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Rencontres européennes des services éducatifs
des lieux de mémoire de la Seconde Guerre mondiale.
Oradour-sur-Glane, 11, 12 e 13 marzo 2002
Maria Laura Marescalchi
Oradour-sur-Glane occupa un posto particolare nella memoria francese
della Seconda Guerra mondiale: teatro, il 10 giugno 1944, di un massacro
nazista e poi data alle fiamme, la cittadina è stata interamente
conservata allo stato di rovina come testimonianza delle sofferenze
causate dall'occupazione tedesca, per una scelta che risale già
all'autunno dello stesso anno, confermata poi da una legge del 1946.
Ma poiché oggi "le rovine non hanno più la forza
di parlare da sole"(1), da tre anni sorge a Oradour un grande Centro
della memoria, dalla forma evocativa delle ferite inferte dalla storia
a quel luogo e perfettamente integrata nel paesaggio, che, oltre a presentare
un'esposizione introduttiva alla visita al "villaggio martire"
e a conservare una vasta documentazione, offre ampi spazi di lavoro.
Qui, si sono tenute le tavole rotonde dei primi due giorni degli Incontri
europei dei servizi educativi dei luoghi di memoria della Seconda Guerra
mondiale, cui hanno partecipato operatori giunti da tutta la Francia
e da numerosi Paesi europei, in presenza di alcune figure rappresentative
del sistema dell'istruzione francese.
Scopo dei lavori era confrontare le modalità operative dei vari
centri di accoglienza e informazione che, sorgendo su luoghi segnati
da eventi particolarmente significativi della Seconda Guerra mondiale
o presso musei ad essa dedicati, hanno il compito di costruire per gli
utenti un vero e proprio "percorso della memoria" che permetta
diversi livelli di lettura.
La prima giornata è stata dedicata alla specificità
del ruolo pedagogico dei luoghi della memoria, alle finalità
educative che chi opera in tali luoghi deve proporsi e, infine, ai mezzi
più appropriati al conseguimento di quelle finalità, avendo
chiaro che le possibili letture dei luoghi della memoria hanno a che
fare con l'identità di una nazione. Quanto alle finalità,
esse generalmente si collocano al punto di incontro di tre direttrici:
la trasmissione della memoria del luogo, l'elaborazione di un'interpretazione
storica che collochi in un contesto spazio-temporale più ampio
l'episodio o il luogo, la formazione del cittadino.
I rappresentanti dei servizi educativi dei musei hanno sottolineato
l'importanza dell'incontro col documento originale, che però
deve sempre essere adeguatamente contestualizzato, per inserire sull'onda
dell'emozione suscitata dall'incontro con l'oggetto la necessaria riflessione
e favorire l'apprendimento della storia generale a partire da episodi
locali. La contestualizzazione che i centri francesi presentano parte
di solito dalla Prima Guerra mondiale (ma non manca chi si spinge più
indietro, per esempio fino all'affaire Dreyfuss), e termina generalmente
coi processi che sono stati celebrati dopo la fine della guerra o con
il riferimento all'elaborazione internazionale del sistema dei diritti
umani; solo in alcuni casi ci si spinge fino a qualche sporadico richiamo
all'oggi, nelle sale finali o attraverso esposizioni temporanee, ma
su questo aspetto le opinioni sono diverse. Sono soprattutto gli operatori
tedeschi a rivendicare l'importanza di un percorso che arrivi fino ai
giorni nostri. A questo proposito, è stata posta in evidenza
la peculiarità della situazione dell'ex Germania est, che deve
confrontarsi anche con la memoria dei successivi quarant'anni di dittatura
comunista, durante i quali sono stati spesso riutilizzati i luoghi di
detenzione del nazismo ed è stata elaborata una lettura fortemente
ideologica del passato, ben visibile negli imponenti memoriali edificati
nei siti dei Lager nazisti, di cui oggi si deve fornire una lettura
critica.
Se le attività più strutturate sono generalmente rivolte
alle scuole, non mancano centri, soprattutto quelli che sorgono in Germania
sui luoghi dei perpetratori dei crimini nazisti, dove vengono elaborati
programmi specifici per determinate categorie di adulti, per esempio
i membri delle forze di polizia.
