Spunti sparsi e semi-disorganizzati su “Soft Places”. Di Fabio Ciaramaglia Shopenhauer già scrisse che la vita e i sogni erano fogli di uno
stesso libro, e che leggerli in ordine è vivere; sfogliarli a caso,
sognare. J.L. Borges, Otras Inquisiciones
A mio avviso uno dei numeri più importanti della saga di
Sandman è il #39, intitolato “Soft Places” (zone soffici, posti
morbidi). E’ questo una delle pochissime storie che non appartengono
a saghe più lunghe, ma non per questo è completamente slegata
dall’ampio respiro di tutta la storia.
Le cosiddette zone soffici sono quelle parti del Reame
del Sogno poste ai confini e che quindi per questo sono a maggior
contatto con il “Mondo degli Svegli”. Come dice Fiddler’s Green
(Il Paradiso dei Viaggiatori), prima erano tantissimi questi posti,
mentre ora ne sono rimasti pochissimi: alcune migliaia di chilometri
quadrati al centro dell’Australia (una zona non colonizzata
dall’Uomo Occidentale), un paio di isole nel Pacifico (Isola di
Pasqua?), un campo in Irlanda (Hill of Tara?) e una Montagna
Provvisoria in Arizona (o una leggenda urbana o una indiana). Il tempo
è in questi posti dilaniato completamente, “è come lanciare sassi
nell’acqua, si increspa intorno”. In questo modo accade che si
incontrino Marco Polo (1273), Rustichello da Pisa (1298, secondo la
prefazione a Il Milione)
Fiddler’s Green (1992) e un Morfeo appena scappato dalla prigionia
(1989, durante Preludes and
Nocturnes). Per dimostrare infine che l’episodio si inserisce
perfettamente nella continuity, F’s G dice che era annoiato dalle
continue passeggiate e smancerie del suo Signore e una sua nuova
fiamma: è quella Thessalie che ha conosciuto in A
Game of You e per la cui perdita sarà triste all’inizio di Brief
Lives. Gli spunti di questa storia sono moltissimi, ma avendo io
stesso le idee un po’ confuse, darò una parvenza di ordine con dei
sottoparagrafi. I)
Durante la penultima saga della serie (The
Kindly Ones), F’s G viene ucciso dalle Furie. Nell’ultima (The
Wake), nell’opera di rifondazione, il nuovo Sogno[1]
lo resuscita, come ha fatto per gli altri “caduti in battaglia”
(Abele, Mervyn), tuttavia F’s G rifiuta questo ritorno in vita e
chiede di tornare al suo meritato ed eterno riposo. La possibile
interpretazione è la seguente: essendo Fiddler’s Green, il Paradiso
dei Viaggiatori, inteso però più nel senso di “esploratori” che
di “turisti”, semplicemente non ha più senso di esistere (forse
potremmo escludere le esplorazioni spaziali), se non in quelle zone
soffici in cui i tempi si mischiano e può incontrare i
viaggiatori-esploratori del passato (Marco Polo, in questo caso).
Questo spiegherebbe facilmente anche quel senso di noia che lo spinge
ad intrufolarsi nell’intricata storia di Rose Walker (Sandman
#15-16). II)
Un’influenza
principale per questa storia è quasi sicuramente il libro Le città invisibili di Italo Calvino. In esso, Calvino riprendendo
per mano lo stile del Milione di
Marco Polo (si ricordi, dettato a Rustichello da Pisa), porta
all’eccesso quel suo talento nel descrivere le città: “non solo
il paesaggio, o gli affari, ma l’anima stessa della città, ciò che
ne costituiva l’essenza, l’unicità...” dice Rustichello,
aggiungendo poi che mentre il Kubilai Khan restava nel suo palazzo,
Marco intanto “viaggiava, attraverso tutte le città del suo impero,
e di ritorno gliele descriveva”. Come detto Calvino ha portato alla
sublimazione questa abilità descrittiva di Marco fino a farlo
diventare un creatore stesso di città, i cui nomi sono addirittura
inventati e le quali sembrano essere il frutto del sogno: quasi un
ulteriore dono che gli fa Sandman per l’acqua donatagli da Marco in
questo episodio. III) La
poesia romantica è sicuramente conosciuta da Gaiman. In
quest’ambientazione chiunque che abbia un minimo di rudimenti di
letteratura inglese riconoscerà che Kubla
Khan (1798) di S.T. Coleridge sembra avere qualcosa a che fare con
questo episodio, ma cosa è tutto da scoprire. Nella breve
introduzione che fa Coleridge alla poesia, egli narra di come si sia
addormentato per tre ore dopo i fumi dell’oppio e dopo aver letto
“Purchas His Pilgrimage” (1613) che narrava per l’appunto della
costruzione del palazzo del Kubilai Khan; un sogno, una visione , di
immagini e suoni e colori fu interrotto da un inaspettato visitatore e
il poeta cercò di riportare in versi quello che aveva vissuto in
quegli attimi. I legami con il sogno sono già evidenti, ma
un’interessante teoria di Jorge Luis Borges nel suo Otras
Incuisiciones (1960) li sottolinea ancor di più. Nel saggio
intitolato Il Sogno di Coleridge, Borges dice che vent’anni dopo il sogno (e
la poesia), a Parigi apparve in frammenti una storia universale
persiana, il Compendio di Storie
di Rashid ud-Din (datata XIV secolo) in cui, si può leggere: “Ad
est di Shang-tu, Kublai Khan eresse un palazzo, secondo un piano che
aveva visto in un sogno e che aveva serbato nella memoria” e chi
scrisse questo era il visir di Ghazan Mahmud, un discendente di Kublai.
