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I testi originali qui presentati sono stati stesi in
occasione della mostra Immaginare la Costituzione, inaugurata a Modena
il 22 aprile 1998, promossa dal Comitato per il 50° della Repubblica
e della Costituzione della Provincia di Modena, in collaborazione con
l'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea
e il Centro di documentazione donna di Modena. Agli autori è
stato chiesto di riflettere attorno ad otto parole-chiave, scelte per
suggerire una libera riflessione sui valori proposti dalla prima parte
della Costituzione italiana.
Democrazia Franca Bimbi La radicalità del concetto di democrazia presente nella Costituzione deriva da un'idea di cittadinanza inclusiva, che, a sua volta, discende dal rifiuto esplicito di ogni forma di differenziazione (art. 3). Vi si trova la tensione programmatica a dare spazio a quante più opzioni possibili, in termini di opportunità concrete di partecipazione alla vita associata. Con ciò la Carta costituzionale pone l'accento su una concezione del patto sociale e della legittimità politica fondati sulla capacità di ridistribuire, in maniera progressivamente più equa, le risorse simboliche di accesso alla cittadinanza a quanti più gruppi sociali possibili. Questa prospettiva implica, per gli individui associati, la reciprocità del riconoscimento di valore dei rispettivi bisogni e propone la possibilità di realizzare la propria differenza in relazione alla valorizzazione delle differenze altrui. Emerge, nel complesso, un concetto di democrazia relazionale e situata, intesa come programma di estensione delle capacità di riconoscimento tra soggetti portatori di identità culturali differenti; ne risulterebbe depotenziata l'immagine più tradizionale dei cittadini, intesi come individui astratti, indifferenziati ed isolati di fronte al propri diritti e doveri. Per quel che riguarda il genere, l'opzione per questo tipo di democrazia è marcata nella esplicita sessuazione dei diritti politici (art. 48 e 51). Tuttavia, nella definizione dei rapporti etico-sociali e di quelli economici, la Carta contraddice i suoi stessi principi ispiratori. Paradossalmente, ciò che discrimina il genere femminile è dovuto al fatto che le donne, a differenza degli uomini, sono esplicitamente nominate nella definizione dei diritti sociali ed economici: ma la loro specificazione di genere appare fondata sulla supposta vulnerabilità del ruolo materno (art. 31 e 37) e sulla necessità, non reciproca, di funzioni familiari tipicamente femminili (art. 37). Questa immagine della differenza sessuale, costruita attraverso una differenziazione sociale delle donne, introduce un modello sessuato - ma discriminatorio - di accesso alle risorse simboliche di cittadinanza. Il programma di democrazia politica viene contraddetto sul piano dei diritti sociali. La contraddizione palese, tra la sessuazione positiva dei diritti politici e la differenziazione delle donne introdotta nei diritti sociali e del lavoro, sembra venire annullata dallo stile complessivo del testo, che, in generale, tratta i cittadini come individui astratti ed indifferenziati. Se per un verso questa convenzione di universalismo neutro dei diritti e dei doveri - non situato né relazionale - ha reso praticabile lo sviluppo dell'eguaglianza formale tra cittadine e cittadini in questi cinquant'anni, tuttavia essa rischia di svuotare di senso il programma di democratizzazione di genere della vita politica racchiuso negli art. 48 e 50. Parallelamente, la sessuazione discriminante degli art. 31 e 37 ha impedito una lineare legittimazione delle domande di reciprocità rivolte agli uomini ed ha sostenuto la riproducibilità della differenziazione sociale delle donne. Dunque il patto costituzionale risulta, allo stesso tempo, programma di lavoro per una reciprocità di genere e immagine della sua mancanza. Da questo empasse di fondo deriva alle istituzioni politiche un deficit costante di democrazia, alle donne un disagio permanente verso la vita politica. Il femminismo ha dato dapprima voce e consapevolezza al disagio; progressivamente ha fatto emergere la necessità di una prospettiva di genere per la democratizzazione dell'azione sociale e politica. Nel contempo, a livello sociale, denunciando e contraddicendo la differenziazione, le donne presentano una domanda sempre più forte di reciprocità, che investe anche le dinamiche della vita quotidiana. Alla fine del secolo, le donne si sono affermate come individui morali, nella proposizione di un'etica non patriarcale della sessualità e della procreazione, contraddicendo il bisogno di tutela e l'ascrizione biologica dell'identità in cui la Carta le inscrive. Esse appaiono forti nella società, ma deboli nella politica. Infatti le istituzioni politiche identificano i luoghi più tradizionalmente maschili, nei quali prevale un pensiero asessuato, che tende a negare la differenza e l'alterità. Nella famiglia, invece, sembra riprodursi l'ambivalenza presente nella Carta costituzionale: le relazioni di genere si definiscono nel confronto quotidiano tra il passato delle gerarchie patriarcali e il futuro della reciprocità, tra la tensione alla democrazia relazionale e la sua frustrazione. In prospettiva, sono stati i processi di scolarizzazione delle ragazze a sollecitare fortemente la riflessività dei giovani sulle rispettive Identità di genere. Questa dinamica approfondisce le attese di reciprocità e modifica i modelli della comunicazione donna-uomo. Non è un caso, forse, che i quotidiani esercizi di democrazia delle generazioni più giovani si siano prodotti a partire dalla scuola, luogo sempre più segnato dall'autorità delle donne. Dieci passi verso il compimento della democrazia Luce Irigaray Per rendere operanti le intenzioni valide scritte nella Costituzione, propongo di precisare la legislazione anzitutto su questi punti: 1> La comunità è da rifondare su una base civile più chiaramente stabilita per permettere la coesistenza fra le diverse culture che la compongono: il "buon costume", o diritto consuetudinario, non è lo stesso per tutte le tradizioni. 2> La libertà necessita di diritti che tutelino realmente l'integrità fisica e morale delle persone: una violenza sessuale, un danno simbolico, ma anche l'inquinamento dell'ambiente debbono essere considerati come reati non soltanto contro le persone ma contro la stessa democrazia. 3> Una società deve essere organizzata a partire da diritti positivi e da doveri dei cittadini e delle cittadine. La delega di rappresentanza attraverso un voto non basta per il compimento della democrazia, è soltanto un primo passo verso di esso. 4> La democrazia necessita di diritti e doveri che favoriscano le relazioni fra cittadini e non solo la giustapposizione di individui. 5> Se la base della comunità consiste nella relazione fra l'uomo e la donna, questa deve essere regolata da diritti civili appropriati a ciascuno/a, diritti da rispettare in tutti i campi della società, compresa la famiglia. 6> La donna deve raggiungere uno statuto di persona civile e non soltanto naturale con l'aiuto di una legislazione che tuteli la sua autodeterminazione. 7> Il marito o il padre parteciperà al lavoro domestico e alla cura dei figli per garantire la parità nel diritto al lavoro e la dignità del lavoro di casa. 8> E' necessario considerare i figli come persone civili e non come parti o beni più o meno naturali di un'entità familiare poco differenziata. 