|
Un passato ingombrante
La gestione dei luoghi della memoria in Germania dopo la riunificazione In una piazza del centro di Berlino, a due passi dai grandi musei e dalle strade più prestigiose della capitale, sono esposte da qualche tempo 104 lavatrici. Sono perfettamente funzionanti, e chiunque può venire, in piazza, a fare bucato: del resto, in fondo, fa bella mostra di sé una lunga fila di lenzuola, stese ad asciugare. Si tratta, chiaramente, di una metafora, di un segnale che le nuove generazioni vogliono lanciare senza mezzi termini: dora in avanti, i panni sporchi della storia tedesca non andranno lavati di nascosto, in sordina, in segreto, ma pubblicamente, senza omissioni e reticenze di sorta. È proprio questo, del resto, lo spirito che ha caratterizzato il viaggio di studio organizzato dalla Fondazione topografia del terrore di Berlino, in collaborazione col Museo monumento al deportato di Carpi. Svoltosi dal 2 al 10 settembre 2000, il viaggio ha coinvolto una quindicina di figure professionali che, in Italia, a diverso titolo sono collegate a enti o istituzioni che si preoccupano di mantenere vivo il ricordo dei drammatici eventi verificatisi tra il 1939 e il 1945. La Topografia del terrore ha sede nella capitale tedesca sul medesimo spazio che, negli anni Trenta e Quaranta, ospitava la sede della Gestapo; essa stessa, dunque, è un luogo della memoria, espressione con cui, in Germania, si indicano oggi quei siti che presentano tre caratteristiche: 1. hanno un legame storico diretto con i crimini nazisti; 2. sono organizzati in modo tale che a tutti i visitatori sia possibile comprendere il ruolo che essi svolsero negli anni 1933-45; 3. si caratterizzino per la presenza di un continuativo lavoro di ricerca e di riflessione storiografica e pedagogica. Il viaggio dei quindici professionisti che, in Italia, operano in istituzioni simili ai luoghi della memoria tedeschi (si pensi, ad esempio, al Campo di Fossoli, alla Risiera di San Sabba di Trieste, alledificio che in via Tasso a Roma ospitava il comando della polizia tedesca, a Marzabotto, a Villa Emma di Nonantola, a Montefiorino, a Boves ecc.) ha avuto inizio a Dachau, il primo grande campo di concentramento nazista. La popolazione della cittadina, per decenni, non ha voluto sentire parlare dei lager: anche in tempi recenti, la proposta di costruire un centro di accoglienza e di studio rivolto ai giovani di tutta Europa è stata osteggiata dallamministrazione locale con ogni mezzo possibile. Da circa tre anni, certo, funziona un luogo in cui i giovani visitatori che si recano a Dachau possono alloggiare comodamente: esso, tuttavia, formalmente è un normale ostello della gioventù, e non un luogo specifico destinato a tenere viva, nelle giovani generazioni, la memoria dei crimini nazisti. Difficoltà e problemi simili incontra anche il direttore del lager Oberer Kuhberg, situato nei dintorni di Ulm, in Baden-Wuerttemberg. Si tratta di una fortezza costruita alla fine dellOttocento che i nazisti adattarono a campo per oppositori politici nel 1933: il dato più interessante di questo luogo, dunque, consiste nel fatto che il lager venne istituito per iniziativa delle SA della regione, con il sostegno della maggioranza della popolazione locale. In questa zona, il consenso al regime dei cittadini tedeschi fu, fin dallinizio, ampio, completo e sincero: il nazismo, ai loro occhi, rappresentava la difesa della tradizione contro la modernità, guardata con timore e diffidenza. Chi scava in quel passato, quindi, ancora oggi incontra spesso reticenze, silenzi e ostilità, piuttosto che collaborazione e desiderio di riflessione critica; e, soprattutto, deve lottare con le unghie e i denti per ottenere il denaro necessario a gestire e a far funzionare un luogo della memoria. Quanto luniverso concentrazionario nazista fosse complesso e sfaccettato emerge anche a Breitenau, un piccolo centro vicino a Kassel; laspetto sorprendente, per il visitatore, consiste nel fatto che Breitenau, in epoca medievale, era un insediamento benedettino, fondato nellXI secolo. La grande chiesa romanica, dopo la Riforma, venne adibita a magazzino, che a sua volta venne trasformato in prigione nel 1874; in epoca nazista, dunque, il lager per oppositori politici si collocò da un lato in un luogo decisamente atipico (unantica chiesa medievale), ma dallaltro si pose in completa continuità rispetto al passato: semplicemente, ai vecchi soggetti criminali se ne aggiunsero di nuovi (comunisti e socialdemocratici innanzitutto), guardati con timore e disprezzo da gran parte della popolazione. Del resto (ulteriore elemento di continuità), per molti anni, dopo la guerra, lex lager di Breitenau è stato sede di un riformatorio femminile. Tutti i luoghi appena menzionati (Dachau, Ulm, Breitenau) si trovavano, fino al 1990, nella Repubblica Federale; Buchenwald e Mittelbau-Dora, invece, erano nei territori della DDR. Qui, al passato dittatoriale nazista, si