Leonardi Marina

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Il castello del minatore Woolziscky

Nel nord dell'Australia tra il tropico del Capricorno e l'Equatore lì dove il deserto è interrotto da piccoli rilievi disegnati dal vento c'è un piccolo paese, talmente piccolo da non essersi guadagnato neppure un nome. Un nome ufficiale intendo, che si possa andare a cercare sugli atlanti o le mappe stradali. Perchè gli aborigeni quel posto lo chiamano Yankuntjatjara che vuol dire terra di nessuno. Tutti gli altri lo chiamano invece Doolombie che non vuol dire un bel niente ma almeno è più facile da pronunciare.
Quello che ha spinto tanta gente in mezzo alla polvere di Doolombie è stato il sogno dell'oro che, come tutti i sogni si è rivelato più spesso fonte di amarezze che di felicità. Quanti sogni si sono spezzati a Doolombie? Tanti, da far ripensare che forse il nome più giusto per quella città sarebbe Dreamlost, ovvero sogno perduto. E tra i tanti sogni perduti che la notte brillano alti nel cielo c'è quello del minatore Woolziscky.

Woolziscky era già avanti negli anni quando arrivò in quella che in Europa veniva spacciata come la terra delle mille opportunità. Il suo primo desiderio non appena mise piede giù dal bastimento che l'aveva strappato alla miseria cieca di Carnko fu di ritornarsene indietro, a casa sua, dove l'inverno era tanto freddo che il fiato si ghiacciava sulle labbra e dove l'estate i prati sembravano tappeti ricamati all'uncinetto.
Non sognava di diventare ricco, di spassarsela ogni sera con una donna diversa o di cambiare automobili come fossero calzini sporchi. Sognava i pochi soldi necessari per rimettere in piedi la cascina dov'era cresciuto, la casa in fondo alla vallata di Klemke dove c'era il più bel castello di tutta la Cecoslovacchia, un castello che sembrava uscire dritto dritto da un libro di fiabe. Questo sognava il minatore Woolziscky, di giorno quando piegato in due scivolava come un fantasma lungo i cunicoli bui della miniera e la notte, nelle poche ore di sonno, quando gli attacchi di tosse gli concedevano un po' di tregua. Non erano neppure tre anni che faceva quella vita e una brutta tosse gli si era già appiccicata addosso come una moglie troppo gelosa. La chiamavano la tosse del minatore.
Quando incominciò a sputare sangue si decise ad andare all'ospedale, a Tennant Creek oltre quattrocento chilometri da lì. Era una mattina di primavera quando un dottore gli disse che non gli restava più molto da vivere ormai.
Era primavera nel nord dell'Australia, tra il tropico del Capriconro e l'Equatore ma nella vallata di Klemke, dall'altra parte esatta della terra, la natura aveva già indossato i vestiti dell'autunno. Mentre mangiava la polvere sulla via del ritorno immaginava i vigneti, i contadini che raccoglievano l'uva. Gli sembrava quasi di sentire l'odore della prima legna bruciata nei camini la sera. E vedeva il sole scendere lento dietro le guglie del castello di Klemke, vedeva le ombre allungarsi sui torrioni come anime in pena che non riescono a prendere il volo.
Per una settimana non si mosse dal letto. Sentiva il suo sogno svanire come i colori di un vecchio affresco consumato dal tempo. Ora doveva trovare una ragione da dare a quello che gli era rimasto.
L'idea lo colpì all'improvviso tanto da farlo barcollare. Incominciò a trasportare sabbia, calce e pietre tra le erbacce dietro alla baracca. Poi si mise a costruire, un muro, due mura, una torretta, una guglia. Giorno dopo giorno sotto lo sguardo incredulo degli altri minatori la terra prendeva la forma di un sogno irragiungibile. A giugno Doolombie era la prima città senza nome ad avere un piccolo castello, e neppure tanto piccolo visto che per guardare la torre più alta i minatori tutti dovevano sollevare lo sguardo verso il cielo.
Ad agosto dal suo letto, attraverso i vetri sporchi di quella polvere rossa che ricopre per metà l'Australia il minatore Woolziscky guardò il sole scendere lento dietro le guglie così come faceva da bambino mentre sua madre cuoceva la polenta sul fuoco. Potè vederlo un'ultima volta prima di volare tra le stelle in mezzo a tutti i sogni di quelli che l'avevano preceduto e di tutti quelli che sarebbero arrivati dopo di lui.

Nell'agosto del 1995 mentre attraversavo il deserto australiano da Alice Spring a Darwin, alla stazione di servizio di Wokkamatta qualcuno mi suggerì di lasciare la strada principale e di deviare per la città fantasma di Doolombie, abbandonata dai minatori all'inizio degli anni '80. "L'unico buco d'Australia - mi disse un uomo grassoccio con un tic che gli faceva tremare il mento - dove puoi trovare un castello, un castello vero come quello della regina Elisabetta, God save the queen!. Se ha un attimo di tempo e i soldi per un paio di birrette le racconto una storia davvero interessante".

01 10 1995

Leonardi Marina
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