Presentazione


Fin dal convegno di studi organizzato per i 20 anni dal 1989 - Venti anni dopo (1989 – 2009), 3-4 dicembre 2009 - le domande su che cosa fosse cambiato in quei venti anni e che cosa stesse ancora cambiando, si sono intrecciate all’approfondimento di percorsi di ricerca che collocavano il 1989 in una più lunga storia e memoria europea per vederne meglio le radici e le ricadute, la diversità delle situazioni, il modo in cui la Russia e i vari paesi dell’Europa centro-orientale hanno vissuto la parabola socialista e le sue crisi interne, l’impatto prodotto sull’insieme del continente. Lo stesso approccio ha caratterizzato i convegni successivi. Il convegno La Russia dopo l’Urss: politica, società, culture, 12-13 aprile 2012, si è proposto di indicare come l’esperienza storica del ‘900 (dalla Russia all’Urss alla Russia) con i suoi fallimenti e vicoli ciechi ma anche con i suoi effetti di modernizzazione e di creazione di una particolare civilizzazione, condizioni la posizione della Russia nel mondo attuale e costituisca un’eredità con la quale essa deve continuare a fare i conti in termini di culture politiche e istituzionali, di idee di organizzazione economica e di regolazione sociale, di rappresentazioni e percezioni dall’esterno e di progetti per uscire da dilemmi secolari (tra obiettivi di potenza e sogni di abbondanza, tra esaltazione dello sviluppo e paure di arretratezza, tra riconoscimento delle interdipendenze e nostalgie di forme assolute di sovranità). Il convegno su La Russia di Putin e il nazionalismo russo, 9-10 maggio 2013, ha messo a fuoco, sotto il profilo storico, economico, politico, le forme del nazionalismo russo in epoca putiniana, collocandole quindi in una fase della storia russa caratterizzata da processi di stabilizzazione e di consolidamento – dopo il crollo di tutte le istituzioni politiche ed economiche sovietiche ed una vera de-civilizzazione della vita sociale dei russi negli anni ’90 del secolo scorso - e insieme da difficoltà strutturali e problemi tuttora irrisolti sul piano interno e della posizione internazionale del paese.

Per quanto riguarda il versante più specificamente storiografico, la proiezione degli avvenimenti del 1989, a cui era dedicato il primo convegno, su una riconsiderazione di tutta la storia europea, oltre che delle relazioni internazionali, è stata argomentata da Tony Judt in una delle principali pubblicazioni apparse in occasione del primo decennale (Nineteen Eighty-Nine: The End of Which European Era?, in V. Tismaneanu, The Revolutions of 1989, London – New York, Routledge, 1999, pp. 165-180) e avrebbe ispirato tutta l’ultima attività di questo importante storico. Dopo il secondo decennale, l’accumularsi di nuove fonti e conoscenze e la stessa sedimentazione temporale di cui la storiografia ha bisogno, con la possibilità di situare gli avvenimenti in una più lunga durata e di vederne meglio le radici e le ricadute, sono alla base di una crescente attenzione alla diversità delle situazioni, che rinvia a processi lontani, ma anche al modo in cui i vari paesi dell’Europa centro-orientale hanno vissuto la parabola socialista e le sue crisi interne. Contemporaneamente si è fatta strada la convinzione che una nuova stagione storiografica può essere aperta da una serie di opere che assumono il 1989 come un inizio e che guardano all’epoca del socialismo e della guerra fredda come una serie di eredità (legacies) con cui bisogna fare i conti per capire l’epoca successiva. Si tratta di opere che fanno della congiuntura del 1989 un capitolo importante della “new cold war history”, di cui assumono le principali acquisizioni: la pluralità dei protagonisti e la dimensione davvero globale del confronto, la ricchezza dei riferimenti documentari, l’importanza delle reciproche percezioni e incomprensioni, il peso dei condizionamenti ideologici su ciascuna delle parti. Ma si tratta anche di esempi di una storia volta al dopo – e come tale alternativa al gusto degli anacronismi che produce il revival del mito asburgico in varie ex province dell’impero, i doppi funerali ungheresi o croati, i pellegrinaggi delle sacre reliquie serbe, ecc. -, e che possono trovare un corrispettivo, con un analogo asse sul rapporto passato - presente, in un lavoro di analisi delle società post-“socialiste”, dall’Europa all’ex Urss, per capirne i caratteri e la composizione, le implicazioni di un passato recente o il ritorno di ombre che sembravano remote. L’abbondante letteratura sui nazionalismi nell’Europa centro-orientale è un buon esempio di questo intreccio di tempi e contingenze diverse, che richiede evidentemente anche diversi strumenti di analisi (di storia, antropologia, economia, sociologia, politologia). Nella crescente attenzione per gli sviluppi successivi all’epoca “socialista”, la configurazione dell’Europa post – guerra fredda (e post – allargamento) e i suoi rapporti con la Russia, in quanto erede dell’Urss e in quanto grande potenza energetica e geopolitica, richiedono uno specifico approccio di storia e analisi delle relazioni internazionali.

L’indicazione dei motivi di attualità non è in contraddizione con la consapevolezza che sulle problematiche sopra indicate si riflette una storia lunga dell’Europa o meglio delle diverse Europe, che sono state il frutto di processi profondi di divisioni politiche, sociali, culturali, ma nello stesso tempo di continui scambi e attraversamenti di confini, di andate e ritorni immaginati e reali: l’espressione ricorrente anche nella letteratura di “Europa in movimento” indica ormai un carattere costitutivo della storia del continente e ha un riferimento preciso nei grandi movimenti di popolazione che sono stati provocati dalla sua complessa e spesso tragica storia politica, ma anche da milioni di viaggi intrapresi per cambiare le proprie condizioni di vita, per i quali si è pagato spesso un biglietto troppo caro, ma ai quali si deve – insieme a esiti contraddittori di mutazione e di resistenza – la ricchezza e la varietà della configurazione sociale e culturale dell’Europa. Accostarsi alla Russia attraverso la sua storia e al rapporto Russia – Europe, nelle sue implicazioni presenti e future, mette in questione anche il nostro sguardo sulla storia europea e i tradizionali paradigmi geopolitici e geoculturali (occidente – oriente, centro – periferie) che l’hanno condizionato.

Registrato il: 02 Dicembre 2013

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