sovrappone, dunque, quello comunista, che ha lasciato tracce evidenti anche sui luoghi della memoria. Dora (il grande centro di fabbricazione, in enormi gallerie sotterranee, dei razzi V1 e V2) fu per moltissimi anni del tutto abbandonata; poco dopo la fine della guerra, lingresso ai tunnel venne fatto saltare dai sovietici, interessati (come del resto gli statunitensi) a non rivelare al mondo che le origini dei loro successi in campo missilistico affondavano le proprie radici nelle ricerche di von Braun (ufficiale delle SS) e nel lavoro di migliaia di deportati, sfruttati come schiavi. Oggi, il visitatore può percorrere vari chilometri di quelle impressionanti gallerie, che da una parte offrono un imponente spettacolo di potenza, mentre dallaltro manifestano il totale disinteresse nazista per la vita dei coloro che lideologia hitleriana considerava sottouomini. A Buchenwald, tutte le contraddizioni dellingombrante passato tedesco esplodono in maniera eclatante; una parte del lager, infatti, subito dopo la guerra, venne usato dai comunisti come campo dinternamento, mentre a poca distanza dal campo fu costruito un gigantesco complesso che avrebbe ospitato le più importanti manifestazioni del partito. A Buchenwald, insomma, si creò una singolare continuità di logica totalitaria, che utilizzava gli stessi strumenti del nazismo per mantenere il potere, facendo ricorso sia al lager concentrazionario sia alla promozione del consenso. Due elementi, soprattutto, colpiscono il visitatore: innanzitutto, stupisce il fatto che i principali tratti architettonici del complesso appaiono singolarmente simili a quelli adottati e utilizzati dai nazisti; in secondo luogo, rende perplessi il fatto che, tra le numerose popolazioni indicate quali vittime del nazismo, non compaiano né gli ebrei né gli zingari. È per questo motivo che, allinterno del campo, è stato deciso di dedicare uno spazio specifico alla memoria delle vittime della Shoah (si ricordi, ad esempio, che a Buchenwald arrivò gran parte degli ebrei evacuati da Auschwitz nel gennaio 1945) e di ricordare esplicitamente la persecuzione dei Sinti e dei Rom. Lintera storia del lager nazista è ricostruita da una vasta esposizione, situata in uno degli originari edifici in muratura sopravvissuti alla distruzione; la mostra è completa, ampia e rigorosa, ma priva di unautentica efficacia didattica: il visitatore non specialista, infatti, sommerso da una mole enorme di fotografie, oggetti e documenti, fatica notevolmente a orientarsi e finisce per esserne schiacciato. Per fortuna, intorno a Buchenwald, funziona una rete di attività ben più significative (sul piano pedagogico) della mostra permanente appena citata: al lager, infatti, arrivano periodicamente gruppi di studenti che si dedicano a vere e proprie campagne archeologiche (condotte secondo gli stessi criteri scientifici utilizzati nelle studio delle civiltà antiche) finalizzate a recuperare tutti i reperti che il terreno del campo ancora nasconde dentro di sé. I giovani tedeschi che vengono a Buchenwald, però, non si limitano a confrontarsi materialmente e fisicamente con lingombrante passato tedesco; il programma pedagogico proposto a questi ragazzi, infatti, prevede anche che essi intervistino i loro genitori e i loro nonni, cioè assumano in prima persona il compito (e lonere) di fare riflettere sul periodo nazista le generazioni precedenti. Problemi molto simili a quelli di Buchenwald sincontrano anche a Sachsenhausen, un campo situato a pochi chilometri da Berlino; limportanza storica di questo luogo è inversamente proporzionale alla notorietà di cui esso gode presso il grande pubblico dei non-specialisti, che, in genere, non lo conosce per nulla. A Sachsenhausen, infatti, a fianco del lager vero e proprio si trovava la sede amministrativa di tutto il sistema concentrazionario nazista, sicché qui veniva portata la maggior parte dei beni espropriati a coloro che erano deportati in un campo di lavoro o in un centro di sterminio. Del lager vero e proprio colpisce, soprattutto, la pianta triangolare: il complesso di Sachsenhausen, infatti, non fu improvvisato, ma progettato a tavolino, nel 1936, e solo i pesanti interventi compiuti dalle autorità comuniste hanno alterato, almeno in parte, la lineare e geometrica struttura del campo (che per alcuni anni, come era accaduto a Buchenwald, venne usato anche dai sovietici, come campo dinternamento politico). Anche a Sachsenhausen, come a Buchenwald, incontriamo poi un deliberato e strumentale utilizzo politico della memoria: sullimmenso obelisco eretto al centro del campo campeggiavano solo dei triangoli rossi, simbolo degli internati per ragioni politiche, sicché il ricorso di tutti gli altri prigionieri, di fatto, era del tutto oscurato: anzi, esattamente come a Buchenwald, gli ebrei non venivano mai citati in modo esplicito. Per riparare a questa carenza, la baracca 38 (semidistrutta dopo un incendio doloso, appiccato da neonazisti nel 