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Posso giocare anch’io?

di Edmondo Berselli

POSSO-GIOCARE-ANCH'IO-.jpgL’unica prova narrativa di Edmondo Berselli. Stracult.

C’è James Bond, 007, che arriva a Campogalliano, freddo umido e nebbia, nella piazza divisa tra il bar della parrocchia, quello dei comunisti e quello dei laici, socialisti, liberali, saragattiani.

Siamo alla metà degli anni Cinquanta, atmosfera guareschiana, ironia e acume berselliano. E nell’aprile del '45, in missione per conto dei servizi, Bond lì c’era già stato.

 

Copertina di Wainer Vaccari 

Visual identity e art direction: Giorgio de Mitri, Patty Di Gioia e Alessio Cancellieri per Sartoria Comunicazione

 

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Autore

Edmondo Berselli, quel gran genio del mio amico, emiliano nel senso di modenese, è nato a Campogalliano il 2 febbraio 1951 e morto a Modena l’11 aprile 2010. Editorialista di Repubblica, direttore della rivista Il Mulino, è stato uno dei più originali, divertenti e capaci interpreti della società italiana.

La raccolta di tutta la sua opera in forma di libro si trova nel volume Quel gran pezzo dell’Italia (nove titoli, dal libro cult Il più mancino dei tiri del 1995 fino al postumo severo testamento di L'economia giusta). Compone uno straordinario ritratto, in diretta, tra politica, cultura e costume, dei nuovi italiani: i post-italiani, in bilico tra una psicologia arcaica e comportamenti post-moderni. 

Berselli descrive un'Italia deideologizzata, demoralizzata, un Paese da talk show confusionario, in cui sentimentalismo e ferocia, le caratteristiche di sempre, vengono proiettati in una dimensione che non è vera e non è falsa, è iperreale. Senza moralismi, perché la fenomenologia è più interessante delle prediche. Un po' come il Roland Barthes delle Mitologie.
Dentro c'è "quel gran pezzo dell'Emilia", la sua terra, fatta di comunisti, miliardari, motori, cucina grassa e rock star, la catastrofe politica della sinistra sinistrata, l'allegria dei capelli lunghi, delle minigonne e delle chitarre prima del '68 e il gran cabaret di Venerati maestri, davvero un libro da ridere su una cultura da piangere. La nostra.