Luisi Enrico

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Trieste

Il calore dell'alba mi accolse all'entrata nella stazione. Il treno percorreva sussultando l'ultimo tratto, e la luce mi pizzicava giocosamente gli occhi, passando il grosso vetro del finestrino, danzando tra le macchie spesse ed opache. Con facilità si districava tra il fumo stantio e le coltri sopite della mia mente.
Trieste! Inaspettata e inattesa, mosaico antico e fantastico. Il faro, a sinistra, troneggiava isolato, proteggendo lontano e paterno la sua città. A sinistra il Carso, d'un verde così intenso da ricordarmi l'Irlanda, ma più caldo, a destra il mare, grande, blu scuro, e calmo, e davanti le cupole, i tetti, i canali, i palazzi.
Una leggera brezza mi baciò scendendo dal treno. Partito quasi senza meta avevo dovuto fermarmi al confine per.. una disattenzione nel rinnovare i bolli del passaporto: me ne ero dimenticato. Ora ero però da qualche parte, solo, finalmente io. La città ancora semideserta mi scorreva intorno nella sonnecchiosa mattina estiva.
Godetti in silenzio del teatro romano, tra elmi e lunghe vesti bianche, sentendo una lingua capita del tutto in sogno soltanto. Baldanzoso percorsi i saliscendi del castello di San Giorgio, carico di antichi saperi, all'oscuro della mia umana ignoranza. Piccolo ebreo mi sentii di fretta tra i vicoletti ed i canali, indaffarato, attento per la fragile merce. Accesi dieci ultime sigarette, macerando nel dubbio i pensieri delle mie amate, ormai perse per sempre.
Profumi diversi, agrodolci e salmastri. Niente urla, silenzio; non più angosciosi perché, ma un brulicante brusio di voci straniere. Correre per me, solo per me, non correre infine. Stabilire i tempi, la durata di ogni singolo sguardo, farmi cogliere da raggi di sole dagl'angoli strani. Sentire ogni singola Chiesa, negozio, casa o mattone in attesa da tempo di me, come da vecchi amici o parenti, di passaggio, certo, ma a casa. Poter vivere lì, forse volerlo anche fare, ma andarsene per non creare altri, nuovi legami.
Io e lei da soli, noi due: Trieste ed io. Mi veniva incontro a ogni passo, quasi aiutandomi nel farmi scoprire la sua orientale sensualità. Morbida e piena mi prendeva dentro di sé ammaliante e materna, amante ed amica. Senza chiedermi nulla mi dava tutta sé stessa, in attimi che avevano lo stesso sapore di vite intere.
Via da tutto però, per trovare un tutto diverso? Finalmente con me, farmi entrare di nuovo altri pensieri? Ancora.. parole?
Ritornare pian piano e forse più in fretta alle stesse speranze, illusioni, progetti? Ritrovare il senso di vuoto di un qualcosa che appare riempie e scompare.. senza motivo?
Sedotto e chiamato ero legato all'albero della nave che mi avrebbe portato nella prossima città, in colpa forse per sentirmi sireno io stesso. Come lo scrittore che a Trieste fu professore d'Inglese me ne sarei tornato a Dublino, per poi andare, ancora, dove, chissà. Sorrisi sereno, consapevole di dovermene andare.
Una splendida passione d'amore vissuta in un arco di tempo dalla durata conosciuta in partenza. Niente dolore o rimpianto, ma sensazioni di vita che nutrono il cuore. Nessuna scusa, nessun perché, nessun forse. Forza di sogno perché di sogno se ne ha la lunghezza, e l'intensità. Travolti da un altro essere, completamente, ma tanto di fretta da riemergerne come da una burrasca; uguali fuori, certo, ma diversi, un pochino, dentro.
Il sole girava iniziando a scendere. Scartai un panino perché la fame, dopo ore in cammino, si sente. Dopo un paio d'ore di nuovo sul treno, non più cavallo a vapore, ma ugualmente errante tra popoli paesi ed anni diversi. Ora a tratti il sudore ghiacciava, per quella brezza che poteva essere ben più forte.
Addio Trieste, dolce amica.
Sbocconcellando raggiunsi la grande piazza, maestosa e sfuggente era incorniciata su tre lati da ricamati palazzi, ma il quarto finiva diretto nell'acqua. Non a caso avevo tenuto per ultimo l'incontro con un vecchio amico di viaggi: il mare. Raggiunsi una scala che spariva tra le onde e sedetti.
Pensai ai prossimi momenti di viaggio, a nuovi compagni di vagone e di notte, curiosi e pieni di storie, gesti e sussulti. Avrei cercato nuovi ostelli e posti dove piantare la tenda, o anche, soltanto, entrare nel mio saccoapelo. E il ritorno, solo una tappa ora però. Il peso dei bagagli cominciava a farsi sentire.
Poi alzai lo sguardo senza pensare e mi travolse, come una bomba sotto, come il cuore che batte per un bacio rubato che si vorrebbe durasse per sempre. Il mare, stupendo e sereno, dolce di fronte a me. M'invasero il suo calore, la sua forza e la sua vita, calmo e potente mi disse cose bellissime. Tutti gl'anni dell'uomo non erano che una piccola goccia per lui.. e lui era lì solo per me. Ritrovai in un solo istante il tempo perduto. Mi disse che mi voleva bene. E mentre le lacrime mi scorrevano salate come lui sentivo alle spalle l'abbraccio, le carezze e il sorriso della città che stavo per lasciare. Volevo gridare quelle emozioni, per esser sentito, non avendo nessuno a fianco da abbracciare per viverle insieme.
Avrei condiviso quelle sensazioni troppo grandi per me, sarei tornato, in viaggio.. da me. Le avrei date a lei, a tutti, a chiunque mi fosse capitato vicino. Una gioia troppo grande che racchiusa diventa dolore.
Avrei parlato di nuovo, sarei tornato, davvero.. da me.
Ciao Trieste, splendida mora arcana e silente, see you through the clouds.


Luisi Enrico
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