9> L'istruzione deve tener conto dell'identità sessuata. Deve proporre programmi e mediazioni culturali adatti ai due generi. Deve educare al rispetto sia di se stesso/a sia dell'altro genere, paradigma universale dell'altro in quanto tale. 10> Una cultura della differenza sessuale può diventare una mediazione fondamentale per la costruzione di società multiculturali o multietniche: essa è la sola differenza universale, in realtà non gerarchica, che consente un'articolazione nuova fra natura e cultura possibile a livello mondiale. Parigi, 25 gennaio 98 Lavoro Sergio Cofferati Nell'Italia di cinquanta anni fa la figura-simbolo del lavoratore era, senza dubbio, ancora quella del bracciante, e il lavoro era un bisogno forte, ed irrisolto per moltissimi cittadini, in particolare per i giovani, le donne e, in genere, per chi viveva nelle regioni meridionali. In questo mezzo secolo sono cambiate moltissime cose, il Paese è cresciuto, si è modernizzato, i suoi cittadini hanno condizioni di vita migliori, le diseguaglianze si sono parzialmente ridotte. Il lavoro è cambiato profondamente, e tuttavia rimane ancora un'esigenza primaria ed un problema irrisolto in particolare per i giovani, le donne e, in genere per chi viveva nelle regioni meridionali. Il 1998 sarà, tra le altre cose, l'anno dell'ingresso dell'Italia nell'Unione Monetaria Europea, da lì si aprirà una nuova storia della vita del Paese, anzi dei paesi della vecchia Europa. L'Unione Europea che milioni di cittadini si aspettano avrà una dimensione sovranazionale nella quale la coesione sociale dovrà essere forte e basata soprattutto sul lavoro e su protezioni sociali eque ed efficaci. Dunque il lavoro, la sua qualità, il suo riconoscimento sociale, la quantità di occasioni di impiego, sono e resteranno fondamentali per moltissime persone. La civiltà e la modernità delle nazioni si misurerà certo dalla loro democrazia, ma anche dal sapere e dal lavoro che sapranno creare ed offrire alle giovani generazioni. Quel bracciante dal 1948 ha lasciato, negli anni successivi, il suo posto all'operaio dell'industria che oggi è a sua volta sostituito dal giovane lavoratore parasubordinato, soggetto ibrido che vive nella terra di nessuno che separa il lavoro dipendente da quello autonomo. Questa zona di confine cresce e la persone che la abitano aumentano rapidamente, sorto il nuovo che avanza con caratteristiche diverse dal lavoro e dai lavoratori dei periodi precedenti, ma con l'esigenza anch'essi di essere tutelati e di vedere riconosciuti i propri diritti. Il rispetto dei diritti individuali e collettivi é stato senza dubbio il tratto più importante dell'evoluzione del lavoro e dell'emancipazione dei lavoratori di questi decenni. E' indispensabile, che lo resti anche per il futuro. Erri De Luca All'ora di mensa ci ritroviamo tutti, idraulici, fabbri, elettricisti, muratori, nella baracca del cantiere. Tiriamo fuori dal bollitoio le gavette portate da casa e la stanza si profuma dell'odore grato del mezzogiorno. Con i primi bocconi torna anche la voglia di scambiarsi una parola. Oggi uno ha ricordato il suo servizio militare a Bressanone, lui calabrese di Ionio. "Si giocava a pallone nel cortile della polveriera". Solo lì aveva conosciuto la neve. Ha 47 anni e, oltre a quello, ha fatto solo un altro viaggio, di nozze. E' fabbro come suo padre, com'è già suo figlio che è ancora un ragazzo e non va più a scuola. Siede zitto tra noi adulti ascolta fiero le storie del padre. Lavorano insieme a saldare ringhiere. Qualche notte la fiammella abbacinante dell'elettrodo si riaccende sotto le palpebre e riarde. Succede ai saldatori. E allora è come carta vetrata sopra la pupilla. Stanotte si è alzato alla cieca, sbattendo lungo i muri in cerca del rubinetto per calmare l'arsura degli occhi. La moglie ha tagliato due fette di patate e gliele ha posate sulle palpebre. "Per le nostre ferite i rimedi sono sempre gli stessi, chinino per la malaria, patate per gli occhi cotti dalle saldature". Per il resto della notte il figlio ha vegliato il suo sonno, rimettendogli le fette di patata, per farlo riposare. Poi un muratore racconta di quand'era bambino con la tosse convulsa e in casa non c'erano soldi per le medicine e la madre lo portava dagli operai che cuocevano l'asfalto, perché quei vapori calmavano le crisi. Altri aggiungono le loro storie di rimedi ai mali. Il fabbro ha il bianco degli occhi irradiato di sangue, li lascia socchiusi mentre ascolta. Il figlio li tiene così per il sonno. Qualcuno si addormenta sulle braccia per gli ultimi cinque minuti dell'ora. Si è di nuovo pronti a salire sui piani spalancati del cantiere e fare per l'altra metà del giorno il nostro lavoro, a nascondino col vento d'inverno. Antonella Picchio Il lavoro è il mezzo con cui le donne e gli uomini producono ciò che è necessario, utile, comodo e piacevole per vivere. Esso costituisce, insieme alle risorse naturali, il fondo della ricchezza delle nazioni. Il lavoro è una categoria multidimensionale che si definisce in base a diversi contenuti e a diverse forme di comando. E un'attività del corpo, sia mentale che meccanica, anche se il peso relativo delle energie motorie ed intellettuali impiegate varia a seconda dei lavori. Il lavoro, inoltre, è un'attività sia individuale che sociale perché gesti e significati del lavoro sono radicati nella storia dell'esperienza collettiva e interagiscono in un sistema di divisione del lavoro che richiede regole e convenzioni. La divisione del lavoro deve essere, quindi, collocata in una rete di relazioni personali e sociali che la rendono possibile; l'introduzione di macchine può nascondere e immiserire le relazioni sociali, ma non le può separare dal lavoro umano. Tutte le società umane sono fondate sul lavoro, ciò non significa, tuttavia, che le regole in base alle quali si attua la distribuzione del prodotto sociale siano fondate sul lavoro. La regola apparentemente generale "ad ognuno ciò che ha prodotto" è di impossibile applicazione poiché non si può ridurre a fatto puramente individuale un processo sociale sedimentato nel tempo, nelle prassi e nelle regole collettive. Altrettanto impossibile è trovare regole di proporzionalità oggettive e meccaniche tra distribuzione del prodotto e contributo produttivo. La distribuzione del prodotto implica sempre regole sociali che riflettono rapporti di forza, convenzioni ed idee, storicamente date, di giustizia. La Costituzione italiana pone il lavoro tra i criteri fondanti della società nazionale, con questo intende legare il reddito all'attività lavorativa che rappresenta un titolo di accesso al reddito più democratico rispetto a regole del tipo: "ad ognuno secondo la sua proprietà o il suo potere". La fondazione lavorista della distribuzione del reddito, indicata a livello di legge fondamentale dello stato, rappresenta quindi uno spostamento progressista importante che tuttavia non svela del tutto i rapporti di forza e di potere che regolano la distribuzione del reddito ed i modi in cui esso è prodotto. Il modo in cui la Costituzione norma il lavoro delle donne permette di allargare la visibilità di alcune questioni fondamentali irrisolte che strutturano la divisione del lavoro - pagato e non pagato - la distribuzione del reddito e la relazione tra lavori e responsabilità individuali e collettive. Permette anche di evidenziare alcune tensioni che trovano mediazione nelle leggi solo attraverso la separazione <ETH> politica - delle sfere del mercato del lavoro salariato e della famiglia. Il lavoro risulta, sulla base di queste separazioni giuridiche e simboliche, diviso in: lavoro pagato e non pagato; lavoro scambiato sul mercato in base agli interessi e quello erogato nella famiglia in base alle responsabilità; lavoro di riproduzione sociale delle persone e lavoro di produzione di merci e servizi per il mercato. La tensione tra le due sfere del lavoro per il mercato e quello per la famiglia, viene considerata, anche nella Costituzione, una questione specificatamente femminile alla quale le donne devono dare soluzione nella pratica delle loro vite quotidiane; ciò significa che i conflitti da essa originati vengono considerati personali e chiusi nella sfera domestica. L'esperienza delle donne, tuttavia, mostra la necessità di nuove ricomposizioni e mediazioni a livello della società nel suo complesso, non solo per razionalizzare i tempi di lavoro ed i tempi di vita, ma per ricomporre in modo più armonioso e sostenibile il senso, attualmente contraddittorio, di lavori quantitativamente simili e qualitativamente diversi. Il lavoro di produzione ha per lo più come obiettivo il profitto e, quindi, la svalorizzazione sistematica del valore della vita di lavoratori e lavoratrici; il lavoro di riproduzione domestico ha come obiettivo la qualità e la sostenibilità del vivere. Esso ha come contenuto fondamentale la ricomposizione, o quanto meno l'assorbimento e/o lo scaricamento, delle tensioni profonde che strutturano la relazione tra il mercato del lavoro e la vita delle persone che lavorano, e delle altre con le quali sono in relazione di responsabilità affettiva e materiale. Il modo con cui la Costituzione tratta il rapporto tra lavoro per il mercato e lavoro non pagato nella famiglia risulta datato ed inadeguato alle ristrutturazioni in corso, sia per quanto riguarda gli spostamenti in atto nei rapporti di forza sociale tra uomini e donne che quelli originati dalla crescente deresponsabilizzazione dei mercati e dello Stato rispetto alle condizioni di vita. La sostenibilità del vivere umano non dipende solo da un pacchetto di beni di consumo, ma dalle relazioni personali e sociali, dal senso, dalle regole, dalla sostenibilità delle identità individuali e collettive e del loro svilupparsi. La sussistenza umana, come il lavoro, ha molte dimensioni: