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Luca

Dov’è che Luca 

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 non riluca?

La domanda - incipit maldestramente 'patelliano', ma volutamente polisemico - intende da subito fare riferimento all'aspetto più evidente (ma anche al senso interiore più profondo) del lavoro di Luca Maria Patella.

Infatti, l'insieme della sua vasta e pluridecennale produzione è il risultato del procedere per costante 'dilatazione' in ambiti di analisi e di ricerca in apparenza distanti, ma che Patella fa divenire compatibili, quando non affini, incrociandone gli aspetti epistemologici, ermeneutici e pragmatici in opere che non trascurano mai valori e qualità estetiche. Alla fine il procedere del suo continuo sperimentare diventa circolariforme, in certo qual modo inverando l'Ouroboros dell'invenzione alchemica.

La sua 'Arte & non arte' è il risultato della convinzione che l'artista possa (o debba?) essere intellettuale a tutto campo, colto e consapevole delle possibilità offerte dalle varie discipline: la filosofia, la psicanalisi, le scienze storiche e linguistiche... .

Ogni volta che abbiamo bisogno di 'confinare' il suo dilagare e il suo produrre opere che sono comunque testi plurisemiologici (foto, video, performances, installazioni, libri di critica, romanzi, poesie...) gli diamo del concettuale. Definizione accettabile purché, anche dietro sue esplicite dichiarazioni, pensiamo a un concettualismo mai freddo, ma ricco di senso e di(s)sensi, e della volontà di mettersi in campo (anche in gioco?).

La considerazione del suo lavoro porta ad includere nel rapporto con Luca il concetto di ambiguità (che suona anche come ubiquità): si viaggia sempre su più binari e in più direzioni. Non c'è nessuno che io conosca che si sia meglio spiegato di lui, con le sue dichiarazioni, le varie interviste, i testi critici; eppure ogni volta qualcosa ci risulta svicolante o eccentrico, quando non oscuro nonostante la chiarezza di quello che si vede o si legge.

Nessun altro è così disponibile a parlarti, raccontarti e anche ad ascoltarti: eppure a pochi è dato di essere così egocentrici come lui. Non ho mai incontrato nessuno così presuntuosamente umile (o umilmente presuntuoso) come Luca. L'ossimoro intende indicare che è tanto consapevole di sè, del suo procedere sperimentale, poi del suo sapere, da non temere i mostri sacri con cui si è misurato

(Duchamp, Diderot, Dante, i classici greci e latini, Jung..., la fila è lunga!), sentendosene alla fine tanto 'fraternamente' vicino da poterli chiamare per nome, accostandoli in modo critico e non subalterno (lui dice non idolatrico) e quindi scrivendo testi come Jacques le fataliste di Diderot, come autoEncyclopédie o Den & Duch, dis-enameled !

E non c'è nessuno dei suoi lavori che non sprigioni guizzi di ironia o latenti divertissements; eppure sono lavori sempre serissimi che richiedono da noi impegno, intelligenza, conoscenza... e anche costanza, per comprendere, infine, che Patella intende ampliare i confini dell'arte: annullando le distanza esistenti fra la pittura e gli altri linguaggi, egli offre a tutti varchi per possibili avventure nell'inconscio e nella vita. [.]

L'arte è per lui comunicazione della conoscenza, ma è anche la magia che, per via di immagini e di immaginazione, coagula le esperienze e gli archetipi della storia collettiva e di ciascuno di noi. [.].

Nadia Raimondi
Da: Ove non è che Luca, Nonantola, 2002