Il libro d'artista in Italia dal 1960 ad oggi
Luciano Caruso - artista
(aprile 2000)
Lo scioglimento dell'esercito
L'alta disputa del libro-opera e la dissoluzione culturale in atto
Il fenomeno registra la presenza dell'oscuro e affonda le sue radici nell'immensità del rimosso, che emerge di continuo dagli interstizi dei segni. Lungi dal trovare la sua motivazione solo nelle ragioni dell'effrazione , che il secolo appena trascorso ha esercitato con caparbio accanimento, la pratica trasversale del libro d'artista ha portato avanti con maniacale precisione una sua particolare nozione di "scrittura", caratterizzata da una più intensa formalizzazione, rispetto ad altre espressioni comunicative delle arti.
Con buona pace di quegli studiosi che hanno voluto vedere nella pagina scritta e nel libro futurista addirittura un'esaltazione della tecnologia di Gutenberg , è proprio con la prima avanguardia italiana che inizia un ambiguo atteggiamento di odio amore verso il libro che pure si avvia sempre di più a perdere il ruolo privilegiato di modulo comunicativo, che per secoli la cultura occidentale gli ha assegnato, per diventare con insistenza spazio e luogo fisico e materico di molteplici, contrastanti e a volte opposte, ma sempre radicali e consapevoli, esperienze mentali.
E non sembri contraddittorio qui il ricorso al mentale, perché la prassi futurista nel libro trova il suo fondamento nella materia, vista senza più residui psicologici ed ideologici, e si identifica con la tensione inesausta che l'operatore estetico volontaristicamente instaura fra il soggetto e la realtà.
Questo comportamento, che investe consapevolmente il libro, apre la strada ad una sperimentazione sempre più profonda e assolutamente extralinguistica che attraversa quasi tutte le avanguardie dell'inizio del '900 e ancor più le neoavanguardie della seconda metà del secolo. E tanto accanimento non investe solo l'oggetto libro in quanto contenitore più o meno indifferente, ma investe l'equivalenza arcaica del libro e del mondo, continuamente ribadita ancora dai travestimenti, più o meno maliziosi, che il libro cerca di attuare, dal libro-disco, al libro-cassetta, al CD, al libro telematico, ecc.
Con le avanguardie storiche il libro non solo non rimanda ad altro da sé, ma diventa luogo di accadimenti e rinvenimenti estetici, in cui la pagina è lusus e theatrum allo stesso tempo. In anni più recenti, a partire almeno dalla metà degli anni Cinquanta, i vari raggruppamenti estetici appuntano la loro attenzione in particolare sul libro come mezzo specifico, e, così, dopo una fase quasi obbligata di iconoclastia , il libro-opera coinvolge fasce di artisti e di autori provenienti da gruppi di formazioni, correnti e schieramenti più diversi, quasi che si volesse reagire con la ricchezza delle soluzioni proposte "in forma di libro" alla catastrofe annunciata della cultura basata sul libro, destinato come è ormai noto ad autodistruggersi per il tipo di carta che l'industria culturale ha usato dagli inizi del secolo scorso.
Stando ai periodici allarmi che soprattutto Umberto Eco lancia da autorevoli pulpiti, uno spettro si aggira sulle scene e tra le quinte della nostra cultura inquietando i sonni e le notti degli intellettuali più pensosi: la sparizione fisica del libro. Catastrofe irrimediabile, a cui autori ed editori ancora più pensosi hanno cercato di ovviare stampando su acid free paper, mentre l'apocalisse del libro e del sapere basato sul libro, che non coincide fortunatamente con la fine del millennio, sembra dare nuova lena ad autori e guastatori che già si sono affannati, e si affannano, a produrre libri-opera in copia unica e sottratti spesso ad ogni "significato d'uso", ascritti d'ufficio dal sistema culturale alla categoria dell'effimero.
Eppure, non tutto è perduto. L'ironia della storia sta facendo in modo che di un secolo, che da solo ha prodotto più carta stampata di tutti gli altri messi insieme, rimangano come relitti del naufragio solo, o quasi, i libri d'artista e i libri-opera, realizzati a mano dall'autore e per lo più con mezzi impropri ed artigianali.
Ma, pagato il nostro contributo al catastrofismo di moda, la vastità stessa del fenomeno costringe a guardare più da vicino l'oggetto di questo discorso, tanto più che il libro-opera aspira ad essere una traccia senza residui di una "parola" che si muta nella forma del silenzio della scrittura, ponendosi come "frammento totale" di un orizzonte immaginario e non più come normale mezzo di un senso sempre più improbabile e alienato. Attraverso la lacerazione del senso interviene in questa "scrittura" l'immensità del rimosso e del profondo, in una parola dell'oltre, ed emerge in primo piano l'organizzazione del ritmo, che il libro-opera aspira a fisicizzare, visualizzando insieme il caos e la confusione del vissuto con l'ordine del progetto. Si perviene, così, attraverso una via particolarmente ardua ad un oggetto estetico, che costringe per la sua natura di oggetto sfogliabile ad inseguire e a raggiungere un equilibrio instabile, che ogni "pagina" nella sua successione rimette in discussione, per recuperarlo ad un altro livello con altri incontri-scontri, anche questi provvisori ma sempre coerenti con il progetto iniziale.
