Bottone Martina

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Sogno
Attendevo, ma non so cosa. Le mani mi sudavano. Era la prima volta che andavo in un luogo simile (sempre se così si poteva definire). Non sapevo come vi ero arrivata. Ormai mi trovavo in quello strano posto e, non sapendo dove andare, rimasi dov'ero. Sapevo di essere morta. Intuivo che si sarebbe decisa la mia eterna esistenza.
C'era un uomo grosso, potente, ma buono, davanti ad un gigantesco cancello d'oro massiccio.
Ai lati di questo non c'era nulla a parte immense distese di candide e bianche nuvole. L'aria era gioiosa e leggera. Mi guardavo attorno e vedevo migliaia di persone allegre, eppure, non facevano quel brutto rumore prodotto dalle rozze voci dei terrestri. Il loro era un dolce canto.
Ero in fila come agli sportelli postali della terra, ma questa volta l'attesa sarebbe durata mesi, forse anni interi.
Non c'era il problema del tempo. Non vi erano orologi in questo magnifico e rassicurante luogo. Solo esseri che somigliavano agli uomini, ma erano più belli e riflettevano una calda luce. Non avevano ali, solo un'aureola dorata sulla folta e lucente chioma. Essa emanava un forte bagliore che, però, non accecava. Aspettavo. Non ero stanca e nemmeno avevo fretta. Non mangiavo da quando era incominciata questa strana avventura. Era come se l'aria bastasse a saziarmi. Mi sentivo leggera, svuotata. Non so quanto tempo fosse trascorso da quando ero arrivata. Ad un tratto, come se il tempo fosse volato, era il mio turno. Ciò che mi aspettava era un segreto sconosciuto e che, dopo poco, cadeva nell'oblio. Non c'era nessuno ad attendermi e, mentre io mi chiedevo dove fossero tutti e quale altra stranezza mi sarebbe capitata, tutto intorno a me cadde nell'oscurità.

Tutto ciò che mi circondava scomparve. Sentii la stanchezza, l'amarezza, il dolore, la vita precedente piombarmi addosso come un masso sulle mie spalle. Il peso era cosi' grande che incominciai a precipitare... Cadi... cadi... sempre più in basso. Più nulla. Galleggiavo leggera come l'aria. Intorno a me non c'era colore, ero nell'infinito, nel mio cuore. Incominciai ad essere cullata dolcemente, ma con un ritmo regolare. No, era un martello che picchiava contro le pareti. Com'era possibile se non c'erano pareti?
Tutto buio. Immagini sempre più nitide scorrevano davanti ai miei occhi. Capii che quelle erano la mia vita.
Ad un certo punto un suono. Familiare, insistente, assordante! Proviene dalle immagini della mia vita. Apro gli occhi. Sono nel mio letto. La sveglia suona. Sono le 7: 30. Devo andare a scuola. Mi alzo come un robot. Del sogno rimane solo un remoto ricordo che presto sarà obliato. Una grande stanchezza mi accompagnerà per il resto dei miei giorni, ma non saprò mai capacitarmi a cos'è dovuto.

Bottone Martina
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