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ORIZZONTI DI GLORIA (Paths of glory)

1958
ORIGINE:: Usa
REGIA: Stanley Kubrick
SOGGETTO: dal romanzo omonimo di Humphrey Cobb
SCENEGGIATURA: S. Kubrick, Calder Willingham, Jim Thompson
FOTOGRAFIA: George Krause
SCENOGRAFIA: Ludwig Reiber
MUSICA: Gerald Fried
MONTAGGIO: Eva Kroll
INTERPRETI: Kirk Douglas (colonnello Dax), Ralph Meeker (capitano Paris), Adolphe Menjou (generale Broulard), George Macready (generale Moreau), Wayne Morris (tenente Roget); John Stein (capi-tano Rousseau), Joseph Turkel (Arnaud), Timothy Carey (Férol), Richard Anderson (maggiore Saint-Auban), Peter Capell (colonnello giudice)
PRODUZIONE: Bryna Productions
DISTRIBUZIONE: United Artists
DURATA: 86’

Nel 1916, sul fronte francese, il generale Broulard convince il generale Moreau, che punta ad un a-vanzamento di grado, a lanciare un attacco suicida contro una postazione tedesca imprendibile, “il formicaio” - Il colonnello Dax dovrà condurre l’attacco. Gli uomini di Dax, sfiniti dai precedenti com-battimenti, avanzano a malapena, e alcuni non riescono a lasciare le trincee. Moreau ordina al capi-tano Rousseau di sparare sulle proprie truppe. Rousseau rifiuta. Nel frattempo l’attacco fallisce. More-au convince Broulard che la disciplina esige un sacrificio: verrà scelto un uomo in ognuna delle tre compagnie e questi verranno giudicati dal consiglio di guerra; il colonnello Dax sarà il loro difensore. Il procuratore Saint-Auban fa condannare a morte Ferol, Arnaud e Paris. Dax tenta di salvare i propri uomini rivelando a Broulard l’ordine dato al capitano Rousseau. Broulard non ne tiene conto e i tre soldati vengono fucilati all’alba. Broulard rivela allora il suo piano: verrà aperta un’inchiesta su More-au e propone il suo posto a Dax. Costui rifiuta e va a raggiungere i suoi soldati che stanno ascoltando una cantante tedesca .
Il più efficace e commovente film antimilitarista di tutti i tempi, bloccato dalla censura francese e di-stribuito negli Stati Uniti solo grazie alla presenza di Douglas. Impietoso e pieno di amara ironia nel mostrare l’ottusità e il sadismo di chi comanda. Ma anche un eccezionale esercizio di stile, dove ogni movimento di macchina e ogni angolazione di ripresa hanno un senso e una funzione precisa. Il romanzo è sceneggiato in modo che il centro del film non sia più la storia dei tre soldati fucilati (come nel libro), ma la follia degli alti gradi militari (assolutamente geniale la prova di Adolphe Menjou nella parte del generale Broulard ). Angosciante e bellissima l’ultima scena quando i soldati francesi dimenticano gli orrori di cui sono stati testimoni, unendosi al canto di una giovane tedesca (Christian) che è stata obbligata a cantare, ambigua e commovente metafora di un’unità che sa superare le divisioni nazionalistiche. Elogiato da Churchill per il realismo della ricostruzione e uscito in Francia solo nel 1975 .


Estratti di recensioni del film alla sua uscita
CINEMA NUOVO n. 126, 1° marzo 1957, pp. 152-153