materiali, psicologiche, morali e simboliche. La ricomposizione del senso del lavoro come produzione di beni e servizi e della sussistenza umana, intesa in senso storico e dinamico, non è risolvibile intensificando il lavoro di riproduzione sociale delle donne - pagato e non pagato - o aumentando i livelli di violenza "privata"; nel nuovo millennio occorre richiedere una riapertura di contrattazione sociale sul legame tra i modi del vivere della grande massa della popolazione ed i modi della produzione e le regole della distribuzione del prodotto. La ricontrattazione porterà alla formulazione di nuove leggi fondamentali (costituzionali) in grado di riflettere le nuove pratiche e mediazioni. La possibilità di giungere a mediazioni più avanzate e portatrici di livelli più alti di civiltà nella convivenza umana dipenderanno dalla forza politica delle donne che della qualità di tale convivenza sono, storicamente, le ultime garanti. E della soggettività politica di uomini e donne agita direttamente sulle condizioni di vita e sulla tensione tra modi di produzione e modi della riproduzione sociale. Libertà Remo Bodei Ci troviamo di fronte ad un visibile scollamento tra strutture politico-giuridiche e aspettative dei cittadini, che assume l'aspetto di un confuso bisogno di libertà che condensa un insieme di esigenze. Proverò a distinguerne alcune. Si può iniziare dalla prima, della diffusa percezione che la logica della storia, la forza delle cose non conduca più verso un aumento della coscienza della libertà, e che - in un universo policentrico non regolato più, anche a livello internazionale, da Stati guardiani - il tasso di casualità e di imprevedibilità sia cresciuto. Si attenua di conseguenza, in termini soggettivi, anche il senso di una dipendenza diretta del singolo da una realtà distinta dai suoi desideri e aspettative. L'altra ragione per cui il termine libertà è divento una sineddoche, una parte per il tutto, di bisogni diversi è la crisi dello stato sociale. Essa ha portato con sé un antistatalismo per lo più di parata, che vede nello stato solo il soffocamento della libertà, sia politica che economica. I pilastri indispensabili e inaggirabili della democrazia, l'individualismo e il pluralismo, tendono a essere interpretati in maniera perversa come diritto a sottrarsi a forme di legalità condivise e pubblicamente discusse, con una sorte di larvata tolleranza per le piccole e grandi illegalità. Terzo motivo: crescono quelle che il filosofo americano, Roberta Nozick ha chiamato, difendendoli, i no binding commitments, ossia "gli impegni che non impegnano", quelli facilmente revocabili. Di fronte a una simile revocabilità degli impegni, anche i più "sacri", in tutti i campi della convivenza sociale non vi è da scandalizzarsi o da fare ironia, ma da comprendere, da scoprire, soprattutto, da quali motivi dipenda, in generale, la loro intrinseca fragilità. Traducendo questo problema in altri termini, potrebbe sembrare che il concetto di libertà stia andando alla deriva, non soltanto nei confronti della sovranità della legge, quanto nel suo intimo collegamento con i valori della responsabilità e di coerenza, divenuti opzionali. Un simile fenomeno, come spesso capita, però, produce anche il suo antidoto, in quanto cresce parallelamente e contraddittoriamente, se non altro come esigenza, il bisogno di vincoli etici condivisibili che attenuino gli effetti perversi del disimpegno e della tendenziale deresponsabilizzazione. In quarto luogo, la classica separazione tra libertà negativa, riproposta anche da Isaiah Berlin, come difesa di uno spazio privato, di rispetto protetto dall'interferenza dei poteri pubblici, e di libertà positiva intesa come partecipazione, alla vita e alle scelte pubbliche, se non è certo caduta, si è comunque profondamente modificata. Da quando i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la televisione, senza demonizzarla, hanno portato il mondo in casa, hanno reso poroso l'oikos alla polis, si è varcata quella soglia simbolica, sempre esistita, tra lo spazio pubblico e lo spazio privato. Lo spazio privato è stato infiltrato e invaso dall'esterno, nel bene e nel male, ha perduto il suo non sempre splendido isolamento ed è stato costretto a comunicare con il resto del mondo. Oggi molti hanno l'impressione che la democrazia sia stata svuotata dall'interno, che la politica sia diventata soprattutto spettacolo e che il confronto non si faccia più sulla base di argomenti, ma puntando esclusivamente sugli effetti delle capacità retoriche di chi compare sulla scena politica (soprattutto dei media). Vince chi ha maggiore visibilità, senza bisogno di confrontarsi sull'analisi delle situazioni effettive: gli è sufficiente, come accade nel campo della pubblicità, di sentire cosa vogliono gli altri per potere interpretare i loro desideri in modo manipolatorio e per presentare quindi programmi politici in cui agli elettori sembra di sentire l'eco delle proprie idee. In quinto luogo, si afferma un'idea della libertà politica non tanto come ricerca di un accordo, quanto come esclusione degli altri, occupazione delle spoglie del potere da parte dei vincitori politici del momento. Non è, tuttavia, il caso di proporre un semplice fair play tra le parti in lotta. La durezza del confronto e persino del conflitto si può e si deve mantenere. La questione è un'altra: si tratta di chiederci perché non ci si interroga - ora che si parla nuovamente di "nazione" e di "identità nazionale" - sulle ragioni della disidentità - per noi di quella italiana -, sul fatto cioè che molti non si riconoscono in valori comuni perché esiste una lunghissima storia di esclusioni, di negazione di libertà, di negazione di tutte le "generazioni" di diritti (economici, politici, sociali). Per molti la libertà resta un lusso perché prima bisogna vivere secondo necessità. Inoltre, il "regno della libertà" non va atteso, procrastinando e aggiornandolo di continuo, per i secoli futuri. Esso dovrebbe già vivere nell'opera dello strappare e dello strapparsi dal bisogno, dall'oppressione, dall'ignoranza indotta, dai pregiudizi diffusi (a cominciare certo dai propri, che sono quelli meno visibili). Certo che nessuno ha la bacchetta magica, tantomeno la politica e i governi. Forse, anzi, tutto il pathos che poniamo su questi problemi è talvolta proporzionale all'impotenza nel risolverli; forse i margini di manovra sono scarsi per qualsiasi forma di intervento. Ma le differenze tra un approccio di soluzione e un altro continua ad esistere. I mali sociali non sono eterne calamità naturali. Il servizio che si può probabilmente rendere alla democrazia dei contemporanei e dei posteri nel campo della libertà è quello di individuarne le possibili linee di frattura e le zone di fragilità. Per tempo, perché gli eventi scorrono veloci, le aspettative sono oggi in fase decrescente, serpeggia un non ingiustificato sentimento che si possa andare in direzione del peggio, perché quelle pretese di validità incondizionata che certi punti di vista richiedevano e che la democrazia era stata chiamata a rendere compatibili con altri rischiano oggi di riaffermare la propria volontà di sopraffazione e le loro pretese di assolutezza. Ed anche da questo lato la libertà è in pericolo, premuta da forti bisogni di identità non negoziabili, soprattutto, perché portata a riscoprire la sua natura elementare, arcaica ma inaggirabile: libertà è lotta per non dipendere dall'arbitrio di un altro, per non essere servi di nessuno. Lidia Menapace Poche parole destinate a diventare costituzionali si prestano tanto ad essere "immaginate" quanto la parola libertà. Per quelli/e che erano giovani alla Liberazione, ma erano vissuti/e, stati/e educati/e, andati/e a scuola durante il regime fascista, una parola tutta immaginaria, condita di sogni, diritti doveri, espansione attività, invenzione, insomma magica, la più elementare e coinvolgente di quelle che ci avevano indotto a prendere parte alla Resistenza. Il risveglio fu rapido e non indolore, in primo luogo per noi ragazze. La prima riduzione della nostra libertà fu quando discussero (comincia l'uso del plurale impersonale, senza soggetto) se potessimo o no sfilare il 25 aprile 1945 nelle piazze insieme alle formazioni partigiane di cui eravamo state parte. L'opinione di quelli che si erano subito naturalmente costituiti custodi interpreti e dispensatori della libertà altrui, fu che le masse, il popolo, non avrebbero capito la nostra presenza e avrebbero equivocato sulla nostra virtù. Che ci fosse o no non era affare loro, ma la libertà per noi non arrivava fino a potere aver deciso che fare di noi