LA SCELTA DI ART Di Fabrizio Lo Bianco Una
premessa. - da un articolo di giornale, Pomerania, Germania, a metà degli anni Trenta Questo brano è riportato
all’inizio della seconda parte di Maus,
romanzo a fumetti nato dal genio creativo dell’ebreo-americano Art
Spiegelman. Cenni
storico-artistici. Maus, il primo fumetto ad aver vinto il prestigioso Premio Pulitzer,
massimo riconoscimento mondiale per un’opera “giornalistica”, è,
come detto, frutto di un grande rigore artistico e morale. È un’opera
d’arte quindi non solo fumettistica. Per realizzarla l’autore ha
scelto di utilizzare un segno che potremmo definire “espressionista”. La parola espressionismo1
è spesso seguita dall’aggettivo “tedesco”. In realtà
l’espressionismo è per antonomasia quello tedesco. La forza, la
deflagrante cattiveria (espressiva), la furia rivelatrice espressionista
è soprattutto quella germanica: non l’hanno avuta né Matisse
(1869-1954) né i fauves2,
troppo solari e mediterranei, che pure ne hanno condiviso certi aspetti
formali, né tanto meno gli action
painters3
americani, che ne hanno tradotto la violenza implicita in violenza
gestuale generando l’espressionismo
astratto. Ha avuto sicuramente quella forza Edvard Munch (1863-1944),
padre putativo - insieme a Francisco Goya (1746-1828) -
dell’espressionismo e della sua capacità introspettiva, ma la fluidità
delle sue pennellate ha connotazioni così personali che non è possibile
riscontrarle negli artisti germanici più “feroci”. Si badi bene che
“feroce” ha la stessa radice latina di fiera
(intesa come belva), ossia di uno dei corrispettivi italiani del termine francese
fauve. In effetti un simile
aggettivo si adatta meglio a descrivere l’attitudine degli
espressionisti teutonici piuttosto che di quelli transalpini. Un filo sottile, ma ben visibile, unisce questa ferocia artistica
tedesca (ribelle ai dettami accademici e alle mode) con quella successiva,
non più formale ma reale, dello stesso popolo (che per ritrovare
l’orgoglio nazionale si
mette nelle mani di un dittatore sanguinario) e con quella liberatoria
“intimista” di Spiegelman. Questo fumettista consuma la sua vendetta
personale sulla aberrazione nazista attraverso una testimonianza potente
quanto Schindler’s list di
Spielberg nel cinema o Kristallnacht
di Zorn nella musica contemporanea. Vediamo come. Da
Albrecht Dürer ad Art Spiegelman (passando per Heckel e compagni) All’alba del XX secolo un lungo rivolo d’inchiostro nero attraversa la grande Germania, e non mostra curvature dolci, ma ha sempre spigolature ardite, gomiti nervosi, graffiature che stridono come unghie su una lavagna. È il fiume denso dell’espressionismo. Nasce non dalle cime dell’Unione artistica Die Brücke (Il Ponte), costituitasi a Dresda nel 1905, ma tra le intricate selve del medioevo teutonico. E sfocia, purtroppo, nella melmosa palude del Terzo Reich. Nasce nel medioevo perché è da allora che la terra tedesca partorisce geni artistici capaci di imprimere una forza evocativa impressionante alle proprie opere incisorie, soprattutto alle xilografie4. Ad esse l’intaglio ligneo conferisce una carica “espressionista” che altre tecniche grafiche non hanno. In opere di maestri come Martin Schongauer (1453-1491) e Albrecht Dürer (1471-1528), troviamo inoltre sviluppati temi che, pur essendo legati alla cultura cristiana, mostrano sempre suggestioni “magiche” o allegoriche: pensiamo all’atmosfera da sabba di un’incisione come I Quattro Cavalieri (1498) di Dürer. Agli inizi di questo secolo, quando ancora il pubblico delle grandi mostre europee si sta a mala pena abituando all’Art Nouveau, un fervore di ribellione artistica attraversa l’arte del Vecchio Continente. Pablo Ruiz Picasso (1881-1973) e Georges Braque (1882-1963) affilano le lame del cubismo in Francia, Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) olia