Scoperte, inediti e nuove attribuzioni
Molte sono le novità di questa mostra e di fondamentale importanza per la comprensione degli artisti ai quali l’iniziativa è dedicata. Tra queste figurano diversi “inediti”; altre sono invece opere poco note, presentate finora in occasioni minori o in contesti di non stretta pertinenza.
Procedendo in ordine cronologico, segnaliamo dunque innanzitutto il Compianto (fig. 1) rinvenuto nel 2006 durante i lavori di ristrutturazione del complesso di San Geminiano, nel centro di Modena, complesso che nel Quattrocento ospitava un ospedale e un convento femminile. Vengono esposte soltanto due delle otto figure, perché l’opera è attualmente in corso di restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e l’intervento si presenta particolarmente delicato a causa della presenza eccezionale della policromia originaria, resa fragilissima dallo spesso strato di polvere e fango che vi si è depositato nel corso del tempo. Essa viene presentata al pubblico per la prima volta in questa occasione con un’attribuzione a Michele da Firenze, girovago plasticatore formatosi nella bottega del Ghiberti a fianco di Donatello, autore tra 1440 e 1441 dell’Altare delle statuine per il Duomo di Modena. Il riferimento è supportato da stringenti analogie con il rilievo di uguale soggetto realizzato dall’artista per la Cappella Pellegrini in Sant’Anastasia a Verona e propone lo scultore – la cui importanza si è notevolmente accresciuta in anni recenti grazie a nuovi studi e proposte attributive – come tramite per la diffusione in territorio modenese di questa particolare tipologia di opere, apprezzate soprattutto negli ambienti religiosi legati alle confraternite e agli ordini mendicanti. Il Compianto di Michele da Firenze si pone così come concreto precedente dei gruppi plastici di Guido Mazzoni, evidenziandone nello stesso tempo lo scarto qualitativo e i differenti riferimenti culturali, ancora tardo-gotici per il fiorentino, pienamente rinascimentali per l’artista modenese.
Il nome del figlio di Michele da Firenze, Marsilio, è stato speso invece in passato, sembra senza reale fondamento, a proposito del Compianto oggi conservato in San Giovanni Evangelista a Reggio Emilia, risultato secondo gli studi più recenti dell’assemblaggio di gruppi diversi commissionati dall’antica confraternita reggiana che ancora oggi ne è proprietaria. Tale gruppo plastico appare oggi uno dei più problematici tra i molti conservati in Emilia, a causa anche delle pessime condizioni conservative. Le pesanti reintegrazioni e la grossolana ridipintura, di cui già Adolfo Venturi agli inizi del Novecento si lamentava, ne rendono infatti impossibile una corretta lettura. Tutte le figure, comunque, sembrano successive alla metà del secolo e opera di almeno due differenti plasticatori, il primo – autore del San Giovanni e della Maria disposti ai piedi della croce – cronologicamente prossimo agli esordi di Guido Mazzoni, l’altro probabilmente da questi suggestionato. Vi è poi un terzo autore, identificato in occasione degli studi preliminari alla mostra, cui va riferito il Cristo deposto (fig. 2), unica figura del gruppo presente al Foro Boario dove, per motivi conservativi, si è deciso di non trasportare nessun’altra figura. La plastica, anch’essa ricoperta da una tardiva e pesante policromia, fu acquistata a Bologna sul mercato antiquario agli inizi degli anni Cinquanta per sostituire il Cristo originario, un tempo portato in processione durante la Settimana Santa e andato distrutto in epoca imprecisata e va ascritta, nuovamente, a Michele da Firenze, per le fortissime analogie con il Cristo del Compianto rinvenuto a Modena.
Questa ulteriore testimonianza dell’attività del plasticatore fiorentino in Emilia, ormai intorno alla metà del secolo, cioè poco prima del trasferimento a Pesaro (dove morì probabilmente nel 1457), accresce quindi sensibilmente il ruolo di questo scultore nella diffusione della tipologia del Compianto fittile. Un contributo all’inquadramento del problematico Compianto reggiano ci viene fornito da due opere appartenenti ad una importante collezione privata, esposte a Roma nel 2006 con la condivisibile attribuzione di Alfredo Bellandi al cosiddetto “Maestro di Reggio Emilia”, cioè al più precoce dei due autori del gruppo. Si tratta di un San Giovanni e di una Maddalena (fig. 3), recanti ancora evidenti tracce della policromia originaria e probabilmente superstiti di un perduto Compianto di dimensioni leggermente inferiori al vero, le cui figure dovevano presentarsi allineate su un fondo piano anziché disposte entro uno spazio tridimensionale, come nel gruppo di Michele da Firenze recentemente ritrovato a Modena e diversamente dai Compianti di Guido Mazzoni, ad eccezione di quello di Busseto, che non a caso è il più precoce.