Le stratificazioni, le tessiture e i disfacimenti della pagina/nella pagina aspirano ad un ordine dell'assenza, come è tipico nella pratica ultimissima del libro-opera, dove ogni pagina viene negata/verificata dalla sua stessa rimozione una volta che è stata girata, convergendo verso un limite, che non è quello delle progressive astrazioni dal "testo", ma quello della memoria emozionale. E ogni volta l'opera oscilla, e non può essere diversamente, fra il tempo del vissuto e quello atarassico , che è appunto un tempo senza tempo, dove ogni pagina è un frammento necessario di un percorso più lungo e dove convivono fratture, abissi, sovrapposizioni, cancellature, emersioni, rinnovi, voci, forme aporetiche e tramature che coprono, nascondono, ricreano altri spazi e altre storie, in un "continuum", come accade o dovrebbe accadere nella vita di tutti e non soltanto dell'individuo estetico, che grazie all'esercizio del suo simbolismo ideologico riesce ad avvertire e sensibilizzare (proprio nel senso di rendere sensibile) l'urgenza del gran silenzio del nulla.
Qui come altrove, in altri nostri interventi, infine, non si tratta di esibire un'intenzione celebrativa né di promuovere censimenti più o meno completi e più o meno ufficiali, compito che volentieri e senza intenzioni polemiche lasciamo ad altri. Più utile, forse, è ripetere invece qualche considerazione al margine e qualche ulteriore precisazione intorno alle varie definizioni di libro d'artista. Il libro-opera, come abbiamo cercato di descriverlo anche in questo scritto, è un lavoro che l'autore ha deliberatamente ideato e realizzato in forma di libro, sfruttandone tutte le caratteristiche fondamentali, che nascono dall'incrocio e dalla convivenza di vari codici e che costringono il "lettore" ad un intervento attivo.
Inteso in questo modo, il libro d'artista, al di là delle confusioni correnti più o meno interessate, non può essere ricondotto al libro illustrato da un artista, che di solito è chiamato ad interpretare graficamente testi di altri autori, con i quali si sente più o meno in consonanza. Neppure può essere confuso, il libro-opera, con i prodotti dell'editoria autogestita, cha ha avuto grande diffusione non solo in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, assumendo vari nomi dall'esoeditoria alla small press, all'off press, ecc., dato che questa attività intendeva documentare il proprio lavoro, stabilendo un rapporto privilegiato con il destinatario, con l'intento di realizzare una "piccola società estetica" con forti connotazioni ideologiche. Questa produzione, anche se si pone fuori dai circuiti dell'industria culturale, non investe la struttura del libro in quanto tale, pur facendo largo ricorso a sistemi diversi di riproduzione o a mezzi poveri, come il ciclostile, le matrici di carta, le macchine a spirito o le fotocopiatrici.
Giunti alla fine di questa breve nota, che intenzionalmente vuol essere annotazione scritta sul bordo, resta da dire che tanto lavorio/esercizio sul/nel libro rientra in quei riti di passaggio che contraddistinguono le epoche di transizione, nodi sempre che si sciolgono o s'intrecciano e si stringono a futura memoria. E anche questi "libri", né può essere diversamente, sono segni ultraverbum e parole ultrasignum, in attesa del futuro ed ovviamente emersi dal futuro. Racchiudono, ma sono essi stessi, segni e parole tracciate da un chirografo intento a lasciare una traccia implosiva/esplosiva di uno "scrivere" che è in sé slancio immobile e presente, alta disputa improbabile e assoluta.
(gennaio 2001)
La pagina come "lusus" e "theatrum" nel libro-opera, anche.
"Lo scritto, che capta il linguaggio, dà a vedere l'invisibile e diventa il luogo dell'eterno incontro fra i viventi visibili e gli eterni invisibili" (Herrenschmidt, L'invenzione della scrittura, 1999). Ma, (al di là del mito o delle sabbie mobili della sperimentazione fine a se stessa) se materia del sogno è la scrittura, quando la scrittura si cala nella materia che cosa accade? E' la scrittura che si fa materia, oppure è la materia che si fa scrittura? E in base o per opera di quale lievito, che rende la pagina luogo di accadimenti reali, oltre la volontà esibita di farne spazio totale di "lusus" e "theatrum"? Se la scrittura è captazione delle cose del mondo e del loro nome attraverso la loro rappresentazione, la moltiplicazione dei segni, che di continuo e quasi senza accorgersene portiamo avanti, riesce a proteggere l'uomo da una radicale desimbolizzazione? Molti di noi, evidentemente, si devono essere risposti che l'uomo e il suo universo linguistico sono in pericolo, se hanno preferito imbarcarsi in imprese al limite della raffigurazione: il problema è quello di voler fondare una sintesi senza scorie possibili tra scrittura e materia, per realizzare un rapporto senza residui o rimandi.