stesse nei due anni terribili della Resistenza, A questa prima delusione si accompagnò quella sul "darci" o "non darci" il diritto di voto, Fui colpita nel profondo quando mi accorsi che alcuni, cioè gli uomini, pensavano per fermo di avere recuperato naturalmente i diritti di cittadinanza, e la libertà politica, ma discutevano se a noi (che avevamo corso gli stessi rischi, e per di più a seguito di una decisione se altra mai libera, perché noi non ebree non eravamo ricercate a motivo delle leggi razziali, e come ragazze non eravamo neppure soggette ai bandi di arruolamento nelle truppe della Repubblica di Salò) gli stessi diritti dovessero essere "dati", non dicevano nemmeno "riconosciuti". Capii allora che libertà è una parola molto astratta sotto cui si possono celare molte sopraffazioni e durezze, distrazioni e scarti. Per questo cominciai ad amare da allora il molteplice, che non si lascia ridurre. Ma deve ogni volta essere declinato per tutti i nomi e tutte le soggettività che si vogliono evocare. Ho preso dunque a parlare pensare scrivere delle libertà delle donne, non della libertà del cittadino. Il discorso suona subito più preciso, situato, contestuale. La libertà del cittadino è definita nella Costituzione in termini consueti e nuovi, ai tradizionali ambiti ottocenteschi si aggiungono i diritti sociali, ecc. Per noi donne, invece, o la copia della libertà scritta per i cittadini o forme specifiche di nominazione. Insomma o la libertà vale per "tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso", art. 3, oppure "la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e ai bambini una speciale adeguata protezione." (art. 37). Come si vede, la libertà per le donne è modellata sui diritti degli uomini: "tutti i cittadini", onnicomprensivo; non si nominano le cittadine, che dunque non sono un soggetto ma una specialità. Le retribuzioni sono pari a quelle del lavoratore e una nuova speciale protezione deve essere garantita per l'adempimento di una funzione specificamente nominata e attribuita (è una riduzione della libera scelta del proprio destino), anche se ironicamente potrebbe essere interpretata come un riconoscimento costituzionale della non essenzialità della funzione maschile nella famiglia. Facevo il mio primo incontro e scontro con lo "specifico", che chiedeva tutela, richiamo particolare, eccezione. Se penso che ci sono voluti in campo internazionale cinquanta anni perché si uscisse dallo specifico e per la riforma della nostra Costituzione non è avvenuto nemmeno nelle proposte della Bicamerale, talora penso che davvero le libertà sono immagini e non acquistano facilmente nemmeno il peso del simbolico. Non per nulla il linguaggio è ancora così di frequente declinato nella versione non inclusiva e le istituzioni e la rappresentanza sono tuttora disegnate sul profilo di uno solo dei due generi che compongono essenzialmente la specie umana e ogni convivenza civile fondata sulla cittadinanza e sulla rappresentanza. Posso consolarmi rammentando che molte discriminazioni giuridicamente prima esistenti e definite sono state cancellate e che nella quarta conferenza delle Nazioni Unite sulla condizione delle Donne sul pianeta (Pechino 1993) si è finalmente dichiarato che "i diritti delle Donne sono diritti umani" in quanto tali, non cioè specificazioni, eccezioni aggiunte ai diritti degli uomini, sono diritti con volto, nome e forme proprie e che "essi sono universali". In fondo, se la Costituzione italiana anche riformata non li contemplerà, potremo sempre fare ricorso o ad organismi europei (dato che lo stato federale europeo sarà il primo nella storia fondato con le cittadine presenti, operanti e votanti) oppure alle Nazioni Unite. Famiglia Franca Chiaromonte "Non più madri, mogli, figlie, distruggiamo le famiglie". Lo slogan, gridato nelle piazze degli anni Settanta da migliaia di donne, esemplifica - è il compito degli slogan - l'affacciarsi di un desiderio femminile: desiderio di autonomia, di autorappresentazione. Desiderio di essere donna prima di ogni altra cosa; desiderio di non viversi, non pensarsi più come "secondo sesso". Desiderio avverato: oggi una donna decide se, come, quando, con chi essere madre e moglie, posto che tutte, ovviamente, siamo figlie di qualcuna e di qualcuno. Eppure, ci dicono le statistiche, la famiglia è viva e vegeta, smentendo le previsioni di chi (David Cooper, per esempio, sempre negli anni Settanta) ne preconizzava la morte di lì a poco. Non solo: sempre le statistiche - coadiuvate dalla nostra esperienza quotidiana del legame sociale - ci dicono che la società è tenuta insieme grazie alle relazioni tra le persone: relazioni gratuite, sottratte sia al mercato sia allo Stato. Relazioni familiari? Sì, anche se non solo. Per definire familiari quelle relazioni che ci tengono al mondo, però, dobbiamo andare oltre, molto oltre, la definizione tradizionale di famiglia. La famiglia non è morta, infatti, ma è cambiata profondamente. Soprattutto l'idea di famiglia, se così si può dire, si concretizza oggi, in una pluralità di forme che rende obbligatorio parlare di famiglie e non più solo di famiglia. Oggi alle donne e agli uomini capita di poter e di dovere scegliere, magari più volte nella vita, il tipo di famiglia alla quale intendono dare vita. O di dover imparare a convivere, entrare in relazione con bambini e bambine che non hanno generato, ma che fanno parte, a tutti gli effetti, del loro nucleo familiare, essendo figlie, figli nati da rapporti precedenti, da famiglie precedenti. Per non parlare degli scenari - attuali, non futuri - aperti - ora, non in futuro - dalle nuove tecnologie riproduttive. Insomma, la famiglia, le famiglie sono sempre meno "società naturali" e sempre più luogo di scelte e, dunque, di assunzione di responsabilità umana. "La Repubblica - recita l'art. 29 della nostra Costituzione - riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio". Certo, questo e altri articoli non hanno impedito l'approvazione del nuovo diritto di famiglia e del divorzio: la Costituzione, infatti, si invera, via via, nella sua interpretazione storica. La Costituzione, però, è anche, forse soprattutto, un racconto: la Carta, infatti, descrive, racconta, appunto, il patto sociale che tiene insieme le donne e gli uomini di un Paese. E allora dobbiamo chiederci se gli articoli che la nostra Carta dedica alla famiglia riescano a descrivere, a raccontare, a includere in un modo soddisfacente i cambiamenti avvenuti nel concreto modo di essere delle famiglie italiane. A me pare di no e, per quanto mi riguarda, la necessità di riflettere su una possibile modifica dell'art. 29 ha a che fare con l'esigenza che la Costituzione sia materia viva, attuale, capace di descrivere, raccontare, includere nel patto sociale - nei diritti e nei doveri che comporta la sottoscrizione di un patto - la realtà concreta, materiale delle donne e degli uomini che di quel patto sono gli artefici, i sottoscrittori, gli attori, le attrici. Nilde Iotti Tra i periodi di più forte tensione morale e politica è da annoverare senza dubbio alcuno, quello della elaborazione della Carta Costituzionale. Quando ebbi la fortuna e l'onore di essere eletta all'Assemblea Costituente e di far parte della Commissione dei 75, a cui fu affidato il non facile compito di redigere materialmente il testo del progetto costituzionale, avevo solo 26 anni, ma, come molti altri Costituenti, avevo l'esperienza della lotta di liberazione, ed ero animata da un radicale rifiuto del fascismo e da una forte volontà di costruire uno stato autenticamente democratico, capace cioè dì riconoscere e tutelare una serie di diritti politici, civili e sociali a tutti i cittadini senza distinzione di sesso, classe sociale o religione. E' fondamentale tenere presento questo se si vuole realmente comprendere come fu possibile durante i lavori della Costituente cementare insieme forze politiche tanto diverse nelle idealità e nei programmi. Ricordo che durante i lavori della prima delle tre Sottocommissioni della Commissione dei 75, che aveva il compito di fissare i principi fondamentali, ossia i diritti e doveri dei cittadini, Corsanego ed io, designati relatori per il tema della famiglia, partendo da posizioni ideologiche diametralmente opposte, cristiana e conservatrice l'una, laica e progressista l'altra, non riuscimmo a trovare un accordo immediato su questioni fondamentali come il rapporto tra stato e famiglia, la tutela dei figli illegittimi, l'opportunità di una affermazione costituzionale della indissolubilità del matrimonio. Ero, e sono tuttora, profondamente convinta che non si potesse affermare, con