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Testi critici di Silvia Ferrari.
Roberto Brancolini
Della vita e delle punizioni collettive nei territori occupati, 2000-2002
Nel lavoro di Roberto Brancolini la fotografia ritorna a una delle sue
forme più pure: quella del reportage. Le sue immagini della Palestina
narrano con occhio lucido e asciutto le lacerazioni di un popolo attraverso
un ritratto collettivo, un lungo racconto per immagini che stimola la
coscienza del dramma quanto la fascinazione puramente estetica.
Immagini senza retorica, senza la presunzione di riassumere una guerra,
talvolta dettate dall'urgenza dell'azione, imposte dall'attualità,
come durante gli scontri dove si schierano le fionde contro i cannoni,
o durante i disordini nei cortei delle manifestazioni pacifiste; talvolta
si pausano per cogliere pienamente un momento di forte carica emotiva,
come i bambini dentro le case-bersagli di guerra, o i vecchi nei mercati,
o per restituire l'atmosfera irreale lungo le strade deserte, presidiate
dai soldati israeliani durante il coprifuoco, la stella a sei punte che
marca le porte dei negozi; tutto come sospeso e miracolosamente immerso
nella piena e chiara luce della Palestina.
Riaffiorano le parole di Cartier-Bresson, "il reportage è
un'operazione progressiva della mente, dell'occhio e del cuore".
Annalisa Mazzoli
Casa Nostra - Refugee camp. Postonja (Slovenia), 2000
Raccontano piccole e anonime storie domestiche, le fotografie
di Annalisa Mazzoli: i gesti consueti della colazione, i lavori di casa,
i giochi dei bambini, le scritte sui muri. Immagini-documento nate dalla
volontà di testimoniare le vite di intere famiglie di profughi
sfollati, che vivono negli spazi angusti di una stanza, un sottoscala,
un corridoio. Lì è casa loro, adesso.
Il lavoro scorre su un doppio filo: gli interni e le persone che li abitano,
come un continuo lavoro sul ritratto, sulla rivelazione di un'identità
che passa anche attraverso gli oggetti banali, gli arredi dimessi, i graffiti
alle pareti, i frammenti di ricordi.
E' una storia di sguardi soprattutto: il nostro che entra con piacere
voyeuristico e si sofferma nell'intimità dei luoghi domestici,
sulle tracce dei rituali quotidiani; e quelli che incontriamo sui volti
vivaci dei bambini e quelli più velati dei vecchi.
I tagli apparentemente casuali, il punto di vista ravvicinato che fonde
il campo visivo dell'immagine col nostro, un piacere estetico quasi negato
e ricercato nell'indagine dei segni del vissuto, fanno di questo documentario
di partecipata umanità un diario intimo di gesti quotidiani che
si sforzano di ritrovare una normalità e di ridare un senso
all'espressione "casa nostra".
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