Il Pool antimafia di Palermo


All'inizio degli anni Ottanta, fu organizzata a Palermo una risposta molto decisa ed efficace alla ciminalita' mafiosa per merito di un pugno di magistrati palermitani, che costituirono quello che ormai è passato alla storia come il pool antimafia di Palermo. Analizzare il metodo di lavoro del pool di Palermo puo' essere molto utile ancora oggi, per comprendere - al di la' delle celebrazioni di maniera di Falcone e Borsellino - le ragioni dell'efficacia della loro azione, ma anche per imparare qualcosa dalle difficolta' che dovettero affrontare in un contesto politico e culturale che spesso fu loro ostile.

Il merito della creazione di questo gruppo di lavoro fu dapprima di Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione, che prese ad affidare tutti i processi di mafia a quattro giudici - Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta - che si specializzarono su questa materia ottenendo ben presto preziosi risultati. La reazione della mafia non si fece attendere: Rocco Chinnici fu ucciso nel 1983, con gli uomini della scorta, da un auto bomba parcheggiata sotto casa sua (Chinnici aveva richiesto a più riprese di istituire un divieto di sosta sotto casa).

La mafia sperava nella nomina di un giudice più "morbido", che tornasse alla vecchia routine. Non aveva calcolato, tuttavia, che un anziano giudice, palermitano di nascita, ma da tempo a Firenze, decidesse, alle soglie della pensione, di dedicare il proprio impegno alla continuazione del lavoro di Chinnici. Così Antonino Caponnetto giunse a Palermo e creò anche formalmente il pool, seguendo l'esperienza già sperimentata durante la lotta al terrorismo da un altro giudice che tornerà ancora nelle cronache dell'antimafia: Giancarlo Caselli.

Il pool riuscì ad istruire il maxiprocesso di Palermo, uno dei punti più alti della lotta antimafia nella nostra storia. Furono arrestati e condannati centinaia di mafiosi, fu smascherata l'intera cupola, e diversi legami politici furono messi a nudo. Personaggi del calibro di Michele Greco, Pippo Calò (mente politica e finanziaria della cupola), Nino e Ignazio Salvo, Vito Ciancimino, furono arrestati e condannati.

La strategia del pool puntava su quattro aspetti innovativi rispetto al passato.

1. Si istituì un sistema di intensa collaborazione tra i giudici e la loro specializzazione in reati di mafia. Ciò permise di migliorare l'efficienza dell'azione investigativa.

2. Si iniziò a considerare i delitti di mafia non più come singoli episodi indipendenti, ma come momenti di un'unica trama criminale. Oggi sembra incredibile, ma fino alla fine degli anni Settanta, i giudici avevano la tendenza ad indagare su ogni reato separatamente: fu considerata rivoluzionaria, ed ebbe importanti risultati, persino la semplice comparazione delle perizie balistiche sulle armi utilizzate in delitti compiuti in zone diverse dalla Sicilia, che permise di capire i collegamenti esistenti tra la mafia palermitana e quella catanese, che fino ad allora erano stati sempre negati.

3. Altro aspetto vincente fu l'uso dei "collaboratori di giustizia" (giornalisticamente chiamati "pentiti") ed in particolare di Tommaso Buscetta. La testimonianza dall'interno ha consentito di conoscere il funzionamento esatto della mafia. Una volta avuto questo quadro, lo si è utilizzato per cercare le prove che incastrassero ogni singolo mafioso. Nessuna condanna è stata mai emessa solo per le accuse dei pentiti. Ma pochissimi processi si sarebbero potuto fare senza il primo impulso proveniente dai collaboratori di giustizia.

4. Ultimo momento innovativo della strategia del pool fu quello di ricostruire gli aspetti finanziari dell'attività mafiosa. Se infatti Cosa Nostra aveva antica esperienza nel nascondere le prove dei propri delitti, più difficilmente riusciva a cancellare del tutto le tracce del denaro derivante da quei delitti. Le indagini bancarie, condotte anche grazie alla collaborazione internazionale, furono uno dei segreti del successo investigativo del pool di Palermo.

Purtroppo, però, alla breve stagione dei successi del maxiprocesso, seguì una delle più vergognose fasi dei rapporti tra lo stato e la mafia. Nel 1984 Antonino Caponnetto, dopo quasi due anni di permanenza a Palermo, andò in pensione, per raggiunti limiti d'età. L'intera pubblica opinione si attendeva che al suo posto fosse nominato il giudice che aveva guidato il pool antimafia, Giovanni Falcone. Ma, negli stessi giorni, cominciò su buona parte della stampa italiana a giungere l'eco di una polemica ferocissima contro "i professionisti dell'antimafia", di coloro i quali, cioè, secondo quanto aveva scritto in un articolo sul "Corriere della Sera" un grande intellettuale italiano incappato in uno dei suoi peggiori momenti, Leonardo Sciascia, approfittavano dei meriti acquisiti nella lotta alla mafia (si lasciava intendere: a volte meriti non effettivi) per fare carriera nella magistratura o nella politica. Così il Consiglio Superiore della Magistratura decise di nominare al posto di Caponnetto, Antonio Mele, un anziano magistrato che ben presto riprese l'antica routine di considerare i delitti di mafia ognuno per proprio conto, senza cercare le relazioni tra di essi, e di affidarli quindi non più sempre agli stessi magistrati, ma a turno a tutti i magistrati dell'ufficio, costringendo contemporaneamente Falcone e gli altri del pool ad occuparsi di ogni piccolo delitto.