il Corsanego, che la famiglia avesse un diritto originario imprescrittibile e prioritario rispetto a qualsiasi legge positiva, o che l'uguaglianza dei coniugi e la parità dei diritti tra figli legittimi e illegittimi fosse accettabile solo in linea di principio e non in una costituzione, in quanto avrebbe potuto ledere l'istituto della famiglia sconvolgendone la sua naturale gerarchia. Né tanto mano potevo essere d'accordo a sancire costituzionalmente l'indissolubilità del matrimonio come avrebbero voluto i democristiani e la destra tradizionalista, perché fermamente convinta che tale questione, insieme a quella del divorzio, fosso oggetto dì legislazione ordinaria. Perorai con tutte le mie forza sia la causa della integrale parità di diritti tra donna e uomo, necessaria conseguenza del riconoscimento fattole in campo politico con il diritto di voto attivo e passivo, sia quella della parificazione dei diritti tra figli legittimi e figli illegittimi, nonché quella della inopportunità di affermare in costituzione la indissolubilità del matrimonio. Su quest'ultima si accese un'aspra diatriba, la cui ultima parola fu quella dell'Assemblea Plenaria. L'aula, infatti, grazie ai voti di uno schieramento laico trasversale (comunisti, socialisti, democratici di sinistra e radicali e parte dei liberali) si pronunciò contro la sua affermazione costituzionale. Come risulta evidente, questi forti dissensi necessitarono di un faticoso e paziente lavoro di mediazione a cui diedero un contributo fondamentale personalità di eccezionale rilievo quali Moro, Dossetti, Togliatti ed altri. Tanto lavoro fu ricompensato, comunque, dalla elaborazione di una Carta Costituzionale che è, ancor'oggi, una delle più avanzate e progressive del mondo. Testimoniano bene ciò gli articoli 29 e 31, che aprono il titolo della prima parte della nostra Costituzione dedicato, appunto, ai rapporti etico sociali. Essi hanno l'indubbio merito di rispondere chiaramente a quanto veniva richiesto a noi Costituenti. Definiscono, infatti, la famiglia come una società naturale fondata su un matrimonio non indissolubile che è riconosciuta e tutelata dallo Stato, e sanciscono la perfetta parità tra i due coniugi, ed uguali diritti per i figli legittimi e illegittimi. Un risultato, questo, importantissimo soprattutto se si pensa al silenzio su tale tema dello Statuto albertino e all'arretratezza dell'allora vigente Codice Civile del 1942, dove, solo per fare un esempio, sopravvivevano vetusti istituti come quello del "Pater Familias" e della dote. Pace Paolo Rumiz "Nel '92 a Sarajevo ho visto trecentomila persone marciare per la pace. Fu una sensazione travolgente di civiltà, pensai che il Peggio non sarebbe mai arrivato. Mi sbagliavo, si sbagliavano tutti. La guerra scoppiò egualmente, costruita da una feroce Minoranza. Essa chiarì all'istante il perché di quella grande illusione". "Era accaduto che la maggioranza si era limitata a 'volere la pace', ma non era preparata a 'combattere la guerra'. Non poteva esserlo, per il semplice motivo che della guerra aveva perso il ricordo. Mezzo secolo di retorica su 'fratellanza e unità', e la rimozione di Stato sulle tragedie etniche jugoslave del '41-'45 avevano creato un vuoto pauroso nella memoria nazionale" "Nel '45, nel momento stesso in cui la Germania impostava la rinascita democratica sull'onestà della memoria e quindi sull'accettazione di un'atroce colpa collettiva, la Jugoslavia venne rifondata sulla rimozione. Lo scopo apparente era riconciliare il Paese. Quello reale era costruire sul desiderio di amnesia un castello di amnistie. Questo consegnò al regime le chiavi del senso di colpa del Paese quindi un potere solidissimo fondato sui dossier e sul ricatto. La conseguenza indiretta fu che le memorie della discordia restarono sommerse ed etnicamente divise, quindi non si realizzarono mai. E cinquant'anni dopo <ETH> opportunamente manipolate - divennero il carburante di una nuova guerra". "Nel '48, anche l'Italia si è rifondata su una gigantesca rimozione. Chi, come me, vive sulla frontiera orientale, lo sa bene. Trovati i capri espiatori, abbiamo fatto finta di non essere stati fascisti, di non avere avuto leggi razziali, persino di non avere perso la guerra e con essa dei territori. La guerra fredda, la retorica sugli 'italiani brava gente', l'enfasi resistenziale della nuova classe politica e il desiderio di assoluzione di molti "ex", perpetuarono la finzione. Il risultato è che con enorme ritardo si ammette che le due Italie non si sono mai confrontate e la Resistenza non è un valore nazionale fondante e condiviso". "Sarebbe drammatico se, proprio oggi che quelle memorie cominciano a incontrarsi, una nuova amnesia si spalancasse nella memoria nazionale: quella su Tangentopoli. Essa è stata ed è reato di sistema, condiviso da una parte non trascurabile del Paese. E' illusorio pensare che la Seconda Repubblica possa nascere senza prendere atto di questa memoria collettiva, senza riconoscere che la società civile italiana sarà anche fatta di 'brava gente', ma continua ad avere un debole senso dello Stato. E che l'opzione politica della secessione nasconde in sé una secessione culturale diffusa: quella tra le gente e la Res Publica". "Tangentopoli non può essere scaricata sui soli giudici e nemmeno su alcuni capri espiatori. Se accadesse, finiremmo per essere elusivi sulle nuove regole e persino sui valori che dovrebbero stroncare questo costume. Solo l'onestà di una grande ammissione politica può impedire che il nuovo Statuto - come ha detto qualcuno - possa essere condizionato dal ricatto degli indagati". "Solo il riconoscimento di una colpa diffusa può impedire che l'affermazione dei valori diventi retorica e la parola Costituzione continui a generare incontenibili sbadigli nella popolazione scolastica italiana. Non basta più volere la pace, bisogna anche imparare a conoscere la zizzania. E allora, specie in un momento in cui l'unità dei Paese è messa in discussione, dobbiamo ricordare che, a generare mostri, non c'è solo il sonno della ragione, ma anche la voglia di dimenticare". Daniele Scaglione Come è ben noto, il testo finale della Costituzione della Repubblica Italiana fu votato il 22 dicembre 1947, ed entrò in vigore il 1 gennaio successivo. E' anche noto che il 10 dicembre 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò solennemente la Dichiarazione universale dei diritti umani. Circa un anno, dunque, separa la nascita di questi fondamentali documenti. Il primo ci riguarda, come è ovvio, in quanto cittadini italiani, mentre il secondo ci deve interessare in quanto cittadini del mondo. Si tratta di due documenti con molte affinità. Sebbene la costituzione sia molto più lunga della dichiarazione (138 articoli contro trenta), entrambi hanno la funzione di sancire i principi essenziali per la convivenza pacifica degli esseri umani. Entrambi sono stati scritti da persone che avevano vissuto il dramma della seconda guerra mondiale e che volevano girare pagina. I primi articoli della nostra Costituzione sembrano pari pari ripresi dai trenta articoli della Dichiarazione: sanciscono la pari dignità, la fine delle discriminazioni di sesso e di razza, la libertà religiosa, promuovono lo sviluppo delle attività culturali ed educative, affermano il diritto alla pacifica associazione, alla vita privata. Le cose, però, in questi cinquant'anni non sono andate né come scritto nella nostra Costituzione, né come sancito dalla Dichiarazione. Migliaia e migliaia di esseri umani hanno perso la libertà solo a causa delle proprie idee, subiscono punizioni crudeli, non sono protetti dalla miseria. Al giorno, per malattie facilmente curabili, muoiono più o meno 35.000 bambini. In almeno un paese su sei vi sono conflitti armati, che sono diventati sempre più feroci nei confronti dei civili, colpiti non perché Ósi trovavano al posto sbagliato nel momento sbagliato", ma in quanto bersagli deliberatamente prescelti. Le ragioni di questo fallimento sono molte, e la loro analisi è complessa. Ma è certo che troppi hanno disatteso gli impegni presi. La Dichiarazione è stata approvata dai governi delle Nazioni Unite e lo stesso è accaduto per molti altri importanti documenti internazionali sui diritti umani; governi che, nel momento stesso in cui prendevano questi impegni, erano responsabili di loro violazioni. Anche L'Italia ha da rimproverarsi diverse inadempienze. Gli alti principi sanciti nella nostra Costituzione avrebbero richiesto buone leggi, per essere concretizzati, ma spesso queste non ci sono state e, talvolta, pur essendo state realizzate, non sono state rispettate. Esemplare è