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LA GRANDE GUERRA

1959
ORIGINE: Italia - Francia
REGIA: Mario Monicelli
SCENEGGIATURA: Age e Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Mario Monicelli
FOTOGRAFIA: Giuseppe Rotunno
SCENOGRAFIA: Mario Garabuglia
MUSICHE: Nino Rota
MONTAGGIO: Adriana Novelli
INTERPRETI: Alberto Sordi (Oreste Jacovacci), Vittorio Gassman(Giovanni Busacca), Silvana Mangano (Costantina), Folco Lulli (Bordin), Berdard Blier (Cap. Castelli), Romolo Valli (Ten. Gallina), Livio Lorenzon (Srg. Battiferri), Mario Valdemarin (Sottoten. Loquenzi), Nicola Arigliano (Giardino), Tiberio Murgia (Rosario Nicotra), Ferruccio Amendola (De Concini), Vittorio Sanipoli (Mag. Venturi), Elsa Vazzoler (sig.ra Bordin)
PRODUZIONE: De Laurentiis (Roma) - Gray Film (Paris)
DURATA: 135’

"Ho narrato la grande guerra dal punto di vista dei soldati qualunque, dei tanti poveri diavoli che furono trascinati al combattimento senza vocazione alcuna" è quanto ha dichiarato Monicelli che con questo film si conferma il regista tematicamente più coraggioso e innovativo del cinema popolare italiano. Ne “La grande guerra” Monelli sintetizza, con straordinaria abilità una serie di suggestioni che invitavano ad una riflessione sugli eventi bellici e che avevano decretato il successo di Orizzonti di gloria (Kubrick), di Attack! (Aldrich), de Il ponte sul fiume Kwai (Lean). Anche in Italia era nata l’esigenza di una revisione critica delle vicende nazionali, testimoniata, tra l’altro, dalla quasi contemporanea messa in cantiere di Il generale Della Rovere di Rossellini, vincitore ex-aequo proprio con La grande guerra del Leone d’oro a Venezia.
Ambientato sul fronte italiano del 1915-1918, il film narra le vicende di due fanti, il romano Oreste e il milanese Giovanni, che chiamati ad una guerra di cui non sanno vedere la ragione, fanno il possibile per potere salvare la pelle, aiutati dall’astuzia e dalla fortuna. Durante la ritirata di Caporetto restano isolati in una stalla e vengono catturati dagli austriaci. Potrebbero salvarsi , rivelando dove si trova un ponte di barche ma, una parola offensiva del capitano austriaco che accenna alla facilità con cui si possono strappare informazioni dai prigionieri italiani, spinge Giovanni ad un inatteso atto d’orgoglio. Verrà fucilato insieme ad Oreste, che tenta fino all’ultimo la commedia di chi non sa nulla.
Raccontando le vicende di due accattivanti prototipi dell’arte di arrangiarsi, Monicelli calibra con grande sapienza l’alternanza della commedia e della tragedia, dei ritmi gioiosi della vita e di quelli coralmente dolenti della morte. Il suo è un film insieme epico e comico.
I lunghi piani sequenza ad immagine fissa dedicati ai suoi splendidi interpreti lasciano lo schermo ai carrelli laterali che descrivono le marce dell’esercito, le pause di corale solidarietà tra soldati che parlano i dialetti più diversi, le drammatiche uscite dalla trincea sotto il fuoco delle mitragliatrici nemiche.
Più che alla descrizione cronachistica della STORIA, La grande guerra lascia spazio alla sua libera messa in scena, facendo così esplodere su quel tragico sfondo un fuoco d’artificio di invenzioni cinematografiche .

Da: Lino Lionello Ghiraidino, Il cinema e la guerra, Maccari, Parma, 1965
Aldo Viganò, Storia del cinema, Commedia italiana in cento film, Le Mani, 1995


