Andreoli Eleonora

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«Ognuno si scelga un simbolo, un nome, una foto, una scultura, una manciata di numeri e se li porti dietro, giù nella città nascosta i cui palazzi sorgono in superficie come fiori di campo».
Dal XVI° papiro del regolamento, Idrargirio,
ottavo mese di permanenza.

Da tempi remotissimi gli uomini e le donne dell'isola di Idrargirio, quando il regolamento leggendario lo prescriveva, giocavano a ritirarsi in dimore profonde e sotterranee, partendo con la certezza di chi non si farà mai più vedere, e andavano a calarsi lontano, sotto gli occhi di tutti, senza motivo, come per un dispetto bambinesco che gli astanti accoglievano con una cerimonia dai pianti forti e dalle tinte sbiadite. E tutti, come oggetti smarriti in cassettoni che nessuno riapre più, una volta udito il proprio nome, scendevano nelle segrete del villaggio, per molto, molto tempo, fin dove, si narra, il tempo non esiste più, trasgredendo la regola del gioco bello finchè corto. Ogni volta nascondevano i loro corpi con una cura tale, da lasciare increduli anche gli abitanti più anziani che meglio conoscevano la lunga prassi del gioco tramandata dalle generazioni. Conclusa la cerimonia, i compagni più vicini, per amicizia o parentela, a colui che per ultimo era andato nascondersi, dovevano a loro volta partire alla sua ricerca per giorni, mesi, e a volte anni, finchè, spesso trafelati e sporchi di polvere e lacrime, d'improvviso, magari durante un bagno o lungo le strade quotidiane del villaggio, uno di loro intuiva di colpo il gioco, e, senza svelarne il segreto, correva a nascondersi pure lui, per sempre, giù nella città popolosa dei suoi avi. Si narra che, solo quando anche l'ultima creatura del villaggio si fosse nascosta, il lungo gioco avrebbe avuto fine e l'eternità avrebbe di nuovo ripreso a ripopolarne le vie. Tutti prima o poi venivano chiamati al nascondino popolare, secondo tempi imprevisti e modalità misteriose, e tutti vi partecipavano, chi con gioia, chi con stizza, chi da vecchio, chi ancora in fasce, ma senza conoscere né premio né mecenate che ne avesse bandito le regole (io, nonostante le mie ricerche, non sono ancora riuscita a cogliere le cause della longevità del gioco).
Un giorno, mentre io ero là a raccogliere materiale per la mia tesi sperimentale sul misterioso nascondino, tuttavia avvenne che gli anziani di Idrargirio si riunirono in consiglio perché, si diceva, era appena sceso dalle montagne un uomo molto potente, un profeta, forse, oppure uno dei soliti folli che nessuno ascolta mai, che comunque possedeva la facoltà di realizzare i desideri, o meglio il desiderio perché solo uno se ne poteva formulare, della popolazione intera. Fu decretata subito la sospensione del gioco e tutti gli abitanti del villaggio, invece di partire per il loro antico nascondino, vennero convocati alla grande assemblea del desiderio. Nonostante il gran numero di cittadini, non fu loro difficile concordare sull'unanime decisione di esprimere al profeta l'eternità, che li esonerava una volta per tutte dall'obbligo di andarla a cercare con quell'inutile gioco che, diciamolo, aveva ormai stufato i più, e specialmente i più giovani. Fu così che quel giorno il profeta spalancò sotto i miei occhi un immenso sacco che subito si gonfiò, mentre in un attimo il pomeriggio venne dilatato in un perenne giorno festivo.
«Il tempo è morto!» decretava soddisfatto, come chi dopo una nottataccia dichiara finalmente compiuta la sua ultima opera.
Ma dopo pochi istanti, che già erano secoli, ecco che la folla, sempre più impreparata ed inquieta, era arrivata a burlarsi di lui e, come un bambino viziato, si lagnava per riavere indietro ciò che in un capriccio aveva scaraventato a terra.
«E noi non sappiamo più per cosa vivere!», gridarono tutti.
«Avete espresso l'immortalità, eccovi dunque il vostro desiderio!».
«Intrappolati come topi in questo eterno presente dove tutto scorre ma niente muta! Siamo come un olimpo di dei viziati, eternamente viventi ma desiderosi di finire. Chi ha liberato l'eternità? Chi ha ucciso il tempo? Vogliamo indietro, per carità, le nostre usate morti».
E poiché ogni morte portava un nome proprio con tanto di segni, rotture e sbavature, benchè non fosse mai stata usata, ma solo posseduta, al folle era toccato di riaprire quell'enorme saccone di corda in cui erano state cacciate quasi a forza, e tutte insieme, grandi e piccole, a seconda della statura spirituale di ognuno, tutte le morti del villaggio, per ridistribuirle ai loro singoli proprietari. Ma la frenesia era talmente tanta che sulle prime qualcuno aveva cercato di imbrogliare approfittando della calca per arraffarsene perfino due, tre, quattro, fino a dieci, per il terrore di rimanere senza, anche se poi, al momento della vestizione, era stato inevitabilmente scoperto dagli altri, perché in alcune di quelle morti pareva scoppiare e in altre scomparire, col risultato che i proprietari, imbestialiti, gliele avevano strappate di dosso con tanto di graffi, spintoni, calci nel culo e altre buone maniere.
E lui restava lì, il folle, a guardare divertito quel bolo cattivo di gente, come un cibo grasso e unto che non si è riusciti a digerire, che si malmenava per riconquistare la propria singola morte, ora riportata a casa tra i denti da uno, ora indossata sporca e lacera come il più elegante capo dell'alta moda da un altro, ora infilata sotto l'ascella da un altro ancora, proprio come si porta il giornale per strada o mentre si salgono le scale, con l'odore di cena che spalanca nel cuore il prefigurarsi delle cose familiari.
Dopo quell'episodio, da quanto mi hanno riferito, perché da molto non visito Idrargirio, il nascondino popolare è stato ripristinato all'unanimità, e tutti, come oggetti smarriti in cassettoni che nessuno riapre più, una volta udito il proprio nome, continuano a scendere nelle segrete del villaggio, per molto, molto tempo, fin dove, si narra, il tempo non esiste più, trasgredendo la regola del gioco bello finchè corto.


Andreoli Eleonora
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