il caso dell'asilo politico. L'art. 10 comma 3 della Costituzione recita che "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge". Questa legge, ancora oggi non esiste. Ora vi è una proposta presentata dal governo Prodi, che, dal punto di vista di Amnesty International, deve ancora essere migliorata. Sino ad ora, comunque, l'Italia ha tenuto politiche del tutto insoddisfacenti in tema di diritto d'asilo, realizzando, in risposta a situazioni d'emergenza, soluzioni talvolta rispondenti al dettato della Costituzione e della normativa internazionale sul diritto d'asilo, ma il più delle volte violanti questi stessi documenti. Altra grande assente è la legge sull'obiezione di coscienza. Dovrebbe esistere una normativa che riconosca in pieno questa forma di libertà di pensiero ma, purtroppo, ancora oggi l'unica legge in vigore è la 772, del tutto inadeguata, per quanto "corretta" da alcune sentenze della Corte Costituzionale. Esempio di una buona legge in difesa dei diritti umani, purtroppo violata nella prassi, è la 185 del 1990, che regola il commercio delle armi. L'articolo 1 di questa legge dispone che non vengano vendute armi ai paesi in stato di conflitto armato. Ma in questi otto anni, l'Italia ha venduto armi all'Algeria, all'Albania, alla Turchia, e ad altre nazioni dove guerre e guerriglie sono in corso. Proprio in questi mesi Amnesty International ha lanciato una campagna a sostegno del codice di condotta europeo per il commercio delle armi che, tra le altre cose, tende a responsabilizzare maggiormente i parlamenti nazionali nel controllo della vendita dei prodotti dell'industria bellica del proprio paese. In chiusura è bene ricordare un grande appuntamento, che mette l'Italia in primo piano nella difesa dei diritti umani. A Roma, dal 15 giugno al 17 luglio 1998, nel palazzo della FAO, si terrà la conferenza diplomatica dell'ONU per istituire un tribunale internazionale contro i gravi crimini. Uno dei nemici più pericolosi dei diritti umani è l'impunità. Le vittime dei soprusi si contano a milioni, i colpevoli condannati per averli commessi sono dell'ordine delle decine. Le dittature sudamericane hanno fatto sparire decine di migliaia di persone, i regimi del blocco socialista hanno incarcerato altrettante persone per le loro opinioni. Né in un caso, né nell'altro, la giustizia è stata in grado di colpire chi ha voluto questi soprusi, chi li ha diretti e chi li ha eseguiti. Oggi la situazione non è troppo cambiata: le persone vengono uccise per le strade da squadroni della morte che operano sotto il controllo dei governi, le carceri sono piene di esseri umani che vengono torturati, centinaia di migliaia di donne vengono stuprate da decine di uomini. Queste violazioni continueranno finché chi le commette non sarà chiamato a rendere conto del suo operato. E se i governi non sono capaci di portare i responsabili di fronte alla giustizia, o non vogliono farlo, deve esistere un organismo sovranazionale in grado di intervenire. Il tribunale, che noi vogliamo efficace, indipendente e dunque libero da ogni condizionamento politico, dovrebbe servire proprio per questo. Naturalmente ottenerlo nelle forme e nei modi corretti non sarà facile, perché più governi cercheranno di realizzare uno strumento non troppo "scomodoÓ. Attualmente nessuno stato ha il coraggio di protestare apertamente contro l'istituzione di tale tribunale, ma c'è già chi richiede, ad esempio, di vincolarne l'azione all'assenso del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nonostante questo porterebbe all'assurdo di una magistratura dipendente dal potere politico. Per evitare questi "indebolimenti" sarà necessario tenere gli occhi ben aperti, durante i lavori della Conferenza. Amnesty International, insieme ad oltre 200 organizzazioni non governative, sta monitorando da tempo i lavori preparatori di questo forum e anche in questa occasione sarà presente. Popolo Renzo Imbeni Le Costituzioni democratiche moderne affermano con solennità che la sovranità appartiene al popolo. E' nel nome del popolo che viene proclamata una sentenza di innocenza o di colpevolezza. Quando si conosce l'esito del voto, chi perde fa le congratulazioni al vincitore accettando la volontà popolare. E sulla base di questa volontà popolare gli eletti (deputati, senatori, consiglieri o sindaci, e presidenti) cominciano ad esercitare le loro funzioni e ad assolvere i loro doveri nelle varie istituzioni (Parlamenti, Assemblee, Consigli, Governi). Fin qui tutto bene. Sovranità popolare, volontà popolare, giustizia amministrata in nome del popolo hanno un segno positivo, profumano di libertà, danno fiducia. Si può vivere sereni. Non è tutto, ma è l'a b c della democrazia. Però. Ecco, come sempre, c'è un però. E si tratta dell'uso antidemocratico, dittatoriale, totalitario del popolo. Il popolo ridotto ad una somma indistinta di individui. Il Popolo d'Italia era il giornale di Mussolini. Il Quotidiano del Popolo è il giornale del Partito Comunista Cinese. E in entrambi i casi siamo agli antipodi della democrazia. Prima di arrivare a questo abuso assoluto del popolo ci sono moltissime sfaccettature. Se chi governa dice con naturalezza e modestia "il nostro popoloÓ, non c'è da preoccuparsi. Se dice "il popolo" e poi aggiunge la nazionalità, possiamo trovarvi il segno di una tradizione o di una costruzione linguistica più corretta. Se insieme al popolo spuntano le parole Dio e patria conviene invece aguzzare gli occhi e drizzare le orecchie: dietro l'angolo c'è confessionalismo e nazionalismo. E si tratta di nubi nere piene di guai come guerre, intolleranza, dittature. Conviene diffidare di chi esalta le virtù di un popolo perché di sicuro è pronto ad attribuire ad altri popoli i vizi. Tutte le volte che in nome di un popolo il linguaggio viene semplificato in "Noi e gli altri" è opportuno accendere la lampadina. In democrazia nessuno può parlare in nome del popolo, arrogandosi una funzione che nessuno gli ha dato. Interpretare ciò che vuole il popolo appartiene alla libertà di ciascuno, società di sondaggi, presentatore televisivo, segretario di partito. Ma ciò che vuole il popolo lo dice il popolo stesso quando vota e, tra un voto e l'altro, attraverso coloro che sono stati eletti. Chi si riempie la bocca di democrazia diretta spesso è uno che quando chiede i voti del popolo non li ottiene o li ottiene in misura molto scarsa. La democrazia non è popolare, è rappresentativa. L'altra, quella diretta, è un'illusione, una trappola per ingenui o una delle tante strade che puntano all'abolizione della democrazia. La gente ha ragione! Il popolo non ne può più! La giustizia del popolo! Questo è un linguaggio pericoloso. Il popolo non c'entra nulla. C'entra solo la volontà di qualcuno di cavalcare una situazione per rafforzare il proprio potere. La sovranità popolare viene ridotta ad uno sgabello del populismo. Ogni epoca ha avuto i suoi populisti. Ieri più di oggi per fortuna. Tuttavia, poiché la madre di tutte le stupidità è sempre gravida, conviene stare all'erta. Il vaccino è noto: perché dalla sovranità del popolo non si degeneri nel populismo serve una democrazia con le sue regole e leggi, i suoi istituti, la divisione e l'equilibrio dei poteri e il rispetto dei diritti di ciascun cittadino. Il cittadino non è proprietà dello Stato; la donna non è proprietà dell'uomo, il figlio non è proprietà dei genitori. Quando i diritti di ogni persona, uomo, donna, bambino, non saranno più indeboliti da una concezione patrimoniale ancora troppo diffusa, i rischi del populismo saranno ridotti. E se ai giorni nostri ci capita qualche volta di leggere "il popolo dei fax" potremo sorridere pensando alla pigrizia di chi fa il giornale piuttosto che allarmarci. Bologna 9 marzo 1998) Solidarietà Filomena Pietroantonio L'immagine di una giovane volontaria che aiuta una donna africana a sollevarsi da terra può rappresentare efficacemente lo spirito di solidarietà che é alla base delle azioni di un'organizzazione umanitaria internazionale quale é Medici Senza Frontiere (MSF). I principi che animano MSF si ispirano all'atto medico in quanto capace di essere d'aiuto alle popolazioni nel momento del bisogno inteso come malattia, mancanza di assistenza sanitaria, situazione di pericolo. La prossimità all'uomo che soffre si esprime innanzitutto come sensibilità e apertura nei confronti di realtà diverse da quella nella quale viviamo, si sviluppa attraverso un'assistenza sempre più efficace e qualificata, senza perdere di vista l'oggetto delle cure, che é l'essere umano in una situazione precaria, si concretizza e diventa autorevole nei confronti delle autorità civili