Valentini Gabriella

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Il primo viaggio
Il primo vero viaggio in treno da sola lo ricordo alla perfezione, come tutte quelle prime volte che finiscono negli annali di storia personale alla voce "riti di passaggio, cerimonie di iniziazione". Messa così non fa poi quest'effetto, considerando che, a diciotto anni suonati, ero maggiorenne persino secondo la legge e matura persino secondo i professori del liceo. Ma da pendolare debuttante, una indefinibile paura si impadronì di me in quella debuttante mattina di mezzo settembre e sposò per sempre l'odore del freddo spinoso della notte ancora immobile, ben decisa ad occupare fino all'ultimo tutta l'aria e tutto il cielo a disposizione. Da allora l'odore delle mattine buie è per me l'odore delle partenze e di quella mi ricordo ogni volta che parto di notte, laddove l'ironia vuole che, non importa se si sia diretti alla solita Roma per una visita medica o in vacanza a New York, il punto di partenza rimane sempre quello, quella stessa triste stazioncina di provincia. Ma soprattutto l'odore delle mattine buie è per me l'odore della paura, o meglio, di quel benefico timore sull'orlo di un momento decisivo, il "dove qui si parrà la tua nobilitate", o, se preferite Belushi, il "quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare". E, davvero mi sentii come al primo giorno di scuola quella mattina, in piedi e coperta di tutto punto sulla banchina della stazione, lì a sentire mio padre che mi spiegava perché loro non potevano venire e tutte le formalità da sbrigare per cambiare a Roma, sgranando raccomandazioni e fornendomi di contante, anche per provvedere all'eventuale iscrizione all'università. Questo infatti era il movente: accertarmi se per un caso remoto fossi riuscita a superare il test d'ingresso e magari iscriversi, giacché il termine ultimo era quasi scaduto. E quella mattina, potete immaginare: non so se a prevalere fosse l'incazzatura per la sola solenne che ci aveva ridotto all'ultimo minuto, o la quasi paura del primo viaggio da sola, quella ancestrale che -secondo Camus- accompagna più o meno tutti i viaggi e li rende interessanti, e insieme la paura di doversi sgroppare tutti quei chilometri col sonno e la noia giusto per vedersi sbattere la porta dell'università direttamente sul naso, senza intermediari ad addolcire la delusione. Ricordo a perfezione quando provai per la prima volta l'ebbrezza della novità tecnologica: viaggiare sul Pendolino con la terribile meraviglia dei primi pionieri dell'Ottocento, quando il Pendolino era una novità e ancora si confortavano i primi temerari con un "segno di benvenuto"; la necessità di arrivare presto giustificava tutto quel lusso e io, tra uno sbadiglio e l'altro, mi sorprendevo a trastullarmi con le tendine elettriche...Lo ricordo a perfezione quel giorno perché insisto a volerlo citare come uno dei giorni più felici della mia vita, malgrado un impietoso sguardo retrospettivo basterebbe a smentire, così come succede per molti anniversari di matrimonio e per i ricordi di gioventù. Quel giorno, quando, senza volerlo, iniziai a setacciare dal fondo uno per uno le migliaia di nomi in gara per quella maledetta manciata di posti, poco a poco come in una mano fatale di poker, e finalmente riconobbi il mio, arroccato tra le ultime posizioni valide…fui felice: lo confesso non senza pudore e nonostante da quel giorno si potrebbe dire che iniziarono i guai…ma allora tutta la paura e l'angoscia del futuro sembrarono disciogliersi all'istante, tanto che volli chiedere conferma a dei perfetti sconosciuti e li avrei voluti abbracciare e con loro avrei voluto mettermi a ballare lì nel cortile della segreteria, immaginando al loro posto i miei genitori. Corsi a iscrivermi con i soldi che mio padre aveva insistito a dare a me, scettica, nella mattina buia che ora sembrava lontanissima, già vecchia di secoli, quasi che l'ebbrezza mi avesse già soffiato nel futuro…al telefono lui esultò con me e così mia madre, già commossa per quel distacco che ora le si presentava davanti inevitabile. Fui felice e, senza che l'amarezza degli anni me ne faccia vergognare, per questo tuttora davanti a quella cabina telefonica mi viene da sorridere. Così di quella mattina riassaporo il sonno invincibile e le luci bianche delle fabbriche lungo i binari urlate nella notte, mentre uno degli ultimi espressi sopravvissuti all'"epocale" risanamento ferroviario, partito da chissà quale paese in fondo alla penisola, si allontanava lentamente, dondolandosi e quasi lamentandosi per i troppi chilometri (udibili ad ogni scambio nello scricchiolio delle vecchie giunture acciaccate) e portava un carico di altri derelitti dalla barba incolta -io, giovane mozzo inesperto, per il primo viaggio avevo avuto la ventura di capitare in mezzo a quegli scaltriti pendolari di lungo corso- come fantasmi inquieti lungo i corridoi spruzzati da volgari bagliori giallastri: ci portava verso la capitale, verso la metropoli, incontro al giorno come un'aggiornata zattera della Medusa. Ecco un autentico viaggio al termine della notte. Oh, l'ironia: se in questi anni c'è stato un momento in cui ho sentito di essere giunta al taglio del cordone e al decisivo distacco, al guado definitivo dell'adolescenza, ebbene accadde nel modo più simbolico, più cinematografico e strappalacrime…di quel giorno ora ricordo soprattutto mio padre, solo, sulla banchina, col braccio levato…

Valentini Gabriella
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