Quanto ai Compianti (figg. 4, 4a) riferibili direttamente a Guido Mazzoni, è recentissima l’identificazione di quello appartenuto ad Eleonora d’Este, che viene citato nell’inventario del Guardaroba di corte agli anni 1587-89. Rinvenuto dal Soprintendente BSAE di Modena e Reggio Emilia, Mario Scalini, a Firenze tra le opere dell’eredità Bardini, è opera di dimensioni contenute (circa 173 del vero), tanto da poter essere racchiuso in una “casetta” dorata oggi purtroppo perduta, le cui relazioni con il Sepolcro della chiesa del Gesù a Ferrara appaiono strettissime. Potrebbe quindi trattarsi del bozzetto preparatorio o di una versione ridotta con varianti, evidenti soprattutto nella figura di Ercole d’Este, qui in abiti estivi e col cappello di paglia anziché con il soprabito e il copricapo invernali rivestiti di pelliccia come nella versione maggiore. Il Compianto Bardini ci restituisce inoltre l’originaria disposizione del Cristo sul sepolcro, elemento quest’ultimo perduto in tutti gli altri casi, un sepolcro concepito proprio come un cassone rinascimentale, con angoli stondati e festoni appesi tutt’intorno. Diverse fonti antiche riferiscono, tra l’altro, che Guido aveva una sorta di bottega famigliare, di cui facevano parte la moglie e la figlia, ed una certa discontinuità nella resa delle figure di questo gruppo plastico in dimensioni ridotte potrebbe far supporre una loro presenza nella modellazione di alcune figure; anche il dono di una pezza di tessuto prezioso da parte della duchessa Eleonora alla moglie di Mazzoni (ricordato in un documento del 1485) potrebbe forse essere in relazione con quest’opera, forse da lei dipinta su richiesta della duchessa. Si tratta comunque, al momento, di pure ipotesi, che necessitano comunque di studi più approfonditi, che non è stato ancora possibile effettuare, risalendo la scoperta al mese di febbraio.
Venendo ad Antonio Begarelli, ha dell’incredibile il ritrovamento a fine 2007 di numerosi frammenti del Monumento Beliardi (figg. 5, 6) durante i recenti restauri della chiesa di San Francesco a Modena. Un recupero che permette di ricostruire idealmente il complesso, del quale rimanevano soltanto tre frammenti e l’accurata - e accorata - descrizione redatta dall’avvocato Giulio Besini nel 1807, quando ormai la scellerata decisione di distruggere il complesso a martellate per liberare la chiesa destinata a diventare caserma era stata presa da parte di un ceto dirigente locale la cui totale mancanza di sensibilità culturale viene duramente sottolineata dall’autore. La scoperta non è soltanto del tutto insperata, ma anche molto importante per comprendere gli inizi della carriera artistica del Begarelli che affrontò soltanto due volte, entro il secondo decennio del Cinquecento, il tema del monumento funerario, proponendo in entrambi i casi soluzioni originali e di alto profilo sia compositivo che formale. Il monumento modenese è di poco successivo a quello Boschetti di San Cesario sul Panaro ed è prova ancora più complessa, nella quale l’artista risolve brillantemente il difficile tema della doppia dedicazione, a Francesco e a Leonello, rispettivamente padre e fratello del committente Giacomo Biliardi. Personaggio chiave per comprendere l’avvio della carriera artistica di Begarelli, questi erasovrintendente ai lavori del Palazzo Comunale di Modena negli anni in cui il plasticatore, giovanissimo, realizzò la sua prima opera, la monumentale Madonna di Piazza (1522), originariamente collocata sulla facciata della residenza municipale ed ora conservata al Museo Civico.
In tema di novità begarelliane va senza dubbio segnalata anche la presenza di un bel nucleo di opere destinate a una fruizione domestica, o quanto meno privata, che ci restituiscono l’immagine di un Begarelli “minore”, per le dimensioni piuttosto che per la qualità, spesso molto alta, come dimostrano il Busto di Cristo proveniente da Berlino, restaurato per l’occasione, il Crocifisso recentemente acquistato dalla Fondazione Cassa di Risparmio e la Santa Giustina, segnalata da Bonsanti nel 1992 sulla base di una vecchia fotografia e ricomparsa recentemente sul mercato antiquario. L’importanza di questa produzione, non legata a commissioni ufficiali e quindi per definizione più sfuggente, fu sottolineata già nel Seicento da un biografo locale, Lodovico Vedriani: “Infinito poi sarebbe il racconto di quante figurine sempre ammirabili, ch’ei fece, che per le Case e per le Gallerie di tanti Signori, e Principi si tengono, e custodiscono, come cose rarissime per tutta l’Europa. So, che fino in Amsterdano eccitano a merauiglia tutti i posessori di questa virtù”.
Una vera sorpresa costituiscono, infine, le due statue della chiesa parrocchiale di Verica, presso Pavullo, la Madonna del cardellino (figg. 7, 7a) e il San Rocco (figg. 8, 8a), parte di un complesso più vasto da sempre definito sbrigativamente “begarelliano” o riferito a seguaci dello scultore. Le due statue esposte in mostra vengono ora, a ragione, rivendicate alla migliore produzione dell’artista intorno al 1440, grazie anche alla nuova lettura resa possibile dal restauro, destinato a concludersi al termine dell’iniziativa, perché lungo e complesso a causa della presenza della policromia, che si intende conservare perché quasi sicuramente cinquecentesca e di grande raffinatezza nell’accostamento dei colori e nella resa dei particolari di costume. Preceduto e accompagnato da una serie di indagini diagnostiche, il recupero delle statue di Verica evidenzia ancora una volta l’importanza del restauro come momento conoscitivo, oltre che come operazione di carattere conservativo e consente di aggiungere al catalogo dello scultore un’intero nucleo di nuove opere, realizzate probabilmente anch’esse – come la maggior parte della produzione matura di Begarelli – su commessione dell’ordine benedettino cassinese, che sulla chiesa di questa sperduta località appenninica estendeva la propria giurisdizione.