ma solo per il fatto che nemmeno lui, a cui ero stata legata per tanto tempo, per cui avevo rinunciato a tutto, con cui avevo condiviso le paure e gli amori, riusciva a capirmi, non riusciva a capire che mi interessava solo di noi, e di nessun altro.