i cingoli del futurismo in Italia. E in Germania, per contrapporsi all’accademismo, quattro giovani architetti giocano d’anticipo rispetto all’istinto di distruzione (figurativa) delle avanguardie citate. Costituiscono Die Brücke nel ‘05, un “ponte” lanciato sì verso un’arte innovativa, ma che soprattutto recupera il passato creativo autoctono. Questo offre loro un patrimonio ricco di esempi mirabili di un’arte talvolta irrazionale, sia dal punto di vista formale (con la totale elusione delle proporzioni nelle opere scultoree come le varie Pietà o i Crocifissi romanici e gotici) che dei contenuti (con mescolanze frequenti di simbologie e temi cristiani e pagani). La spinta è, dunque, più distruttiva che creativa: Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), Fritz Bleyl, Erich Heckel (1883-1970) e Karl Schmidt-Rottluff (1884-1976) danno vita ad una delle esperienze artistiche più entusiasmanti del Novecento. Il progetto è bellicoso: spazzare via un’arte ormai obsoleta grazie alla forza dirompente di un segno che “esprima” e generi emozioni vere. In confronto il fauvisme appare un idillio di colori e forme. I tedeschi, per contro, sprigionano “cattiverie” d’autore che sacrificano, ad esempio, la linea curva, sostituita nella maggior parte dei casi dalla durezza delle linee spezzate. Negli anni Dieci l’espressionismo trova poi una prosecuzione autorevole nel Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro) e un’estrema propaggine nella Nuova Oggettività, a partire dagli anni Venti. L’intensità e la forza del segno della Brücke viene ulteriormente alimentata dagli artisti che partecipano alla rivista “Der Sturm”5, tra i quali Max Beckmann (1884-1950) e Lyonel Feininger6 (1871-1956). L’ascesa del nazismo
tuttavia schiaccia l’espressionismo, ritenuto una forma di arte
“degenerata”7
da eliminare o, al limite, come poi accadde, da mostrare come esempio
delle nefandezze causate dalla “brutalizzazione giudaica” operata
sull’arte tedesca. Nonostante ciò, certo vitalismo e interesse per il
medioevo magico e ricco di mistero, oltre che di una religiosità
affollata di mostri e demoni d’ogni sorta, non può non rappresentare un
elemento di fascinazione tanto per gli artisti della Brücke quanto per
gli “artisti” frustrati del regime (tra i quali lo stesso Hitler, che
si reputa «non un poltico ma un architetto, grande almeno come
Michelangelo»8
). Non sono pochi, inoltre, gli espressionisti che finiscono coll’abbracciare
il nazionalsocialismo (uno tra tutti, Kirchner, che poco tempo dopo tale
adesione si suicida). Un
fumetto come nemesi. Art Spiegelman nasce a Stoccolma nel 1948 da genitori ebrei-polacchi sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, anche se il peso di quell’esperienza porterà la madre Anja a togliersi la vita diversi anni dopo. Seguiamo il percorso storico-culturale che porta da un’avanguardia artistica nata in Germania a un monumento della letteratura per immagini quale quello di Spiegelman. Non è un percorso casuale, ma lo si può ricondurre ad una scelta ben precisa dell’autore. A trent’anni
dall’Olocausto - la prima parte di Maus risale al 1973 -, Art Spiegelman
deve raccontare una storia dalla forte tensione drammatica e vuole farlo
con grande rigore documentaristico: intervista quindi suo padre e comincia
a disegnare. E disegna proprio se stesso che intervista il padre per
ricostruire gli anni tragici in cui Vladek ha subìto sulla sua pelle la
barbarie nazista. Una sorta di metafumetto nel quale, uno dei documenti più
toccanti è rappresentato da un altro fumetto di Spiegelman (Prisoner
on the Hell Planet) che egli inserisce nel tessuto del racconto. Una
sovrapposizione di piani linguistici che coinvolge quindi non solo il
passato, ma anche il presente poiché nella vita di tutti i giorni
Spiegelman è, per l’appunto, un fumettista.