Citando Borges: “Un imperatore mogol, nel secolo XIII, sogna un
palazzo e lo edifica conformemente alla visione; nel secolo XVIII, un
poeta inglese che non poteva sapere che la fabbrica era nata da un
sogno, sogna un poema sul palazzo. Confrontate con questa simmetria,
che opera con anime di uomini dormienti e abbraccia continenti e
secoli, niente, o ben poco sono, mi pare, le levitazioni, resurrezioni
e apparizioni di libri pietosi. [...]. Al primo sognatore fu concessa
nella notte la visione del palazzo, che poi costruì; al secondo, che
non seppe del sogno dell’altro, il poema sul palazzo. Se lo schema
non viene meno, un lettore di Kubla Khan sognerà, una notte dalla
quale ci separano i secoli, un marmo o una musica (o un fumetto, ndr).
Quell’uomo non saprà che altri due sognarono; forse la serie dei
sogni non ha fine, forse la chiave sta nell’ultimo.” Purtroppo
temo che Gaiman sapeva che gli altri due sognarono, ecco perché ha
solo sfiorato la serie dei sogni. Tornando comunque al nostro
episodio, il passo in cui Rustichello narra del Deserto di Lop, si
legge fra l’altro: “Anche alla luce del sole gli uomini sentono le
voci di questi spiriti. Molte volte sembra di udire la melodia di
tanti strumenti musicali, specie di tamburi, insieme al clangore delle
armi”. Sembra proprio la reazione di Coleridge al risveglio, con il
suo tentativo di riportare non solo la bellezza del paesaggio, ma
anche la violenza (contrasti caldo-freddo, la donna e il suo amante
demone, e le “ancestral voices prophesying war”), i suoni (la
donna abissina), e il tentativo di bere quel latte del Paradiso negato
all’uomo (e forse per questo lo sentiamo più vicino a Lady Delirium
piuttosto che a Sogno). IV) Per un sistema di richiami
interni, questo episodio è collegato a Exiles,
#74 della serie. Tuttavia, a parte il medesimo uso dei Soft Places, mi sembra più funzionale alla serie stessa
(l’incontro con il vecchio e il nuovo Sogno), più che aperta alle
divagazioni su presentate. Ciononostante ammetto che potrebbe ssere
mia ignoranza o cecità culturale che mi impediscono un analogo
studio.
Visti questi numerosi spunti (e chissà quanti altri ce ne
sono), cito per l’ennesima volta Borges: “Per le menti classiche,
l’essenziale è la letteratura, non gli individui. George Moore e
James Joyce hanno incorporato nelle loro opere pagine e frasi di
altri”. Gaiman ha fatto questo pur riuscendo a creare degli
individui: è un classico ed è un moderno che sembra semplicemente
dirci su Sandman, con dei versi di Keats Was it a vision, or a waking dream? Fled is that music: Do I wake or sleep?[2] Bibliografia
Minima Neil
Gaiman, John Watkiss: Soft Places,
Sandman #39, DC Comics e poi raccolto nel volume Fables
and Reflections. Pubblicato in italiano dalla Magic Press sul numero 23 di Il
Corvo Presenta (spero di non sbagliarmi) e ristampata sul volume Favole
e Riflessi. Italo Calvino, Le
città Invisibili, Mondadori Jorge Luis Borges, Altre
Inquisizioni, Feltrinelli Samuel Taylor Coleridge, La Ballata del vecchio marinaio e altre poesie, Newton Compton [1] Era Daniel, il figlio del Sandman Silver Age. Daniele è il nome del profeta che interpretava i sogni di Nabucodonosor nella Bibbia: un’evidente contrapposizione Paganesimo-Cristanesimo sembra delinearsi in tutta la saga, ma questo punto richiederebbe uno spazio e tempo maggiore di una nota. D’altronde lo stesso nuovo Sogno risponde a Caino che lo chiama Morfeo (“Non Morfeo. Non ho diritto a quel nome. Io sono Sogno degli Eterni: nient’altro”) quasi rinnegando la sua matrice classico-mitologica che aveva caratterizzato il suo predecessore per connettersi maggiormente a quello biblico degli Endless. [2] “Ode to a Nightingale” (1819)
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