1992) ospita dal novembre 1997 una mostra permanente destinata proprio a raccontare la vicenda umana dei deportati ebrei rinchiusi a Sachsenhausen; al centro della struttura museale, si trovano alcuni frammenti di oggetti in cuoio (valige, in primo luogo), trasferiti a Sachsenhausen dai depositi di Auschwitz: il tutto circondato da diapositive di grande formato, che illustrano alcuni celebri episodi della Shoah. In tale modo, emozione e razionalità trovano, in questa baracca 38, positiva e felice sintesi: il visitatore, dopo avere ricevuto un forte stimolo emotivo, può fermarsi a esaminare con calma il materiale esposto, a leggere le biografie di alcuni deportati, ad analizzare i documenti originali proposti alla sua attenzione. Una sintesi ancora più felice di rigore scientifico e capacità didattica di stimolare linteresse del visitatore sincontra al museo Karlshorst di Berlino, situato nelledificio in cui, l8 maggio 1945, venne firmata la resa incondizionata della Germania. Dopo la guerra, i sovietici avevano istituito qui un museo finalizzato a celebrare la forza e la potenza dellArmata rossa; dopo la riunificazione, è stato invece deciso di dedicare lesposizione permanente alla storia della guerra sul fronte orientale, negli anni 1941-45. La mostra presenta alcuni pezzi tipici di ogni museo di storia militare (divise, armi, carte geografiche utilizzate dagli stati maggiori ecc.), ma non concentra affatto linteresse del visitatore su questi oggetti; al contrario, laccenno è volutamente posto sul fatto che quella condotta in Unione Sovietica fu una guerra di annientamento, quella che più di tutte mostrò il volto razzista e violento dellideologia nazista. Tale impostazione è stata aspramente criticata da numerosi visitatori tedeschi: molti di essi, infatti, continuano ad affermare che, comunque, quella sul fronte orientale era una guerra giusta, indispensabile se non altro per impedire la conquista dellEuropa e della Germania da parte del comunismo. Decisamente più facile, invece, appare la gestione della memoria a Wannsee, nella villa che, il 20 gennaio 1942, ospitò la conferenza al vertice nel corso della quale Reinhard Heydrich informò i rappresentanti dei vari comparti dello Stato che le SS stavano procedendo alla soluzione definitiva della questione ebraica in Europa. Intorno a questo luogo della memoria, funziona una complessa rete di attività di tipo didattico, dirette a studenti e insegnanti; il dato più interessante, tuttavia, è che appositi seminari vengono organizzati anche per alcuni gruppi professionali, che, in età nazista, svolsero ruoli particolarmente significativi. Così, infermieri, poliziotti, soldati e funzionari dello Stato vengono periodicamente informati su come la loro specifica categoria professionale si comportò durante il Terzo Reich e, in tale modo, ricevono una specifica educazione ai valori costituzionali, il cui rispetto è essenziale per il funzionamento della democrazia. Unopportunità formativa di tipo analogo è stata offerta anche ad alcuni settori della numerosa comunità turca (circa 180.000 persone) residente a Berlino. In tale circostanza, la scelta della direzione è stata di concentrare lattenzione dei partecipanti sullespulsione, nel 1938, degli ebrei polacchi che lavoravano in Germania: dimprovviso, quella che pareva ai turchi una storia estranea, remota, lontana, si faceva inquietante e pericolosa, dal momento che molti di loro (come quegli ebrei del passato), pur lavorando a Berlino, hanno conservato il passaporto del proprio paese dorigine. Unaltra volta ancora, insomma, emergeva con evidenza che la discussione sul nazismo, la consapevolezza dei suoi crimini e la conservazione di essi nella memoria collettiva è di straordinaria attualità. Non si dimentichi mai che il nazismo, prima di tutto, è stata unideologia razzista: la riflessione sul particolare regime che esso riuscì a creare non può che risultare utilissima nellattuale contesto sociale, caratterizzato dalla massiccia (e crescente) presenza di immigrati di origine extraeuropea. Infine, non si deve dimenticare che, a Ulm come in Baviera e in tante altre parti della Germania, il nazismo fu accolto con entusiasmo da tutti coloro che guardavano con sospetto e paura alle novità portate dalla moderna società industriale. In un tempo di rapidissime trasformazioni, come quello attuale, anche questo aspetto devessere evidenziato: la società italiana (e, più in generale, quelle europea) eviterà nuove derive totalitarie solo se, per mezzo della memoria, sarà in grado di offrire a settori sempre più ampi della cittadinanza uneducazione ai valori costituzionali simile a quella che, tra mille difficoltà, svolgono in Germania la Topografia del terrore e numerose altre istituzioni tedesche con finalità analoghe. Francesco Maria Feltri |
|
|
| Istituto storico di Modena viale Ciro Menotti 137 41100 Modena tel. 059 219442 / 059 242377 fax 059 214899 e-mail: istituto@istitutostorico.com |