II generale Paul Mireau (sic), comandante di una delle divisioni del generale Georges Broulard, è ambizioso, arrivista, vanitoso, tutto teso alla conquista di medaglie e promozioni. I suoi uomini sono stanchi, avviliti, decimati, ma pur di avere altre decorazioni e avanzamenti, egli non esita a mandarli verso un dissennato sacrificio: comanda un attacco umanamente impossibile; e quando vede il ripiegamento e l'insuccesso, prima cerca di far fuoco con le artiglierie sul propri uomini, poi li accusa di codardia, li processa e li fucila. Uguale natura ha il generale Broulard, il quale conosce bene le debolezze di Mireau. Anche se egli am-mette di non sapere se effettivamente il fallimento dell'attacco sia dovuto alla mancata partecipazione di una compagnia, conclude che il processo e l'esecuzione di tre uomini serviranno a rinforzare il morale dell'intera divisione: il suo cinismo non consente la pietà umana. Broulard è il vero rap-presentante, insieme e ancor più di Mireau, di tutti quei generali che stavano e stanno ancora dietro alla bella propaganda patriottica, che assumevano e assumono spesso in Parlamento arie di dittatori supremi.
Chi sono i condannati a morte, e perché vengono scelti quei soldati, e non altri? Il soldato Arnaud viene scelto a sorte: di qui anche la sua reazione violenta di fronte al cappellano: egli non può, non vuole trovare un punto d'incontro; dice di no al confessore, e non accetta la conversazione. Ma gli altri? Il soldato Ferol è davanti alla corte marziale perché "socialmente indesiderabile": sociali-sta, rappresenta il "pericolo sovversivo", le in-quietudini delle minoranze rimaste fedeli all'idea della fraternità internazionale dei proletari, che riprendevano forza a mano a mano che l'esaltazione patriottica e l'energia repressiva dei primi giorni sfumavano, a mano a mano che dall'estero venivano notizie sulla non dispersa coscienza operaia di opposizione alla guerra. E il caporale Paris viene scelto dal proprio comandante, della cui vigliaccheria è testimone (ubriaco, durante una ricognizione era fuggito dopo aver ucciso uno dei suoi soldati). Questo comandante Roget dice una tremenda verità al caporale, in merito alla inutilità di incolpare un ufficiale: - Quale parola credi che ascolteranno? Quella di un soldato, o di un ufficiale?-
Aggiunge Stanley Kubrick: - Quale parola credi che ascolteranno: quella di un colonnello, e di complemento, o quella dei generali, e di carriera? - Il "più eccelso penalista di tutta la Francia", il colonnello Dax, non riesce a far prevalere la giustizia e la pietà di fronte alla corte marziale, fatta di generali e di sudditi fedeli (uno zelante aiutante di stato maggiore funge da pubblico ministero). Il vero colpevole, egli afferma, è lo Stato maggiore, e, se volete, accusate me. "Ci sono dei momenti in cui mi vergogno di appartenere al genere umano, e questo è uno di quelli. L'attacco non è stato un'onta per la bandiera, ma questa corte marziale è un'onta per la Francia. Non posso credere che la pietà verso il prossimo manchi veramente qui". Non può, o non vuole credere? Lettore attento di Johnson, Dax ha appreso che la pietà si acquista e si accresce coltivando la ragione, che noi proviamo certamente sensazioni spiacevoli vedendo una creatura che soffre, ma che in esse non v'è pietà: "la pietà c'è solo quando abbiamo il desiderio di alleviare quelle sofferenze". Dax può essere molte cose, meno che figlio di Broulard, "vecchio, sudicio, degenerato". Personaggio positivo, è co-sciente, con una prospettiva: di qui la protesta (e quella di Kubrick). E' inevitabile che un simile uomo, con una tale visione e modo di agire - inconsueti a una classe privilegiata, a una casta alla quale Dax si rifiuta di aderire - appaia a Broulard un idealista, e che costui lo compianga come un minorato. Scaltrita "volpe dell'Armée", non riesce a comprendere come Dax abbia a cuore la sorte dei condannati e non invece l'accedere al posto di Mireau, prendere il comando della divisione. - "In che cosa ho sbagliato?" - domanda Broulard. - "Visto che non sa rispondere, compiango lei", commenta Dax.
Dax è sicuro della causa che difende. Solo per qualche attimo ha un dubbio: quando, dopo il colloquio finale con Broulard, vede di ritorno al suo comando gli uomini, a un'ora dall'esecuzione dei compagni, maltrattare una ragazza tedesca, "ultima preda di guerra". Che Broulard abbia ragione? Sono un idealista, un alienato? E' proprio vero che il pubblico dimentica presto? (“Non avrà un seguito, l'inchiesta", dice Broulard a Mireau, quando apprende che quest'ultimo aveva comandato il fuoco delle artiglierie sui propri reparti. "Il pubblico dimentica".). Che il soldato sia un animale, e che come tale vada trattato? Che la natura umana non si possa cambiare? Sono momenti di un'alta drammaticità. Gli interrogativi incalzano nella mente di Dax, e dello spettatore. Ma a poco a poco il viso addolorato e spaurito della ragazza si impone, il suo canto, all'inizio sommerso da fischi e scherni, si fa distinto, alla sua voce si unisce il coro dei soldati, alle sue lacrime, le loro lacrime: sono uomini, non bestie; al sergente che porta l'ordine di partire immediatamente per il fronte, Dax, ormai rinfrancato, dice: - "Dia ancora qualche minuto agli uomini". […]
Orizzonti di gloria occupa, nella filmografia pacifista, un posto particolare: ci troviamo di fronte a un film che non è pacifista soltanto: esso non si sofferma sulle descrizioni, non presenta "belle morti”, romantiche descrizioni della parte avuta da singoli uomini o reparti in questo o quel conflitto armato, ma individua le canaglie che si nascondono dietro il falso o interessato patriottismo. Broulard, Mireau, gli altri ufficiali - eccetto Dax - non rappresentano certo per questi soldati francesi la Repubblica, il paese, la patria: quella patria di cui si dice che ama ugualmente tutti i suoi figli.
I fatti narrati, nel romanzo e nel film, sono verificabili. Personaggi, unità, luoghi, - avverte Cobb in una nota a chiusura del suo libro - sono immaginari, ma i fatti narrati sono verificabili, del resto, ieri come oggi. E il conflitto, adombrato nel film (la paura di Broulard per la stampa, e i politici), tra gli alti gradi dello Stato maggiore e il governo, tra uf-ficiali di carriera e ministri, le diffidenze nei riguardi dei militari esistono ancor oggi, e i sintomi di sfiducia vanno sempre più manifestandosi anche tra le truppe. Non si può certo dire con il Time che il film ha il solo difetto di attaccare un "male che non è di moda ". Il fatto decisamente importante del film è, anzi, questo: Kubrick, presentandoci u-na storia del passato, coniuga anche il presente; inoltre il fenomeno che denuncia non è dato come eccezionale, né tanto meno come patologico e clinico, ma come tipico a una classe, a una casta la cui condanna viene fatta attraverso un personaggio che a essa dovrebbe appartenere e invece si oppone ("Posso essere tutto", dice Dax a Broulard, "ma non vostro figlio"). Il carattere inedito e democratico di Kubrick, la sua esigenza di verità e di realismo sono evidenti.
Chi è Stanley Kubrick? E' un nome nuovo, o quasi. Ventinovenne, egli non è il rappresentante di una generazione "bruciata", o "dorata", uno dei tanti che non sanno liberarsi dalla disperazione in cui sono caduti. Si può ritrovare in lui l'esigenza di una risposta all'interrogativo amletico, alla differenza tra ciò che sembra e ciò che è. La tecnica che dimostra in Orizzonti di gloria è documentari-stica, nel senso che lo stile è spoglio, ma non povero di senso plastico: le preoccupazioni formali sono sempre subordinate al soggetto, in funzione di esso e della costruzione dei personaggi. Si vedano le tre carrellate nelle sequenze della trincea (l'ispezione paternalistica di Mireau all'inizio, e le ispezioni ben diverse di Dax quando sta per iniziare l'attacco e quando l'attacco è già fallito); i movimenti di macchina durante il processo, in quell'enorme e fredda sala, in cui i prigionieri appaiono troppo piccoli e troppo soli: spesso le inquadrature sono a metà occupate dalle nuche, macchie informi e nere, degli inquirenti: cose, non uomini. I tipi sociali vengono definiti cori precisione, con particolari asciutti, essenziali: Adolphe Menjou qui ritorna grande attore, e Kirk Douglas dà vita al suo personaggio più umano e simpatico. Kubrick non osserva e descrive soltanto, ma narra e partecipa; per questo le figure anche minori - i prigionieri, la ragazza tedesca, il sergente, il comandante della batteria - non scadono nel bozzettismo, ma risultano protagonisti di un unico grande dramma.
Kubrick è senza dubbio, nel cinema americano attuale, il regista più coraggioso, un talento indipendente e fuori da equivoci e compromessi: il suo distacco dai Brooks, dai Ray, Aldrich, Robson, è totale. La formula produttiva da lui scelta, è un esempio di film a basso costo, di indipendenza economica richiesta per la libertà delle idee. Egli esprime la sua protesta ufficialmente e con estrema chiarezza; dal tono di Orizzonti di gloria non si ha sentore di una riconciliazione da parte di colui che protesta. Un pericolo, comunque esiste: saprà Kubrick resistere ai pericoli della industria americana della cultura?
GUIDO ARISTARCO