Estratti di recensioni del film alla sua uscita

RIVISTA DEL CINEMATOGRAFO, 4 ottobre 1959, pp. 293-294
Il film di Monicelli non è un affresco sul primo conflitto mondiale. La vera "partenza" del film fu, anche se non si cita nei titoli di testa, un rac-conto ottocentesco e non italiano, "Les amis" di Guy de Maupassant. E due più che amici, compagni, provvisti cioè d'un loro chiaro disegno psicologico e capaci di svilupparlo alle prese con una situazione drammatica. La situazione che aggredisce i personaggi e li pone allo scoperto, inducendoli a quelle scelte grandi e definitive in cui un uomo svela la sua anima, è appunto la prima guerra mondiale quale fu combattuta dai fanti italiani sulle sponde del Piave.
[…] Una volta, in un film del genere, lo sfondo guerresco avrebbe avuto solo significato spetta-colare, di "colore"; oggi è integrante, è necessario: i personaggi non vivono nel vuoto se sono autentiche persone, ed hanno necessità degli "altri" a contatto coi quali si sviluppano e si definiscono. Un romanzo, dunque, nella migliore tradizione d'una robusta narrativa realistica: vicenda individuale centrale, vicende individuali secondarie, coro che tutto salda.
Busacca e Jacovacci sono due tipi sfaticati, moderatamente disonesti, lontani da ogni impegno personale e collettivo. La guerra è per loro solo una enorme seccatura, che non hanno saputo evitare e che cercano di subire il meno possibile. Per una serie di circostanze, essi rimangono fuori da ogni vero pericolo e la notte in cui la loro compagnia viene semidistrutta si trovano nelle retrovie per un rifornimento di materiale. Alla fine, presi prigionieri dagli austriaci, morranno da eroi, fa-cendosi fucilare pur di non svelare un importante segreto strategico. Non è un "lieto", se così si puòdire, fine: non v'è insomma quel tipo di riscatto all'ultimo minuto che, appiccicato in fretta, per conformismo, finisce per essere - anziché morale - moralistico e quindi inutile. Monicelli, con un accorto dosaggio, s'è servito della drammatica materia della guerra di trincea per prendere di petto i suoi apatici e sfaticati personaggi e insinuare in loro il sottile tormento della coscienza angustiata. Il primo segno si ha quando, nel cortile d'una caserma, Busacca e Jacovacci assistono al rientro d'un battaglione dal fronte: sono così sporchi, stanchi, affranti quegli uomini che i due li credono prigionieri nemici. Cominciano a comprendere allora che c'è chi in prima linea paga anche per loro, e senza mandare il conto. Il secondo segno è la morte di Bordin, il compagno cordiale e pacioccone che, avendo una grossa famiglia da sfamare, fa cento piccoli servizi in cambio di poche lire; e fa anche il servizio più rischioso, quello di sostituire i vigliacchi oltre le linee quando c'è una missione individuale pericolosa. Bordin non è morto solo, molti commilitoni han lasciato la pelle sotto l’assalto nemico che i due hanno evitato stando nelle retrovie, a posto formalmente col regolamento militare, ma non certo con se stessi. Infine il dilemma davanti a cui son posti da un ufficiale nemico: o svelare il segreto militare o morire.
Un finale moralistico - e quindi non artisticamente risolto - li avrebbe visti andare dritti al muro senza muovere un ciglio, nella retorica di troppi racconti di guerra. Mario Monicelli ha saputo invece superare lo scoglio con profonda intuizione psicologica. Prima i due, pur vergognandosi, sono sul punto di tradire; poi negano e muoiono da eroi, ma ciascuno in perfetta coerenza al proprio per-sonaggio. Busacca, ex-ladro, imbroglione, bugiardo, si sente offeso da una frase spregiativa dell'austriaco nei confronti del coraggio degli italiani ("Gli italiani conoscono un solo fegato, quello con le cipolle che fanno a Venezia") e si ribella, andando a morte con orgoglio, sfrontatamente. Jacovacci, invece, finge di non saper niente e resiste fino alla morte, ma giunge al plotone d'esecuzione urlando di paura e, mentre si riscatta di tutta un'esistenza meschina morendo da eroe, non ne ha coscienza e grida "Sono un vigliacco, sono un vigliacco!".
[…] l'opera dunque addita la capacità di riscatto di ognuno, ci presenta un eroismo insolito e il crescere d’una voce intima, a lungo assopita, in uomini fino al momento finale solo attaccati a un benessere tutto esteriore, unico obbiettivo d'una esistenza apatica e mediocre.
Poi il tema si allarga alla condanna della guerra in sé, come orrore, come negazione dei sentimenti di amore e di fraternità fra uomo e uomo. Questo secondo motivo è avvertibile in tre sequenze fondamentali: la fucilazione di una spia, verso la metà, l'uccisione d’un nemico isolato che consuma un modesto rancio, e infine la rapida e immediata esecuzione di Busacca che Jacovacci vede da una finestra. In tutt'e tre la morte d'un uomo, che certo risponde alla necessità e alla legge militare, è vista per quello che è, la soppressione di una vita umana innocente, nel pieno ancora delle sue possibilità ed energie fisiche e spirituali; e d'altro canto l'indifferenza con cui l'atto è compiuto, indifferenza, provocata appunto dall'abitudine alla morte che la guerra provoca nei combattenti. Il tema ha ancor più vitalità morale ed estetica, in quanto non disgiunto dal tema del dovere: è proprio questo conflitto fra dovere e amore la tragedia della guerra.
Busacca è reso, in dialetto milanese e, sul piano fisico, con una sapiente invenzione di gesti e di "tic" caratteristici, da Vittorio Gassman, cui personaggi del genere, infingardi e sicuri di sé, sono abbastanza abituali. La sua prestazione, pur di alto livello, è tuttavia un po' risaputa, mentre molto di inedito, pur nel proseguimento d'un carattere già collaudato, offre Alberto Sordi, come Jacovacci, capace finalmente, oltre la "maschera", di essere vero e credibile, non a caso segnalato dalla giuria per la sua interpretazione. Eccelle - buon terzo - per misura e comunicatività lo stile di Romolo Valli, ottimo attore di prosa che il cinema comincia solo ora i scoprire. Tutti bravi e veri gli altri attori. Splendida la fotografia di Rotunno e Geradi, solo un po' troppo brillante ed affettistica negli esterni notturni. Altro contributo importante mi sembra quello dello scenografo Garbuglia, che ha ambientato gli esterni sulla scorta di vecchie foto del tempo e d'un gusto plastico che già si era apprezzato nelle Notti bianche.
SANDRO ZAMBETTI

