archiviobibliotecamultimediadidatticaistitutocontattieditoriastoriamemoriainiziativehome
Sala 1

Il Museo della Repubblica partigiana di Montefiorino

L’esperienza della Repubblica partigiana di Montefiorino ha assunto, sia durante che dopo la lotta partigiana, un forte valore storico e simbolico, perché rappresenta il primo tentativo, nell’Italia invasa dall’esercito tedesco, di occupare stabilmente un territorio e di dare vita ad amministrazioni comunali democratiche elette dalla popolazione.
Nel nord-Italia nascono, a partire dall’estate 1944, una ventina di zone libere, che rappresentano una delle prove più significative della maturità raggiunta dalla Resistenza, perché anticipano, seppure in situazioni di precarietà e di difficoltà, alcune delle possibili scelte democratiche che solo la liberazione dell’Italia consentirà di sviluppare interamente.
In questo quadro, l’importanza della zona libera di Montefiorino deriva anche dal fatto che viene realizzata in un’area territoriale direttamente a ridosso della linea Gotica, nel cuore del principale sistema difensivo tedesco, e quindi costituisce una minaccia costante per le vie di comunicazione germaniche tra il fronte e le retrovie.
La Repubblica si estendeva su un vasto territorio dell’Appennino modenese-reggiano, comprendente i comuni di Montefiorino, Prignano, Polinago, Frassinoro, Toano, Villa Minozzo e Ligonchio. Erano zone povere, con un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura, e caratterizzate da consistenti fenomeni migratori verso l’estero o altre regioni d’Italia. In queste zone si formarono, dopo l’occupazione nazista dell’Italia e la nascita della Repubbica sociale, i primi gruppi di "ribelli", che diedero poi vita nella primavera del 1944 a solide e ben organizzate brigate partigiane.

L'Italia in guerra

L’ingresso nella seconda guerra mondiale segna per l’Italia fascista l’inizio della fase finale della sua storia. La guerra e l’affermazione della potenza italiana erano stati da sempre l’obiettivo di Mussolini e del fascismo, ma l’entrata in guerra nel giugno 1940 al fianco della Germania nazista mette in luce l’inconsistenza del potenziale militare italiano, aggravato da carenze organizzative e logistiche che rendono le condizioni di vita dei soldati estremamente difficili.
Ancora più fragili sono le strutture economiche della nazione: il regime di parziale autarchia che l’Italia era stata obbligata ad adottare in seguito alle sanzioni economiche seguite all’annessione dell’Etiopia nel 1936, aveva infatti indebolito un sistema economico già arretrato e globalmente debole.
Quando entra in guerra, l’Italia, rispetto ad altre nazioni europee, ha un basso regime alimentare. Per garantire i rifornimenti alla popolazione vengono introdotti il sistema dell’ammasso dei prodotti e il loro razionamento, con l’uso di carte annonarie. I provvedimenti però non funzionano, ed è quindi necessario il ricorso al "mercato nero", cioè al commercio illegale - a prezzi notevolmente più alti - dei prodotti alimentari razionati o contingentati.
La crisi del regime fascista è accelerata dagli imponenti scioperi che investono l’Italia del nord nella primavera del 1943. A questi scioperi partecipano complessivamente 100.000 lavoratori, e testimoniano oltre che delle condizioni di vita e di lavoro ormai giunte al limite della sopportazione, della ripresa e del radicamento delle forze antifasciste, in particolare del Partito comunista.
Le condizioni di vita della popolazione civile sono rese ancora più critiche dall’intensificarsi dei bombardamenti aerei alleati sulle zone industriali e sui nodi ferroviari del Nord. Inizia lo "sfollamento" della popolazione dalle città, che provoca gravi disagi a migliaia di famiglie.