Tra i sussidi che i centri propongono alle scolaresche, largo utilizzo
hanno, in Francia, delle "schede pedagogiche" che presentano
domande calibrate sulle diverse classi, in particolare quelle terminali
di collège e lycée (2), che riguardano l'esposizione generale
o temi specifici; questo strumento, però, è stato da molti
criticato, in quanto induce spesso a un eccesso di nozionismo che vanifica
il senso profondo delle visite ai luoghi. Un altro strumento che i centri
mettono a disposizione delle scuole ha la forma del dossier di documenti
selezionati (relativi a personaggi o temi) da utilizzare prima e/o dopo
la visita. In alcuni centri sono presenti "laboratori" dove
accogliere le scolaresche, alle quali talvolta vengono proposti anche
giochi di ruolo.
Tutti i centri organizzano visite guidate e dispongono di mezzi audiovisivi
e multimediali per diverse tipologie di pubblico; non mancano particolari
sistemi di audio-guida che, completando con testimonianze orali la visita
del museo, si caratterizzano anch'essi come strumenti indirizzati a
un pubblico più ampio. Insomma, molto forte è la volontà
di farsi intendere senza equivoci dal maggior numero di persone; in
alcuni casi, l'esposizione è corredata di un vero e proprio glossario,
che la rende fruibile anche da parte dei visitatori meno avvertiti.
Una preoccupazione generale ha segnato lo sfondo della discussione:
il sempre più ampio diffondersi, in Francia, di posizioni revisioniste
o negazioniste, alle quali, pur distinguendo i due livelli (solo ai
primi è riconosciuto il ruolo di interlocutori), si cerca di
opporre una ferma risposta storica e politica, avvalendosi di tutti
i mezzi a disposizione; spesso si tratta di lottare anche contro forme
di vero e proprio "inquinamento" degli strumenti informativi,
dall'editoria ai siti Internet degli stessi centri.
Nella seconda giornata si è affrontato il tema della formazione
degli insegnanti e delle tipologie di visita da proporre alle classi,
nonché delle maniere di collaborare con le scuole.
Riflettendo sull'organizzazione delle visite, si è inevitabilmente
discusso il ruolo da assegnare ai testimoni, in un orizzonte teorico
per lo più segnato dal lavoro di Annette Wieviorka (3). Si è
rilevata l'importanza del testimone nel risvegliare l'attenzione degli
studenti e creare una forma di immedesimazione attraverso il racconto,
ma si è sottolineata anche la cautela con cui va adoperato, paragonata
a quella che si deve mettere in campo di fronte al documento, senza
mai trascurare di collocarlo non solo nel passato che racconta, ma anche
nel presente in cui parla: se il testimone restituisce il vissuto e
spesso fornisce informazioni su aspetti poco documentati, è poi
dovere dell'insegnante ricostruire il contesto. Gli operatori tedeschi
hanno richiamato l'importanza di lavorare con diverse tipologie di testimone:
non solo la vittima, ma anche il perpetratore del crimine; un lavoro
difficile per ovvie ragioni, che però è diventato possibile
presso alcuni centri, coinvolgendo la seconda generazione.
Uno degli obiettivi dei centri è la formazione degli insegnanti,
benché appaia problematica la loro collocazione in mezzo a una
pluralità di soggetti che si occupano della questione. Alcuni
centri offrono, di concerto con le istituzioni scolastiche - in particolare
le Académies (4) -, stage di una o due giornate con l'intervento
di docenti universitari.
Ciò che fa sentire con urgenza il problema di fornire agli insegnanti
una formazione specifica è il fatto che molti operatori lamentano
l'impreparazione di buona parte delle classi ricevute; molti centri
perciò hanno scelto di offrire agli insegnanti visite preliminari,
affinché possano pianificare adeguatamente il percorso da svolgere
con le classi. Alcuni collaborano poi attivamente alla preparazione
degli studenti al Concours national de la Résistance et de la
Déportation (5).
L'andamento delle tavole rotonde ha dato l'impressione che fino ad ora
la scuola francese si sia collocata generalmente in un ruolo passivo
rispetto alle offerte dei servizi educativi dei centri e che coloro
che dovrebbero essere i professionisti della formazione, ossia gli insegnanti,
non siano adeguatamente coinvolti in un'attività di ricerca didattica
in relazione con questi centri. Tale questione è stata sollevata
nel bell'intervento di Françoise Buffet al convegno conclusivo,
che l'ha inserita tra "i paradossi rivelatori delle dinamiche sociali
attuali", accanto all'ambigua relazione tra storia e memoria che
spesso si presenta proprio nei luoghi e nei musei dedicati alla Seconda
Guerra mondiale. Buffet individua un nesso molto stretto tra conservare,
comprendere, apprendere che, correttamente interpretato, permetterebbe
di superare quei paradossi attraverso un rapporto di reale collaborazione
tra strutture educative dei musei e insegnanti, che dia luogo all'azione
dell'insegnare nel senso pieno del termine, collocandola al crocevia
delle tre operazioni che concorrono all'elaborazione e alla trasmissione
della memoria collettiva.
