Zanotti Alice

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Kiko, cosa significa viaggiare?

Il piccolo Kiko viveva sull'isola degli interrogativi. In quel lontano paese ogni abitante aveva il compito di trovare la risposta a una delle infinite domande della mente umana. Quando un neonato veniva presentato alla tribù con una solenne cerimonia, il vecchio saggio assegnava al piccolo l'interrogativo a cui avrebbe dovuto provare a rispondere. Da quel momento, lo scopo della sua vita diventava quella ricerca e nulla gli avrebbe impedito di avvicinarsi il più possibile alla verità. Ovviamente, nessuno riusciva a portare definitivamente a termine il suo compito, ma il suo lavoro sarebbe stato il punto di partenza per l'indagine di qualcun altro e così via, in una spirale che univa tutti i membri della tribù passati, presenti e futuri e mostrava come la verità assoluta non esista, o meglio, sia un'insieme di piccole verità che si rincorrono, si accrescono, si confermano, si smentiscono, si evolvono.
La domanda affidata al piccolo Kiko era cosa significa viaggiare. Fin dal giorno in cui imparò a parlare, iniziò a chiedere alle persone che incontrava cosa fosse per loro un viaggio. Al principio ebbe delle risposte molto semplici, perché gli adulti, sottovalutando i bambini, confondono spesso la chiarezza con la banalità; poi, via via che cresceva, passò dall'ovvietà all'analisi e dall'analisi alla filosofia.
Kiko portava sempre con sé un quadernetto in cui annotava ogni informazione, catalogandola diligentemente con data e nome dell'interpellato. Così vi si potevano leggere il parere del papà: Viaggiare vuol dire andare da un posto a un altro posto diverso dal primo, della mamma: Viaggiare è quando ti allontani tanto distante e tanto a lungo da poter sentire nostalgia di casa, del maestro: Viaggiare è uno dei modi migliori per imparare; per viaggiare, però, non è necessario spostarsi: è sufficiente aprire l'Atlante o il libro di storia e studiare i nomi dei fiumi, delle capitali o le vicende di Cristoforo Colombo e la scoperta dell'America.
A tre anni Kiko credeva di viaggiare ogni volta che camminava per più di dieci minuti; a sei aveva capito che accompagnare la mamma al mercato non era un vero viaggio, mentre lo era andare in vacanza o a trovare la zia che abitava in un altro villaggio. A dodici anni fece un salto di qualità: sapeva che non era necessario muoversi fisicamente per viaggiare, era sufficiente la mente. In fondo, per fare un bel viaggio basta un po' di immaginazione: chiudi gli occhi ed eccoti disteso sulle spiagge più bianche che esistano a prendere il sole; un secondo dopo stai scalando l'Himalaya, mentre ieri esploravi le piramidi. I libri, i dipinti e la televisione erano degli ottimi alleati per qualunque tipo di viaggio; offrivano degli ottimi spunti ed erano il mezzo di trasporto più veloce per passare da un posto a un altro, da un'epoca a un'altra, da una vita a un'altra.
Più Kiko cresceva, più si rendeva conto di come per lui ogni scoperta, ogni nozione fosse uno spunto per la sua ricerca: vedeva il viaggio come essenza di ogni cosa. Quando studiò la teoria dell'evoluzione, la vide come un viaggio dalla scimmia all'uomo, un percorso con delle tappe; quando leggendo un libro di astronomia capì le dinamiche dell'Universo, non si meravigliò che anche i pianeti, girando attorno al sole secondo le loro orbite, viaggino come gli esseri viventi; si compiacque della perfezione della natura quando apprese che l'inizio della vita di ogni creatura dipende da un viaggio: le spore che volano nel vento, il polline trasportato dalle api, la fecondazione, il parto stesso; persino Dio, per ricostruire il mondo dopo il Diluvio Universale, aveva salvato Noè e gli animale grazie a un viaggio sull'Arca e sempre con un viaggio Mosè aveva condotto gli Ebrei nella Terra Promessa.