e dell'opinione pubblica mediante la testimonianza e la denuncia delle violazioni dei diritti dell'uomo. La presenza nelle urgenze, nel corso di catastrofi naturali e umane, carestie, guerre, situazioni di emarginazione e di degrado sociale é una caratteristica distintiva di Medici Senza Frontiere che da oltre 25 anni é presente sul terreno con competenza e professionalità crescenti. L'organizzazione nasce dall'entusiasmo di un gruppo di giovani medici ed infermieri francesi che, nel corso della gravissima carestia del Biafra, di storica memoria, vollero creare una realtà umanitaria in grado di rispondere prontamente alle situazioni di emergenza, senza alcuna discriminazione di razza, religione, credo politico, nell'osservanza di una stretta neutralità e imparzialità, in nome dell'etica medica universale e del diritto all'assistenza umanitaria. La dinamicità dell'associazione, animata costantemente dallo spirito di solidarietà con i più deboli e dall'entusiasmo giovanile si ritrova come motivo di fondo che ispira le attività svolte nel corso degli anni in un numero crescente di Paesi, attualmente 83, inviando nell'ultimo anno più di 2.200 volontari che hanno lavorato a fianco di circa 18.000 operatori locali. E' evidente come la solidarietà sia una forza trascinante e costruttiva che trasforma una piccola realtà nata dalla felice intuizione di un gruppo di volontari nella prima organizzazione privata di assistenza medica nel mondo. Ma solidarietà é anche l'espressione di quella tensione interiore che motiva un volontario a rinunciare ai privilegi del proprio mondo ricco, opulento e partire sul terreno, a difendere i diritti elementari violati: il diritto alla vita, all'assistenza sanitaria, ad una alimentazione adeguata, all'istruzione, alla pace perché convinto che valga la pena di lottare in prima persona per un mondo più giusto e non accontentarsi di essere nato nella parte "giusta" del mondo. Solidarietà é vivere la difficoltà di accettare l'altro che é diverso per colore della pelle, cultura, tradizioni e superarla lavorando insieme per un obiettivo comune, raggiungendo gradualmente la consapevolezza che le barriere di diffidenza che ci separano sono in realtà solo il frutto dell'ignoranza e della mancanza di comunicazione e che ci si può sentire vicini e compresi da un infermiere sudanese che é orgoglioso di lavorare per migliorare lo stato di salute del proprio popolo, martoriato dalla guerra, con la stessa intensità dei nostri amici di sempre e forse anche di più. Solidarietà é lavorare a fianco della popolazione, costruire insieme strutture e modalità di azione con la convinzione che la garanzia di continuità é riposta negli operatori locali, che tanto più il nostro intervento é valido quanto più le persone che noi aiutiamo assumono un ruolo attivo nel processo di ricostruzione. Solidarietà é scegliere di denunciare di fronte alla società civile la difficoltà crescente di raggiungere le vittime, il fenomeno del raggruppamento forzato delle popolazioni, la perdita dei rispetto della neutralità dell'aiuto umanitario che é causa di gravi problemi di sicurezza per i volontari, le responsabilità di coloro che hanno perpetrato crimini contro l'umanità senza tuttavia distinguere tra vittime "buone" e "cattive", ricercando al medesimo tempo di ottemperare al giuramento di Ippocrate e di evitare la strumentalizzazione dell'aiuto umanitario, nell'intento di rendere il gesto medico uno strumento in grado non solo di curare la malattia, ma anche di modificare le logiche di potere che producono costantemente la sofferenza e lo stato di bisogno di gran parte della popolazione mondiale. Roma, 20 febbraio 1998 Uguaglianza Adriana Cavarero Se davanti al tribunale di Dio tutti gli esseri umani sono uguali è perché Dio non discrimina, giudica imparzialmente. Questo è l'unico senso possibile dell'uguaglianza: la non discriminazione. Nel mondo in cui viviamo la discriminazione dunque è un fatto: per questo la Costituzione parla dell'uguaglianza. Ci sono state, ci sono differenze che contano negativamente sul piano dei diritti. Per porvi rimedio, il moderno principio di eguaglianza dice che tutti i cittadini sono uguali. Tutti gli uomini sono uguali, si diceva all'inizio, quando l'uguaglianza per la prima volta fu teorizzata. Cittadini è un termine che specifica l'ambito di applicazione del principio ma, per via del suo genere maschile, non ne modifica lo spirito. Perché lo spirito della sentenza era chiaro: tutti gli uomini voleva proprio dire tutti gli uomini, escluse le donne. Poi la Storia è andata avanti verso l'universalizzazione formale dei diritti. E così si è detto: tutti gli uomini sono uguali, incluse le donne che, nonostante siano donne, sono da considerarsi uomini agli effetti del diritto. Il diritto pensato dagli uomini per gli uomini si è esteso alle donne. La forma del principio di eguaglianza ha dichiarato che la differenza sessuale femminile non doveva contare come forma di discriminazione. Non più escluse dal diritto maschile bensì in esso assimilate, esse sono diventate delle cittadine la cui differenza c'è ma è come se non ci fosse, non conta. Conta parecchio, invece. Tutti sanno che le finzioni, come le bugie, hanno le gambe corte. Al trucco insito nella forma è conseguito il fallimento dell'applicazione nella sostanza. Di fatto, le donne sono ancora discriminate. All'uguaglianza formale corrisponde una diseguaglianza sostanziale. La realtà della sostanza rivela l'errore logico della forma. Perché c'è appunto un formidabile errore nel fingere che le differenti siano uguali ai medesimi. La discriminazione delle donne non è un accidente storicamente rimediabile con un po' di buona volontà e santa pazienza, bensì un elemento già iscritto nella logica maschile che informa il principio. Finché il principio è pensato dagli uomini per gli uomini, il mondo realissimo dei fatti non può che ribadire che le donne sono donne e non uomini. Se la non discriminazione è l'unico senso possibile dell'uguaglianza bisognerebbe dunque ripensare lo spirito del principio. Sottrarlo all'economia discriminatoria del medesimo ed aprirlo all'ordine simbolico della differenza. Bisognerebbe, insomma, avere il coraggio di far corrispondere la forma del diritto ai fatti elementari del mondo, piuttosto che pretendere il contrario. Perché i differenti possono dirsi per certi versi uguali solo ce rimangono differenti. L'uguaglianza non è una vecchia promessa non ancora mantenuta, ma la grande scommessa di una diversa politica. Franco Grillini La storia dell'uguaglianza giuridica nei paesi occidentali è la storia della sua progressiva estensione ad ambiti e problematiche sempre più vasti. Non è un caso che le stesse formule del Bill of Rights della Costituzione degli Usa, rimaste formalmente invariate per due secoli, intese dapprima per assicurare formalmente la parità di diritti fra i coloni bianchi maschi, siano state invocate nel corso dei decenni per estendere, con successo, quei diritti a sempre nuove categorie di soggetti: non più solo gli appartenenti a confessioni religiose minoritarie o i seguaci di dottrine politiche eterodosse, ma le donne, i neri, i nativi, i minori. E, da qualche anno, gli omosessuali. L'uguaglianza giuridica dei cittadini, imposta dalle norme costituzionali, implica, nei paesi in cui esiste il controllo di costituzionalità delle leggi ordinarie, che il legislatore sia obbligato a trattare in modo identico situazioni giuridiche identiche, e a trattare in modo differenziato situazioni giuridiche differenziate. Se la legge pone delle disparità di trattamento fra i destinatari delle sue norme, tali discriminazioni devono rispondere a irragionevolezza: la ragione della disparità di trattamento non può consistere nella discriminazione contro un gruppo sociale. Spesso tale discriminazione non è neppure nelle intenzioni del legislatore, o non è neppure prevedibile al momento dell'approvazione della legge. In tali casi spetta al giudice di costituzionalità impedire che le leggi producano discriminazioni fra i cittadini. E' evidente come l'evoluzione della coscienza sociale faccia si che comportamenti che un tempo non venivano considerati discriminatori lo divengano alla luce di una più matura coscienza diffusa. Un tempo sembrava ai più naturale che molti diritti riconosciuti ai maschi bianchi adulti non venissero riconosciuti alle donne, ai neri, ai minori. E questo è ancor oggi naturale per molte culture diverse dalla nostra. Così, fino a pochi anni or sono, quando l'omosessualità veniva considerata un vizio o una malattia dalla naturale intolleranza degli uomini (la tolleranza è