Il libro d'artista in Italia dal 1960 ad oggi
Pablo Echaurren - artista
(aprile 2000)
C'è un piccolo equivoco lessicale che si ingenera allorquando si parla di "libro d'artista". Poeti, scrittori, registi, fotografi, fumettari, musicisti, stilisti, sono tutti artisti, non solo i pittori o i verbovisivi. Dunque, a rigor di logica, ogni libro concepito da queste e altre al momento sfuggenti categorie dovrebbe definirsi "d'artista".
Ma così non è. Si continua a usare il termine in senso limitativo, orientandosi esclusivamente verso quelle produzioni a tirature limitate e firmate o verso prodotti che sarebbe meglio chiamare "visuali" o "concreti".
Se per esempio Guerrapittura di Carlo Carrà può definirsi "libro d'artista" in quanto in parte disegnato e comunque attraversato da segni paroliberati, difficilmente si metterà nella stessa sezione il suo Pittura metafisica, trattandosi di saggio teorico, scritto senza intenti figurali e relazioni spaziali tra testo e supporto cartaceo, ma Carrà resta un artista e ogni sua estroflessione libresca anche.
Alcuni sostengono che il "libro d'artista" si abbia quando il libro stesso viene inteso dall'autore come opera complessiva in tutte le sue parti costituenti, quando si fa in qualche modo "oggetto". Ma non è così per qualunque albo di fumetti d'autore, per qualunque catalogo di alta moda, o album fotografico e via librettando?
Eugenio Miccini nota giustamente che il "libro d'artista" scaturisce da una complessiva negazione della cultura dominante, dal rifiuto dei modelli elitari dell'arte e delle sue leggi capitalistiche mercantilistiche, dalla sperimentazione di nuove tecnologie, dalla morte del libro inteso in senso tradizionale.
Malgrado ciò, quanti "libri d'artista" elitari, autoreferenziali, esiziali abbiamo visto circolare, incensare, catalogare. Libri che non negavano l'esistenza di altri libri ma che volevano viverci accanto, andarci a braccetto, berci un goccetto.
A me pare che spesso si tenda a classificare per poter meglio escludere e abilitare se stessi a legiferare su cosa è giusto mettere dentro e cosa tenere fuori. Delimitare equivale a rifiutare di allargare lo sguardo oltre gli steccati, i fossati scavati per tenere lontani i nemici, gli invasori, gli infedeli, gli altri.
Io preferisco pensare che il "libro d'artista" sia ovunque e preferibilmente altrove e che comunque già la parola "artista" contenga in sé un'esclusione, una sottile violenza che mira a separare il creatore dal semplice fruitore, a passivizzare l'arte, a tenerla prudentemente da parte, per paura di contaminazione con la vita circostante, puzzolente, insolente.
Personalmente credo che ci siano in giro enormi quantità di inutilità spacciate come pensate "d'artista", che sotto la copertina di Linus nascondono il nulla, e che, viceversa, molte pubblicazioni marginali, fanzine, e-zine, o anche edizioni più convenzionali, possano fornire stimolazioni alla discussione sulla de/finizione " in questione.