Berselli Davide

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Colori di casa
I.
L'aria era fresca e salina, gli sbatteva in faccia senza pudore, gli veniva addosso così, non accorgendosi del profilo a spigoli, scarno e iscurito dalla barba di giorni che sfidava il vento del mattino. Era strano, per lui, svegliarsi a quest'ora, e ancora più strano svegliarsi senza pesantezza alla testa, con i pensieri lucidi e la voglia di fare intatta dal giorno prima. I colori erano più nitidi, non aveva dubbio, avrebbe potuto inventare un nuovo arcobaleno, se solo avesse potuto gettare su una tavolozza qualsiasi una dozzina delle mille suggestioni che gli venivano regalate in quelle prime ore dalla spiaggia e dai gabbiani svegliati dal rumore delle onde dell'alba.
Guardava con gli occhi aperti e curiosi, tagliava alcuni particolari e disegnava con la linea d'orizzonte nuove geometrie più libere, lunghe e sensuali; era un gioco divertente da giocare mentre sedeva sullo scoglio come fosse un pescatore, in attesa paziente del primo movimento di una vita per terminarla quella vita, tirarla su allo spago. Solo che lui la vita degli altri la tirava su con la setola dei pennelli.
L'acqua del golfo era liscia, la intuiva fredda; la sua liquidità, l'eleganza del blu pesante lo riportavano alla pelle di Jeanne, dal profumo fresco e dalla svogliata accoglienza di certe mattine. Jeanne era ancora sul letto a rigirarsi per cogliere gli ultimi piaceri dell'ultimo sonno, col naso che cominciava a gustare il giorno ma la testa ancora lontana; sorrideva al pensiero di quella bocca sbarazzina che vedeva quasi aperta, poggiata sul cuscino, a proferire parole e respiri del sogno. Avrebbe voluto svegliarla del tutto con un abbraccio tenero, imparato chissà dove, non suo ma di qualcuno prima di lui.
Era forse abbraccio di madre, regalato in una notte di febbri, svestendosi del ruolo altero impresso nel ricordo, magari accompagnato da una parola dolce e infantile, da una ninnananna a ritmi e parole ancestrali. E fuori della finestra, la vita di Livorno sarebbe continuata nel porto con le parole grevi di chi partiva ancora un'altra volta su una nave familiare e maledetta. Un ricordo di sale, pieno come il soffio del mare di quel piccolo golfo riparato. E al di là dei monti, oltre Nizza, e Mentone profumata, e Ventimiglia dalle terrazze sul mare, e Genova stretta ed esotica, ecco riapparire Livorno, come un sogno di gioventù, come un posto dove ritornare alla fine della tempesta. Perché da troppo tempo non parlava la sua lingua e non mangiava il suo pane, e non abbracciava i sapori dell'infanzia e gli amici che da qualche anno aveva dimenticato, amici rozzi e provinciali, che però non lo giudicavano per i vestiti e il carattere.
E così, mentre cercava ispirazione nei colori e nel fresco di un mattino nel sud della Francia, tossendo con violenza per un minuto buono, Amedeo sceglieva di partire. A suo tempo, avrebbe voltato le spalle per qualche settimana al nord per scendere alle radici di cui non si vergognava.

II.

Molto tempo dopo, notando il rubino di un vin du pays immobile nel bicchiere, ripensava a quella mattina di mare calmo e aria fresca e a quella voglia di casa.
Italia, Italia, sussurrava a labbra strette, apriva la fantasia al modo dell'accento e della musicalità di quel nome, e vedeva il rosso dei tetti di Firenze, e apriva gli occhi chiusi sulle chiese dimesse di Roma, e poi dipingeva paesaggi dolci che non aveva mai dipinto, e le colline toscane come seni dei suoi nudi, i lunghi colli del suo mondo divenivano canali stretti e bui di Venezia. Il bicchiere ora era vuoto, fu ancora pieno e poi vuoto, e poi di nuovo pieno.
I colori erano sempre più dolci, e vedere fuori dal vetro del bistrot il grigio consueto di Parigi fu solo pallida e veloce distrazione. Perché nel suo quadro ora non c'era pioggia, debiti, freddo, ateliers nudi e modelle nude, perché ora dipingeva le mani della madre sulla sua fronte calda, e poi la luce dell'alba che chiudeva la notte passata con gli amici a far danni, e dipingeva cose e persone allegre e l'allegria stessa. I pochi franchi accartocciati nelle sue tasche diventavano indirizzi di amici da andare a trovare la domenica, con Jeanne e la loro piccola cucciolina. Un bicchiere da portare alle labbra piegate a sorriso, e da riempire poi un'altra volta.
Non era ancora partito, solo perché sapeva che laggiù lo avrebbero aspettato sempre, il giorno dopo e ancora quello dopo. Ora non era tempo di andare, troppi visi gli affollavano la testa e doveva liberarsene, voleva partire leggero, voleva andarsene per un po' come quei viaggiatori senza fagotto che sorridono sempre perché non si preoccupano di aver dimenticato qualcosa. Anzi voleva proprio dimenticare tutto, chissà, reinventarsi, disegnarsi di nuovo, una bella mano di bianco su quella tela grossolana e confusa e senza spazi vuoti che era il suo destino a mille curve. Fuori dal caldo e dal fumo del locale, la pioggia di Parigi scendeva scura e tornava su.
Ma tanto lui sognava il sole di casa.


Il 24 gennaio del 1920 Amedeo Modigliani, artista di Livorno, moriva a Parigi, dove era venuto a cercare una fortuna che mai trovò. Moriva in terra straniera, non era più tornato a casa. Qualcuno dice che il suo ultimo fiato parlava di Italia, il suo ultimo sogno prima di addormentarsi volava sul Tirreno della sua tormentata e calda infanzia.


Berselli Davide
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