il frutto, pur sempre precario, che la nostra civiltà ha prodotto a partire dalle guerre di religione), pareva assolutamente ovvio che gli omosessuali non potessero pretendere pari dignità sociale - per usare un'altra formula della nostra Costituzione - o uguaglianza di trattamento per le proprie famiglie. Allo stesso modo ancor oggi i più ottusi nazionalisti postfascisti affermano di non vedere la necessità di leggi di tutela delle minoranze linguistiche: come gli italiani sono liberi di rivolgersi agli uffici pubblici in italiano, si argomenta, anche gli sloveni del Friuli-Venezia Giulia o i tedeschi di Bolzano dovrebbero essere ugualmente liberi di rivolgersi agli stessi uffici in italiano (tanto lo conoscono tutti). In un caso del genere appare evidente a (quasi) tutti il carattere sofistico del ragionamento: chi sia di madre lingua slovena o tedesca non è affatto tutelato nella sua parità di diritti e nella sua dignità sociale se è libero di rivolgersi agli uffici in italiano, utilizzando cioè una lingua magari conosciuta ma diversa dalla propria lingua materna. E non è messo su un piano di parità con gli altri cittadini, per i quali l'italiano è la lingua materna. In questo appunto consiste il principio secondo cui situazioni giuridiche diverse devono essere trattate in modo diverso perché il principio di uguaglianza formale fra i cittadini sia rispettato. Allo stesso modo, non si può affermare che il principio di uguaglianza è rispettato, se ai cittadini omosessuali è riconosciuto il diritto, identico a quello riconosciuto ai cittadini eterosessuali, di formare le proprie famiglie sposandosi con persone di sesso opposto al proprio: di un tale diritto i cittadini omosessuali non sanno che farsi, perchè la loro ascritta identità personale li ha posti nella condizione di potersi sposare, se gliene capita l'occasione, solo con persone del proprio stesso sesso. Riconoscere ai cittadini omosessuali il diritto di sposare persone del sesso opposto al loro significa negare loro il diritto di formare le loro famiglie. O almeno significa negare loro la stessa libertà di scegliere quale regolamento giuridico attribuire ai loro rapporti giuridici e patrimoniali con il partner e con la famiglia di origine, e significa negare loro la pari dignità sociale. L'uguaglianza fra i cittadini richiede anche norme che tutelino contro le discriminazioni che li dovessero ingiustamente colpire. La legge italiana, come quelle di tutti i paesi europei occidentali, vieta che i cittadini siano discriminati sulla base dell'appartenenza religiosa, delle opinioni politiche, della lingua, dell'etnia, della razza o del sesso (la Costituzione aggiunge e di condizioni personali o sociali: l'omosessualità non è forse una condizione personale?). Risulta da tutti i sondaggi di opinione effettuati negli ultimi anni che gli omosessuali sono una delle categorie minoritarie nei confronti delle quali sono ancor'oggi (sia pure molto meno di un tempo) radicati vigorosi pregiudizi: ciò è probabilmente dovuto anche al fatto che pochi italiani sospettano quanti fra i loro conoscenti, colleghi e vicini di casa sono omosessuali che esitano a farlo sapere proprio a causa della persistenza di tale pregiudizio. Ebbene, il Parlamento italiano non ha ancora provveduto a integrare le vigenti disposizioni antidiscriminatorie con l'esplicita previsione del divieto della discriminazione motivata dall'omosessualità e con la previsione delle stesse sanzioni civili e penali che proteggono contro la discriminazione fondata sulla razza, le opinioni politiche, la confessione religiosa, la lingua, il sesso. O forse il divieto già vigente di discriminazioni fondate sul sesso dovrebbe intendersi anche rivolto a vietare discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale? Indubbiamente si, almeno in materia amministrativa e civile (in materia di repressione penale delle discriminazioni servono invece leggi inequivocabilmente univoche): la differenza di sesso e quella di orientamento sessuale sono, come quella razziale (e più di quelle politiche o religiose che dopo tutto sono oggetto di scelte volontarie da parte degli interessati), differenze ascritte, che cioè non sono oggetto di scelta ma di constatazione da parte degli interessati (di essere omosessuali ci si accorge, non lo si sceglie). La discriminazione contro gli omosessuali, essendo esplicitamente ed esclusivamente determinata da una mera condizione personale, e cioè da un carattere intrinsecamente proprio della loro identità personale, appare concettualmente del tutto identica a una discriminazione basata sulla razza o sull'appartenenza etnica o di genere. In questo senso, l'uguaglianza e il divieto di discriminare gli omosessuali possono già ora essere fatti valere, almeno per i casi più gravi ed evidenti, per via giurisdizionale, nella perdurante inerzia del Parlamento, e questa è in effetti la via già in gran parte percorsa anche in altri paesi occidentali. E tuttavia un intervento legislativo del Parlamento è necessario, non solo perché sanzioni penali (come quelle che oggi puniscono la discriminazione fondata sulla razza, la lingua ecc.) possono essere introdotte solo da nuove leggi, ma anche perché i giudici difficilmente potrebbero trovare il coraggio e il consenso necessari per applicare il principio costituzionale di eguaglianza fino alle sue logiche conseguenze. In Italia i prossimi passi per allargare l'area delle libertà, dell'uguaglianza giuridica dei cittadini e per impedire vergognose discriminazioni sono costituiti dall'approvazione di una legge antidiscriminatoria e di una legge che riconosca, accanto alle tradizionali famiglie fondate sul matrimonio eterosessuale, piena uguaglianza di trattamento per le famiglie che anche gli omosessuali vogliano costituire. Miriam Mafai L'uguaglianza non esiste in natura (nemmeno due gemelli omozigoti sono uguali), ma, sognata fin dall'antichità dagli esclusi e temuta dai privilegiati come una eresia e una minaccia, si è andata via via affermando negli ultimi due o tre secoli (dalla Rivoluzione inglese e da quella francese) come una costruzione della ragione, una affermazione di principio da tradursi in affermazioni solenni e apposite leggi. La democrazia si costruisce tutta sul principio di uguaglianza, il fascismo lo rifiuta, il socialismo lo esalta e lo tradisce. La nostra Costituzione, nata dalla sconfitta del fascismo, sancisce nel suo articolo 1 il principio democratico, nell'articolo 2 quello di libertà, nell'articolo 3 quello di uguaglianza. La democrazia è dunque un sistema nel quale, attraverso l'esercizio della libertà, si tende a realizzare il principio di uguaglianza e "Tutti i cittadini" detta quell'articolo "hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Fu una parlamentare socialista, Tina Merlin, a volere che venisse Indicata come la prima tra le possibili distinzioni e discriminazioni, quella sessuale. Ma porta l'impronta di una donna anche il secondo comma di questo articolo, che detta: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Fu Teresa Mattei, una giovanissima deputata comunista, a volere e imporre quel termine "di fatto", una specificazione che trasforma l'eguaglianza formale in sostanziale, dando il massimo di respiro e prospettiva ideale a tutto l'art. 3. Da allora, e grazie anche e quell'inciso, l'affermazione della eguaglianza si è sostanziata, o può sostanziarsi, anche in provvedimenti differenziati che garantiscano la promozione di gruppi che sono in partenza avvantaggiati, dal punto di vista economico, sociale culturale. (Sta qui la base teorica delle politiche di "pari opportunità" a favore delle donne) Il principio di uguaglianza è un processo che, con il finire del secolo, tende a investire sempre nuovi paesi (non tutti, però) e, in ogni paese, tende a estendersi verso gruppi che ne erano precedentemente esclusi. (Un esempio per tutti : quanto è "uguale" un immigrato, oggi in Italia?) Ma non si tratta di un processo indolore, perché l'uguaglianza costa. E da quando abbiamo inteso estenderla non solo al diritti politici e civili ma anche ai diritti sociali, il prezzo di questa uguaglianza è cresciuto, e può accadere peraltro che appaia o sia troppo elevato rispetto alle risorse di cui dispone una società. Stiamo vivendo in Italia uno di questi passaggi, estremamente delicato. Il principio di uguaglianza, infatti, è un principio da maneggiare con estrema cautela, se non si vogliono determinare fratture capaci di mettere a rischio la "coesione sociale", quel bene che ci fa riconoscere tutti cittadini di una stessa società |
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