Bruno Maria Vittoria

Indietro
A tutela dell'habitat

Nel 2005 d.c. il nostro pianeta era fortemente degradato. L'effetto serra e il buco dell'ozono producevano gravi danni a tutti gli ecosistemi, mentre spietati industriali continuavano a deturpare ed inquinare l'ambiente con nuove industrie e speculazioni. Intanto piccoli gruppi di no global iniziavano a rendersi conto dei rischi incombenti.
Io lavoravo per un ente speciale internazionale militare che si occupava di assicurare il rispetto delle norme ambientali. Chiamato green-force, possedeva nozioni non solo militari ma anche scientifiche. Il nostro team multietnico era molto affiatato.
Questa volta il nostro compito era molto delicato: supervisionare l'installazione di un impianto industriale al Polo Nord da parte di una società i cui traffici non erano così trasparenti e, nello stesso tempo, difenderne il personale da possibili attentati da parte di alcuni gruppi eschimesi, che rappresentavano l'ala più estremista dei no global. Infatti, l'ecosistema del Polo e le sue popolazioni eschimesi erano fra coloro che più soffrivano di questo degrado.
Io ero la capa, unica italiana. Gli altri erano un americano specializzato in esplosivi, John Karter; un medico americano, James McCallister; un giapponese, Ioko Tanizaki; un russo, Maxim Ossipov. Il gruppo della Reutailor era composto dal borioso COO, Mr. Arcibald Craven, con la sua assistente, una pitocchina con la puzza sotto il naso e trampoli al posto delle scarpe, e una schiera di sgherri, simili ai bravi di Manzoni.
Partimmo da New York, dove la vista della stele commemorativa del atto terroristico del 2001 ci rese ancora più tesi. Arrivammo in aereo a Stoccolma da dove partimmo con una rompighiaccio.
Dopo una settimana di navigazione già non ci potevamo più compatire noi e quelli della Reutailor. A me spettava il compito di gettare acqua sul fuoco. Vi assicuro, non era facile e, quando il 19 ottobre sbarcammo, eravamo felicissimi di evadere da quella "prigione".
Tutto filò fino alla seconda notte dal nostro arrivo quando nel nostro

campo, dalla tenda con il wc partì un grido atroce e subito tutti accorremmo: non
scorderò mai quella scena. Il corpo di uno degli sgherri della Reutailor era martoriato, con segni di colpi violentissimi e ripetuti, ma il corpo era in uno stato di decomposizione innaturale, per di più a quelle temperature… La violenza di quella scena non era riconducibile all'azione umana, ma un orso non si sarebbe intrufolato in un accampamento senza lasciare tracce… Subito ordinai che fossero istituiti dei turni di guardia di due ore e che fossero ravvivati i fuochi; ma l'aria era permeata da uno strano odore e la sensazione era quella di essere perennemente sotto gli occhi di qualcuno o qualcosa di spietato e macabro.
Il giorno dopo la tensione era salita alle stelle e cercare di non far reagire i miei agli insulti delle guardie del corpo, che ci accusavano di difendere gli eschimesi considerati i mandanti dell'omicidio, non fu facile. Ovviamente Mr. Craven non volle sospendere le operazioni. Altri due giorni passarono e così ci sembrò che tutto stesse tornando alla normalità, ma qualcosa al di fuori della nostra immaginazione incombeva su di noi.
La quinta notte spirava un vento fastidioso che produceva suoni simili a lamenti, ma non fu il vento a gridare. Fu un grido soffocato, di dolore, straziante: era la segretaria, ma quando la trovammo era già morta. Il suo corpo contorto giaceva sul ghiaccio come a indicare un monte che lontano s'intravedeva: un'ombra nella fitta nebbia.
Nessuno aveva visto né sentito alcunché, ma un peso gravava su di noi. Gli operai iniziavano a pensare che quel luogo fosse stregato e qualcuno già programmava di andarsene. Un clima di ansietà aleggiava tra di noi e tutti erano certi che il mostro avrebbe colpito ancora.
Non ci sbagliavamo. Come l'ululato di un lupo, un grido echeggiò nelle tenebre. Di nuovo una vista orrenda e il corpo contorto a indicare quel monte.

Inviammo un nuovo SOS. In attesa della nave che sarebbe giunta dopo tre giorni io e il mio gruppo decidemmo di dirigerci là dove i corpi straziati c'indicavano. Attraversammo la distesa bianca che ci divideva da quei luoghi misteriosi e subito iniziammo le ricerche: non sapevamo, però, cosa cercare.
Il tempo a nostra disposizione era limitato, ma dividerci era imprudente. Passò un'altra notte piena d'ansia.
Quando ormai c'eravamo rassegnati, Ioko inciampò su qualcosa che sporgeva dalla neve, ricoperto da uno strano liquido giallastro. Non so ancora se fummo contenti o terrorizzati. Estraemmo quel pezzo di roccia dal terreno e fummo travolti da una nuvola, dapprima grigiastra poi gialla, che incominciò a lacerare i nostri vestiti. Ci rendemmo conto che il nostro abbigliamento non avrebbe retto ancora per molto e fummo colti dal panico. Fortunatamente, con l'aiuto di Karter, riuscii ad accendere un fuoco e a disperdere gli assalitori.
Ritornammo al campo base, ove nel frattempo non era accaduto nulla, ma riuscimmo a convincere Mr. Craven a desistere dalla sua operazione anche se, in realtà, sentendosi in pericolo, fu il primo a volersi imbarcare.
L'analisi del campione del liquido giallo prelevato ci confermò che killer erano stati gli insetti secernenti acido. Questo non fu mai divulgato e su chiunque cerchi di turbare il Polo Nord incombe tutt'ora la vendetta della natura a preservare per sempre l'habitat.


Bruno Maria Vittoria
Indietro Ti sei perso? Clicca qui!