L'8 settembre

Le critiche condizioni di vita della popolazione, i rovesci militari subiti nei Balcani, in Russia, in Africa settentrionale e nelle colonie dell’Africa orientale, le sempre più frequenti incursioni aeree, lo sbarco Alleato in Sicilia sono i fattori scatenanti che portano alla caduta del regime fascista. Il 25 luglio 1943 il Re fa arrestare Mussolini e nomina Badoglio capo del governo. In tutta Italia esplodono manifestazioni di gioia, nella speranza che la guerra finisca. In alcuni casi queste vengono represse dall’esercito, e numerosi sono i morti e i feriti.
Mentre vengono avviate trattative con gli Alleati, nel mese di agosto giungono in Italia numerose truppe tedesche. All’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, le forze militari italiane vengono lasciate allo sbando sia nella penisola che all’estero, e l’esercito tedesco occupa senza particolari resistenze il paese. Alcuni significativi episodi di reazione non impediscono la cattura e l’invio in Germania di oltre 600.000 soldati italiani. L’Italia è spaccata in due: il Sud, dove si sono rifugiati il Re ed il governo Badoglio, è controllato dagli eserciti anglo-americani; il Centro-nord dalle truppe tedesche. Inoltre la Germania annette al Reich alcuni territori dell’Italia nord-orientale.
Il 23 settembre Mussolini viene liberato dai tedeschi, che intendono ridare corpo e volto ad un regime che può ancora esercitare una determinante funzione di mediazione tra la società e il governo di occupazione tedesco. La nascita della Repubblica sociale e la fondazione del Partito fascista repubblicano rispondono così alla volontà tedesca di realizzare una continuità - anche se apparente - nelle istituzioni poste a garantire il controllo dell’ordine pubblico e l’amministrazione civile dei territori occupati.
Tra i primi atti della Rsi vi è la chiamata alle armi dei giovani delle classi 1923-1925, al fine di costituire una forza militare autonoma del regime fascista. Le reazioni di fronte ai bandi sono molteplici: molti si nascondono, nonostante le pressioni e le minacce verso le famiglie; altri si presentano, o con rassegnazione, o perché convinti della necessità di combattere a fianco dei tedeschi; altri, infine, scelgono la via più difficile, più sofferta e insieme più audace, quella della ribellione.

La nascita della Resistenza in Italia

La scelta di combattere contro il nazismo e il fascismo assume il significato di un rifiuto, di una rottura con il passato. Questa scelta viene elaborata attraverso percorsi di maturazione civile e politica spesso faticosi e travagliati, che fanno dell’esperienza partigiana un forte momento di crescita individuale e collettiva, sia sul piano esistenziale che formativo.
Di fronte alla nascita delle prime formazioni di "ribelli", che si manifestano su tutto il territorio nazionale occupato, quindi anche nel centro-sud, le autorità tedesche danno inizio ad una feroce azione di repressione - che trova alimento anche nella volontà di punire i "traditori" italiani - volta ad utilizzare il terrore sulla popolazione come mezzo per spezzare ogni forma di collegamento dei partigiani con le comunità civili.
Gli organismi politici e militari della Resistenza operano per organizzare in modo meno episodico le formazioni partigiane, col duplice scopo di radicarle maggiormente sul territorio e di rendere più efficaci le azioni di guerra. Sino alla fine del 1943 il movimento partigiano cresce però in modo lento e incerto, e solo nella primavera del 1944 la Resistenza assume i caratteri di un vera e propria lotta militare organizzata, che si sviluppa in forme proprie in montagna, in pianura e nelle città.
Il movimento di resistenza al nazismo e al fascismo si manifesta in forme più ampie di quelle legate alla lotta armata contro gli occupanti. Si sviluppa un’opposizione civile fatta di azioni individuali e collettive, che vanno dall’aiuto agli ebrei e ai prigionieri alleati al sostegno logistico ai partigiani, dal sabotaggio della segnaletica stradale agli scioperi nelle fabbriche, dalle proteste e manifestazioni popolari alle varie forme di non collaborazione con le autorità civili e militari. E’ una resistenza molte volte sottovalutata, se non taciuta, che vede spesso come protagoniste le donne, molte delle quali diventeranno partigiane combattenti e staffette.


Istituto storico di Modena • viale Ciro Menotti 137 • 41100 Modena
tel. 059 219442 / 059 242377 • fax 059 214899 • e-mail: istituto@istitutostorico.com