SCHERMI, n° 17 – ottobre 1959, p. 279
S'è scritto da Venezia che l'interesse sociologi-co del film supera il suo valore artistico. Pur tra compromessi, concessioni e discutibili conta-minazioni (d'altronde determinate e spiegabili con l'oggettiva situazione storico - politica del Paese), è indubbio che il film porti avanti un discorso meditato, onesto e coraggioso sulla guerra, su quella guerra. Primi in tutta la storia italiana, Monicelli e i suoi sceneggiatori hanno affrontato il delicatissimo tema della guerra 1915-18 al di fuori dei tradizionali e prescritti schemi nazionalistico - patriottici. Dove poi abbiano cercato di arrivare, attraver-so le cadenze di un grottesco caricaturale, che spesso ha portato il racconto nelle secche del solito bozzettismo dialettale, è un altro discorso: non dipende soltanto dal particolare ingegno di Monelli, ma anche dal fatto che quella era l'unica via aperta che permettesse almeno una relativa libertà.
Sotto il profilo sociologico, il Busacca di Vittorio Gassman è un personaggio importante e significativo: di fronte all’italiano papalino di Sordi rappresenta l'italiano del Nord che, sia pur in modo confuso, ha compreso che quella non è la sua guerra ma della borghesia, del ceto dirigente e interventista; e che il sacrificio della vita che gli si chiede in nome della patria non è proporzionale a quel che la patria gli ha finora offerto. C'è da dire, però, che la polemica che il film conduce è sviluppata attraverso il dialogo più che nelle situazioni e nei fatti; e che, anzi, dalle situazioni e dal tono generale del film è continuamente ribaltata e rintuzzata se non proprio annullata. Quando non diventa satira, la comicità non è evidentemente il mezzo più adatto per affrontare temi dì grande impegno collettivo; può riuscire, al più, un espediente.
Anche per La grande guerra, inoltre, vale il rilievo già fatto ed è l'equivoco e artificioso rapporto tra protagonisti e sfondo, tra personaggi e situazione generale. In quest'ambito avranno la loro parte di ragione i nazionalisti che rivolgeranno al film accuse di empietà, di irriverenza; e allora il titolo del film rivela la sua originaria presunzione: di qui la facile battuta di chi l'ha ribattezzato ironicamente "I militi ignoti".
MORANDO MORANDINI

CLAUDIO G. FAVA, Alberto Sordi, Gremese ed. (tre recensioni de La grande guerra, pp.129-131)
1-[…] In effetti, La grande guerra è il primo film italiano che apre veramente un discorso su di un momento della storia recente d'Italia, di cui il cinema nostrano ha quasi sempre taciuto.
[…] Si guardi nel film tutto quanto è "décor", am-biente, ricreazioni di costumi. Con nativa vena di narratore Monicelli lo ritrae con una spiccia e chiara consapevolezza di visione, con una funzionale perspicacia di inquadratura, aiutato dall'occhio dilatato dello schermo grande. [...] Tutto un mondo scomparso e teneramente crudele che è toccato proprio al meno "intellettuale" dei buoni registi italiani di ricreare con una semplice sapienza di lin-guaggio.
Ma dentro a quel mondo, si agitano proprio le fatali incertezze non della sceneggiatura, che è frutto del mestiere di Age e Scarpelli, Vincenzoni e Monicelli, ma più ampiamente dello scenario del film, tirato qua e là da un certo uzzolo di far del macchiettismo di classe (e ci riesce), di volgere le cose al ridere, all'italiana, e insieme di non abbandonare per strada tutte le sue preoccupazioni "di costume". Sicché fra l'una e l'altra di codeste sollecitazioni, gli umori migliori dell'opera finiscono con l'andare inutilizzati e la conclusione stessa, quella sorta di riscatto, di catarsi che brucia i due protagonisti di fronte alla fredda e meticolosa burbanza dell'ufficiale austriaco che li ha fatti prigio-nieri, par quasi timorosa e impacciata nel realizzarsi compiutamente, imbrigliata visibilmente dalla caratterizzazione fortemente farsesca che i due soldati (lo spaccone, il vigliacco) hanno tratto proprio dall'alta classe di Gassman e di Sordi. Godibilissimi entrambi, pur se il primo "fa" il mattatore che "fa" il soldato milanese (mille vezzi sapienti di imitazione, quel nome di Bakunin gettato di continuo fra i suoi fumosi e sconnessi discorsi rivoluzionari), mentre Sordi "è" sempre Sordi.
[...] Appunti, in sostanza, i nostri. Che nulla tolgono alla furbizia del film. Del quale, proprio, è doveroso dire che, troppo furbo, in un certo senso, ha ovviamente dovuto svincolare verso le sollecitazioni dei bozzettismo di gran classe (sicuramente il migliore che possa ottenersi dall'attuale cinema italiano) ripudiando così quelle naturali e semplici aperture su di una commossa tragedia nazionale, sopportata dall'Italia del '15-'18 con' dignità e paziente fermezza, su cui restano ancora mille cose da dire.
CLAUDIO G. FAVA, Corriere Mercantile, Genova, ottobre 1959.