Il tema del rapporto con la ricerca e i rischi di inefficacia o banalizzazione
di un insegnamento della memoria dei crimini nazisti che non implichi
anche una riflessione critica da parte del docente su di sé e
sulla società in cui vive sono stati i fili conduttori del denso
intervento di Yannis Thanassekos, direttore della Fondation Auschwitz
di Bruxelles (6).
Altro intervento di particolare rilievo quello di Claudia Steur della
Topographie des Terrors di Berlino (la fondazione che coordina l'attività
dei memoriali tedeschi), che ha presentato le vicende che in Germania
hanno condotto alla nascita dei memoriali come centri di ricerca e formazione
e ne ha illustrato le varie tipologie, tutte rispettose di alcuni pilastri
fondamentali di una comune "politica" della memoria: l'autenticità
dei luoghi e la necessità di ripercorrerne la storia fino ad
oggi, l'esigenza di mostrare le vittime e i perpetratori del crimine
come individui integrali, ricostruendone l'intera biografia. Questa
unità d'intenti, frutto di quella che è forse la riflessione
ed elaborazione della memoria più matura nell'Europa di oggi,
era peraltro già apparsa con chiarezza negli interventi degli
operatori tedeschi presenti alle tavole rotonde.
Non c'è dubbio sull'importanza di incontri di questo tipo,
che costringono a un utile esercizio di confronto fra le politiche educative
e della memoria dei diversi Paesi europei: sarebbe opportuno che si
ripetessero con regolarità, magari ospitati ogni volta da un
Paese diverso, benché pochi (e tra questi certo non si conta
l'Italia) destinino alle politiche della memoria la larghezza di mezzi
che abbiamo ammirato a Oradour.
L'Italia era rappresentata da un gruppo ristretto di operatori dell'Emilia
Romagna (la Fondazione ex Campo Fossoli, gli Istituti storici della
Resistenza di Modena e Parma e il Parco storico di Monte Sole), dove
si sta cercando di dar vita a una rete che si estenda, in prospettiva,
a tutta l'Italia e che si riallacci idealmente all'ipotesi di "percorso
della memoria" elaborata già alcuni anni fa da un gruppo
di storici e operatori italiani (7). Sarebbe perciò auspicabile
che, al prossimo convegno su questo tema, i luoghi della memoria italiani
si presentassero più numerosi e dialoganti fra loro, e offrissero
la propria candidatura per ospitare anch'essi un seminario che contribuisca
a tener vivo il confronto, a livello nazionale e internazionale, su
un tema così cruciale per la formazione delle giovani generazioni.
1. Sarah Farmer, Le rovine di Oradour-sur-Glane. Resti materiali e memoria,
in "Parolechiave", 9, 1995, p. 168.
2. Corrispondenti rispettivamente alle nostre scuola media e scuola superiore.
3. Annette Wieviorka, L'ère du témoin, Plon, 1998 (trad.
it. : L'era del testimone, Cortina Editore, 1999).
4. Si tratta delle circoscrizioni amministrative del Ministero dell'Educazione
Nazionale, il cui ambito coincide in genere con quello delle regioni.
Sono una trentina in tutta la Francia e ciascuna è sotto l'autorità
di un Rettore nominato direttamente dal Consiglio dei Ministri.
5. Concorso annuale rivolto a tutti gli studenti, che sono chiamati a
svolgere un saggio o un lavoro di gruppo su un tema dato che riguarda,
appunto, la storia della Resistenza o della Deportazione; esso è
nato a metà degli anni Cinquanta su iniziativa delle associazioni
di ex-resistenti e ex-deportati, ed ha assunto un carattere ufficiale
e nazionale nel 1961.
6. Per un inquadramento del tema si rinvia a Yannis Thanassekos, L'insegnamento
della memoria dei crimini e dei genocidi nazisti. Per una pedagogia dell'autoriflessione,
in Enzo Traverso (a cura di), Insegnare Auschwitz, Bollati Boringhieri,
1995.
7. Vedi Tristano Matta (a cura di), Un percorso della memoria, Electa,
1996. |