Quando Kiko fu considerato adulto abbastanza per accedere alla conoscenza nota solo ai saggi della tribù, aiutato anche dalla meditazione e dalla filosofia, si avventurò nel più affascinante dei viaggi possibili: quello in se stessi. Capire cosa si trovi in fondo al proprio cuore equivale a percorrere un labirinto ingannevole che, non senza regressioni e errori di direzione, ci porta a conoscere cosa orienti ogni nostra decisione, ogni pensiero, le nostre debolezze, meschinità, i nostri principi guida responsabili di tutte quelle azioni che definiamo istintive. La vita è un viaggio: crescere equivale a spostarsi, conquistare le tappe di un percorso, conoscere mille mondi diversi. Quando si incontrano quelle persone il cui ricordo non ci abbandonerà mai per l'importanza eccezionale che vi attribuiamo, è come se il nostro viaggio ne incrociasse un altro: due strade che si intersecano complicano il percorso, lo arricchiscono, ci aprono nuove alternative e alla nostra vita vengono svelate prospettive inaspettate. Kiko comprese allora che esistono due tipi di viaggio, ugualmente importanti e necessari: quello solitario e quello in compagnia. Viaggiare da soli è indispensabile per analizzare se stessi, capire quali siano le nostre inclinazioni, le nostre aspirazioni, i segreti del nostro cuore, i pensieri della nostra mente. Quando l'uomo cammina da solo, il mondo gli sembra lì per essere visto e compreso da lui e se si volta, dietro di sé vede solo le sue orme e ciò lo riempie di orgoglio e di forza. Ma anche condividere il proprio viaggio, o tratti di esso con qualcuno è un'esperienza che può portare enormi ricchezze. Il mondo non è un deserto e l'uomo non è stato creato per essere solo; quando qualcuno capita sulla nostra strada, assistiamo a un'esplosione di emozioni: amore, odio, paura, desiderio, incertezza. Emergono aspetti di noi, del nostro carattere che ci erano sempre rimasti celati in attesa dello stimolo giusto che li risvegliasse. Un amico o un nemico possono dar luce alle nostre potenzialità o favorire dei cambiamenti di direzione nella nostra rotta.
Kiko, grazie al suo viaggio personale, aveva appreso tutte queste verità: la profondità e la tortuosità della via che conduce alla chiave dell'anima, la complessità dei rapporti umani, l'inesauribilità della conoscenza, i segreti della terra, dell'Universo… Aveva anche compreso, però, che il suo cammino era troppo lungo, ma il suo fascino e l'entusiasmo per proseguire risiedevano proprio nell'impossibilità di vederne le fine.
Kiko era ormai vecchio e il suo viaggio stava volgendo a termine, o almeno così pensava il figlio mentre piangeva accanto al letto del padre malato. L'uomo volse lo sguardo verso il ragazzo e gli disse: Non piangere, figliolo. Io sono sereno. Sto per concludere la mia ricerca. Tra poco compirò il più incredibile dei viaggi, quello a cui ci prepara tutta la vita e che, finalmente, ci svelerà ogni verità. Fatti coraggio, figliolo, un giorno anche il tuo viaggio si ricongiungerà con il mio. Così Kiko chiuse gli occhi sorridendo. Il giovane si asciugò le lacrime e trasse dalla tasca del padre il suo quadernetto da donare al bambino che avrebbe dovuto proseguire la ricerca del vecchio e vi lesse: Ricordati sempre, uomo: perché il tuo sia un viaggio e non un vagabondare sterile e ottuso, devi avere nella tua mente una meta, nei tuoi piedi tenacia, nel tuo cuore fiducia, nei tuoi occhi curiosità, sulle tue spalle il passato e nella tua mano la mano di un amico. Il giovane chiuse il quadernetto e anch'egli sorrise.


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