Da CAHIERS DU CINÈMA, n. 81, marzo 1958, p. 48
Kubrick contro l’esercito

Se la sceneggiatura (di Orizzonti di gloria, ndr) è tratta da un romanzo di Humprey Cobb, ha all’origine una storia vera: i fatti sono accaduti a Sovain, il 17 marzo 1915. I “fucilati per dare un esempio” su ordine del generale Réveilhac, erano quattro e non tre. Furono riabilitati - a titolo postumo, naturalmente - nel 1934: vent’anni dopo!
Probabilmente non vedremo mai questo film in Francia, dato che il governo aveva già rifiutato a Kubrick l’autorizzazione di girarlo qui. D’altronde si può immaginare l’accoglienza che gli verrebbe riservata, visto quello che è accaduto in Belgio.
Subito dopo l’uscita a Bruxelles di Orizzonti di gloria, accolto da un coro unanime di elogi, un gruppo di spettatori una sera cominciò a fischiare dall’inizio della proiezione: i manifestanti furono fermati dalla polizia, e tornò la calma. Controllo d’identità: tra i disturbatori, un gran numero di ufficiali di riserva francesi residenti in Belgio e alcuni anziani combattenti belgi. Nei giorni successivi, la situazione si aggravò: annunci di nuove manifestazioni, telefonate di minaccia alla direzione del cinema, rimostranze al borgomastro di Bruxelles, intervento dell’Ambasciata di Francia presso il Ministero degli Esteri e le autorità comunali. In breve, il direttore della sala fu convocato dalla polizia e “pregato” di ritirare il film. Cosa che fu fatta.
Gli studenti di Bruxelles organizzarono allora una proiezione del film in seguito alla quale dichiararono che proibire Orizzonti di gloria minava la libertà di espressione. Ottennero che il film fosse di nuovo proiettato, ma la loro vittoria durò poco: dopo alcuni giorni il film fu nuovamente ritirato.
CHARLES BITSCH


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