Lo stile di ogni artista, il percorso fatto per raggiungerlo, fa storia a sé. Relativamente a Maus, parafrasando il titolo di un celebre film di Alan J. Pakula9 , potremmo parlare de “La scelta di Art”. Infatti Spiegelman “sceglie” di mettere in secondo piano l’aspetto estetico a favore di un fumetto che lasci una traccia indelebile anche tra chi non si sarebbe mai accostato altrimenti alla letteratura per immagini. Infine si ricordi un aspetto dell’opera spiegelmaniana: Maus resta comunque un fumetto realista. L’autore è oltre tutto il fondatore di “Raw”, un’importante rivista di fumetti e grafica d’avanguardia nella quale si attinge a piene mani da correnti artistiche come cubismo, futurismo, ecc. Nel realizzare la sua opera più importante Spiegelman rinuncia all’utilizzo di linguaggi figurativi che potrebbero essere di impedimento o di distrazione da un’immediata comprensione del messaggio: proprio come sarebbe piaciuto a Hitler, se non fosse che i suoi odiati topi-ebrei, grazie anche a Maus, stanno vincendo la battaglia contro i revisionisti e i negazionisti che vorrebbero annichilire la cruda realtà di un genocidio10 . Fabrizio Lo Bianco
NOTE 1
Il termine viene coniato nel 1905 dal critico Worringer sulla rivista
“Der Sturm”. «All’esperienza puramente visiva e sensoria della
realtà, propria dell’Impressionismo, l’E. contrappose quella
d’una realtà spirituale che si proietta sull’immagine pittorica
piegandola, e talvolta deformandola, alla propria soggettività (alla
propria espressione)»
(dall’Enciclopedia dell’Arte De Agostini, Novara, 1992). 2
I fauves sono gli artisti aderenti al movimento artistico francese
chiamato fauvisme. Nel 1905
il critico d’arte Vauxelles chiama “gabbia di matti” (in
francese cage aux fauves) il
Salon d’Automne di Parigi nel quale alcuni giovani artisti espongono
opere accomunate da una certa aggressività cromatica oltre a una
violenza espressiva sino ad allora pressoché sconosciute. 3
Ossia i “pittori dell’azione” o “del gesto”, in quanto usano
tecniche, come quella di far gocciolare il colore direttamente sulla
tela (dripping) o di aggredire la stessa con pennellate veloci, nelle
quali è fondamentale l’approccio “gestuale”. 4
Ossia le incisioni ottenute da matrici di legno intagliate e
inchiostrate. 5
Uscita per la prima volta nel marzo del 1910. 6
Feininger è noto ai cultori della storia del fumetto per essersi
dedicato sino al 1907 alla realizzazione di fumetti tra i quali “Il
mondo del piccolissimo Willie Winkie” (Wee
Willie Winkie’s World), che ha alcuni punti in comune con il più
noto Little Nemo di Windsor
McCay (1869-1934). 7
Entartete Kunst la chiamano i nazisti, i quali organizzano inoltre
una mostra itinerante che porta in giro per la Germania questi esempi
di degenerazione artistica come modelli da non imitare. 8 A. Teut, Architektur
im Dritten Reich 1933-1945,
Berlino 1967. 9
Il film cui si fa riferimento è La
scelta di Sophie, del 1982, tratto da un romanzo di William Styron. 10
Per coloro che fossero interessati ad approfondire alcuni temi toccati
segnalo: BIBLIOGRAFIA Giorgio Galli, Hitler
e il nazismo magico - Le componenti esoteriche del Reich millenario,
BUR, Milano 1994 (a proposito della “mistica” nazista e delle sue
radici); Valentina Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas - Logica del negazionismo,
Bompiani, Milano 1998 (su negazionismo e revisionismo storico); Franco Fracassi, Il
Quarto Reich - Organizzazioni, uomini e programmi
dell’internazionale nazista, Editori Riuniti, Roma 1996 (sulle
persistenze di gruppi nostalgici del Reich e sui loro legami con i
poteri forti); Rudyard Kipling, Germania,
Stampa Alternativa-Mille Lire (riguardo all’aggettivo feroce, più volte utilizzato in questo articolo a proposito
dell’arte, ma non solo, tedesca); Angela Cerinotti (a cura di), Gli Ebrei, Demetra, Colognola ai Colli (Vr), 1997; John Zorn, Kristallnacht,
Eva Records (c/o Wave, 6-7-27 Roppongi, Minato-Ku, Tokyo 106, Japan),
1994; Igor Golomstock, Arte
totalitaria, Leonardo, Milano 1990 (per la parte relativa
all’arte ufficiale del Terzo Reich); Enzo Collotti e Riccardo Mariani, Gli
acquerelli di Hitler, di Ed. Alinari, Firenze 1984; Berthold Hinz, L’arte
del nazismo, Mazzotta, Milano 1975; Rodolfo Siviero, L’Arte
e il Nazismo, Cantini, Firenze 1984; Invito inoltre alla lettura dei fumetti di Eisner (Spirit,
ma anche Verso la tempesta), Miller (Sin
City) e Kirby (gli episodi degli anni Sessanta dei Fantastic Four, di Thor o
di Hulk). Maus
è stato pubblicato in Italia dalle Edizioni Rizzoli - Milano Libri.
Apparso originariamente su “Linus”, la prima parte dell’opera fu
stampata col sottotitolo Racconto di un sopravvissuto - Mio padre sanguina Storia, la seconda
E qui cominciarono i miei guai.
Attualmente esiste una edizione in un unico volume.
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Erick Heckel (1917) |
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![]() Una tavola molto esplicativa del lavoro di Spiegelman
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