2-[...] Tranne Oreste e Giovanni, i fanti di Moni-celli non sono vili e non sono eroi: stanno a mezza via fra il coraggio e lo sgomento, fra la poesia e la prosa; hanno l’equilibrio di chi virilmente si addossa una fatale sciagura; hanno, dei guai che li opprimono, la giusta, duttile, infinita misura della pazienza. "Con la testa pien de peoci /senza rancio da consumà", la plebe dell'esercito bollì e gelò dove la mandarono a bollire e a gelare; im-precavano, mugolavano, però quando bisognava attaccare attaccavano; e fuori dalle buche la morte chi voleva scegliere sceglieva.
Questa illimitata pazienza, Monicelli mi pare che l'abbia resa da eccellente narratore, come la faccia di un monaco rende il senso di una preghiera. Non è un film polemico e astioso. La grande guerra, ha invece, nelle sequenze corali e drammatiche, di più e di meglio: ha un tono a suo modo religioso. [...] Le scene migliori: quella del treno - ospedale che lambisce, incrociandola nella stazione, la tradotta; quella del noviziato di Oreste e di Giovanni in prima linea (l'esecuzione della spia tedesca, le dita dei cadaveri affioranti dal terriccio); quella dell'austriaco freddato mentre si accinge a bere il caffè; quella del ritorno di Busacca e di Jacovacci alla trincea sconvolta, la vermiglia scabbia di morti e di feriti qua e là sui ciottoli, dove hanno infierito le esplosioni, e il tenente Gallina ucciso, al quale Jacovacci rimette pietoso gli occhiali; gli inutili sperperi di sangue degli attacchi e dei contrattacchi; la folla dei soldati che urla sotto
la finestra della sgualdrina, chiedendo una elemosina di piacere. Emotivo quanto improbabile il Bordin che sostituisce (per tenui somme da inviare alla famiglia) i commilitoni scelti per qualche azione rischiosa. Di opinabile gusto un paio di scene buffe (quella dei capitano degli Arditi e della finta bomba a mano, ad esempio); ma è infrenabile, in Monicelli (ahimè) la fissazione dei comico ad ogni costo. Il gag della teglia esposta alle fuci-late dei "cecchini" per ottenervi i buchi necessari ad abbrustolirvi le castagne, sa di Chaplin lontano un miglio; quando ci si chiama sia pure da un anno o due Monicelli, si ha l'obbligo di resistere alle comode tentazioni. Gli interpreti. Nulla da obiettare a quelli minori. [...] L'Oreste di Alberto Sordi. Che attore stiamo guadagnando in lui, che attore. Non mi uscirà più di mente il suo "Non voglio morire... io sono un vigliacco!" urlato mentre gli austriaci lo trascinano al muro. L'Oreste di Sordi è il genuino ritratto, spregevole o ammirevole che appaia, dell'istinto di conservazione.
GIUSEPPE MAROTTA, L'Europeo, Milano, 4 novembre 1959.

3. Alberto Sordi. Fu grande in Souvenir d'Italie, e lo scrissi in queste note; come pure, in seguito, scrissi che era tornato esilarante e banale mac-chietta (Il moralista, ad esempio). Ora, vedetelo in questo film. Vedetelo travestito da Oreste Jacovacci. E' la Paura in sembianze umane. E' un grande attore, un grandissimo attore che si lascia sedurre, violentare annullare dal suo personaggio. Non recita più; vive semplicemente. Auguriamoci che lo lascino vivere così per molti, moltissimi anni ancora.
L. COMP. [LUIGI COMPAGNONE]. Il Borghese, Milano, 12 novembre 1959.

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