Il pool fu smantellato, e molti anni si persero prima di rilanciare nuovamente una seria lotta contro la mafia. Falcone, dopo la riforma del Codice di procedura penale, che affida ora ai procuratori il compito di istruire i processi e di fare le indagini, si trasferì alla procura, dove assunse il ruolo di vice del giudice Giammanco, il quale fece di tutto per ostacolare la sua attività. Stanco di questa situazione, Falcone decise di trasferirsi a Roma, accettando l'invito dell'allora ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, di andare a dirigere l'ufficio del ministero che gestisce i rapporti tra la giustizia italiana e gli altri paesi. Al ministero, Falcone ispirò una nuova legislazione, per l'istituzione delle procure distrettuali antimafia, che sostanzialmente riprendono e rendono obbligatorio quanto era stato sperimentato ai tempi del pool: la collaborazione tra più magistrati e la specializzazione in indagini sulla mafia.

Oltre a ciò, la nuova legge promossa da Martelli e Falcone prevede l'istituzione di una Procura Nazionale Antimafia (PNA), cioè di un ufficio nazionale, guidato da un magistrato, che coordini le indagini sulla mafia, ed abbia anche il potere di avocare a sé le indagini in caso di inefficienza di un pubblico ministero, o di necessità di supervisione nazionale. Questa parte della nuova legislazione antimafia creò molte polemiche anche tra Falcone ed alcuni suoi collaboratori ed amici. Tanto Caponnetto che Borsellino si dichiararono non favorevoli alla Procura Nazionale, così come l'Associazione Nazionale Magistrati e molte forze politiche di opposizione, in quanto si temeva che un Procuratore Nazionale, che aveva rapporti con il Parlamento, e che il Ministro contribuiva a nominare, sia pure su indicazione del CSM, rischiava di essere troppo vicino al potere politico. I magistrati temevano che ciò comportasse una riduzione dell'autonomia dei giudici, ed un primo passo verso la sottoposizione del pubblico ministero al potere politico. Conseguenza di ciò si temeva potesse essere l'impossibilità di fare indagini sui politici.

A causa di queste polemiche Falcone non fu candidato dal CSM alla guida della PNA. Era la seconda bocciatura di Falcone, ma aveva un segno completamente diverso dalla prima. Questa volta, infatti, fu indicato dal CSM un giudice, Agostino Cordova (oggi procuratore capo a Napoli), che aveva verso la mafia un atteggiamento altrettanto aggressivo di quello di Falcone, ma che in parte differiva nel metodo di lavoro.

Se infatti Falcone era convinto che, per combattere la mafia, occorreva innanzitutto individuare i responsabili dei delitti facenti capo alla struttura di Cosa Nostra, e solo in seguito tentare di capire le relazioni tra questi e la politica, per Cordova invece occorreva procedere in senso opposto: a suo parere proprio dalle connessioni con la politica (e la massoneria) si doveva partire per smascherare la pericolosità sociale profonda della mafia.

Quando ancora era aperta la polemica tra CSM e il ministro Martelli, e dunque il posto di Procuratore Nazionale era ancora vacante, com'è tristemente noto, nel maggio dl 1992 Giovanni Falcone saltò in aria, in compagnia della moglie e di cinque uomini della sua scorta, a causa di un autobomba piazzata sotto l'autostrada. Pochi mesi dopo la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino.

La reazione, questa volta, di Palermo, della magistratura, dell'intero stato italiano fu molto forte. Forse le stragi di Capaci e di via D'Amelio sono state i più grandi errori strategici della mafia negli ultimi anni. I giudici della procura distrettuale di Palermo diedero tutti le dimissioni per protesta contro il procuratore Giammanco. Solo quando questi fu costretto a sua volta alle dimissioni, le ritirarono. Al posto di Giammanco fu nominato procuratore capo a Palermo Giancarlo Caselli, lo stesso che aveva dato a Caponnetto i consigli giusti per la formazione del pool. Allo stesso tempo chiese di essere trasferita a Caltanissetta, città competente per le indagini sui delitti Falcone e Borsellino, Ilda Boccassini, una magistrato napoletana, in servizio a Milano, molto amica di Falcone e che si era fatta una grossa esperienza in indagini sulle infiltrazioni mafiose a Milano, ed in particolare con l'inchiesta che prese il nome di "Duomo Connection".

Ma soprattutto, tutti i politici che avevano in passato ostacolato Falcone ed il pool di Palermo sono stati travolti da diverse indagini che hanno messo a nudo la loro vera natura. E' davvero impressionante leggere l'elenco dei ministri del governo in carica al momento della morte di Falcone, e constatare quanti di essi sono oggi sotto processo: Giulio Andreotti, che era Presidente del Consiglio, è accusato di associazione mafiosa e di omicidio, insieme a Claudio Vitalone, ex ministro del commercio estero; Cirino Pomicino (bilancio) e Conte (aree urbane), sono accusati di legami con la camorra; Antonio Gava (già ministro dell'interno, e quindi capo della polizia...) è stato anche arrestato per associazione a delinquere di stampo camorristico; Martelli (giustizia), De Lorenzo (sanità), Prandini (lavori pubblici), Andò (difesa) ed altri sono accusati di corruzione o di finanziamento illecito dei partiti.