Da sempre la scrittura svela e nasconde, copre una realtà e ne accende un'altra dal gesto che la fonda, proprio perché si vota alla sua mutazione/trasmutazione nella materia. E già una volta ci si è votati alla preparazione accurata e quasi maniacale della superficie di supporto della scrittura, adesso, invece, la "materia" del supporto chiede di venire in primo piano con tutta la sua pesantezza e la sua presenza massiccia, proprio nel senso di spessore, ad inglobare la materia della "scrittura", e diventando così di fatto traccia, senza residui, frammento totale, opponendosi così alla imperante scrittura automatica virtuale, che vista nei termini delle nuove tecnologie informatiche significa la tentazione di produrre un mondo che si svolge da solo. Poiché non c'è più soggetto e il sistema gira su se stesso in modo tautologico, è necessario ribadire questa assenza/presenza, ma nello stesso tempo separandosene per intensificare in ogni pagina il senso del fare nella materia/con la materia, vista come unico possibile terminale della nostra sensibilità. In tal modo, si mette in atto una singolare forma di ricerca, procedendo per accumuli e aggiunte ma anche per negazioni e incisioni e abrasioni, fino a raggiungere un faticoso equilibrio, che fa vibrare la superficie dell'opera di compositi e consapevoli presagi.
Si approda, in ogni caso, ad una scrittura plastica, unita intrecciata e intricata ad una materia (e sarei quasi tentato di dire "materia materiale"), che esclude progressivamente e regressivamente via via la natura e la storia come unico orizzonte necessario, stratificando e scavando e intensificando la superficie dell'opera, fino a far emergere, con un procedimento simile a quello di un alchimista, la tipologia difficile di una identità caotica, eppure attuata nella necessità del suo ribadirsi. Stesura e annunciazione controllata e presagita, insistita quasi nella sua gratuità, che si riscatta ogni volta nella superiore testimonianza della scrittura e/o della materia. Materia che qui vuol essere, in queste opere-prove-presenze, materia creata-increata, e che ancor più tende ad esser tale dopo che è stata battezzata, nominata e riscattata attraverso gli spezzoni, i brandelli, gli sgualci, gli strappi, i frammenti, le porzioni, i bocconi della scrittura, perché una cosa è certa in tutta questa ricerca ed è la "purezza" della contaminazione, così insistentemente cercata e praticata, fino al raggiungimento di un difficile equilibrio, fissato nel momento del suo accadere.
Maniscrittura o pneumomateria? E' questa la domanda ultima ed iniziale, a cui si deve cercare di rispondere. Ed anche l'atto della lettura diventa così coinvolgente, perché consiste in un riconoscimento, dove si percepisce solo globalmente di che si tratta. E a ben pensarci, risulta difficile in tanta ideazione decidere che cosa prevale in un lavoro siffatto, a suo modo esemplare per la profondità di riflessi e di riverberazioni, fra la vera e propria scrittura manuale (maniscrittura) e la materia resa viva dallo spirito e dal pensiero dell'autore (pneumomateria), soltanto attraverso un segreto e severo esercizio. E andando oltre l'enunciato iniziale, che può anche essere capovolto rimanendo sostanzialmente vero, per cui materia della scrittura sono i sogni, esiste poi solo una materia-materia che si fa "scrittura". E i rimandi sono molteplici, sia in direzione della delimitazione assoluta e parietale che i mosaici di Monreale hanno esemplarmente realizzato in praxi e in agone, come fattura dell'identità di materia e visione, e sia in direzione della concettualizzazione materica della Cappella Sansevero di Napoli, dove la scrittura si fa sottile rivelazione dell'ambiguo, che si svela o si nasconde con la "materia materiale" messa in essere e in atto dal progetto del suo autore.
Scartata e annullata la concezione della superficie dell'opera come "spazio schiacciato" e come trucco dissolutorio, rimane la grande meditazione della "matière-mot" che cresce e si dilata su se stessa, e quindi non come occasionale e casuale manifestazione, ma proprio come superiore destinazione dell'operato in condensate parvenze. E poiché si tratta, in ultima analisi, di una iterata e ritmata esplosione delle nozioni di spazio-tempo, viene scartata qualsiasi volontà o possibilità di racconto e rimane solo la referenza al vivere, che si muta in mythos, dove finalmente si decide e si incide l'evento di una "scrittura" radicale, una spietata condizione scritturale senza altri aggettivi, fino a diventare scrittura-lustrazione, rito propiziatorio, raschiatura e defalcazione dello spettacolo della snaturata superficie pubblica di tanta arte contemporanea. Perché, infine, come è implicito in tutto questo scritto, solo quando la cosa è diventata COSA essa vive la condizione del feticcio, che per l'appunto è una cosa che in un comportamento necessario si sottrae e si oppone alla vita generica ed irrelata dello spettacolo. Una cosa in cui il suo autore possa proiettare violenza e passione e stupore, nominandola una volta per tutte nella sua indiscussa solitudine, perché la cosa-feticcio, la "matière-mot" di cui qui si parla è l'ultima "forma" possibile della poesia, che allude con insistenza a sé ed ad altro, e "mostra", esibisce la volontà di innalzarsi insieme a segno e significato, senza più rimandi, "per una volta" perfettamente sovrapposti.