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02/03/2015

DI MATTEO/4 – “CITTADINANZA, STIMOLO PER RICERCA DELLA VERITÀ”

Il magistrato è intervenuto in Consiglio dopo il conferimento del riconoscimento

“È un onore, un conforto e uno stimolo vedermi conferita la cittadinanza di Modena, la nostra città medaglia d’oro per la Resistenza. Uno stimolo per andare avanti nella ricerca della verità, perché senza verità non ci può essere giustizia e vera democrazia”.

Così il giudice Antonino Di Matteo ha commentato il conferimento della cittadinanza onoraria di Modena e la consegna delle chiavi della città nella seduta del Consiglio comunale di Modena lunedì 2 marzo.

“Questa iniziativa è la sottolineatura dell’essenza più autentica del ruolo di magistrato – ha aggiunto – che ci serve per ricordare un dato fondamentale: che il nostro non è un ruolo di potere, una professione improntata dalle esigenze di rispetto del tecnicismo giuridico, ma un servizio nei confronti della collettività”.

Il magistrato ha sottolineato che “il coraggio rappresenta l’antidoto più efficace contro l’espansione di quel cancro che è la mentalità mafiosa, quella del favore, della raccomandazione, dell’appartenenza alle lobby come veicolo per fare carriera e raggiungere posizioni di carriera sempre più significative”.

Per Di Matteo “è fondamentale essere consapevoli dell’essenza della mafia: le organizzazioni mafiose non sono solo quelle incarnate da rozzi delinquenti dediti a estorsioni, omicidi o traffico di droga, ma da teste pensanti, nel cui dna c’è la capacità di relazionarsi e convivere pacificamente con il potere ufficiale: politico economico, istituzionale e imprenditoriale. La mancanza di questa consapevolezza – ha proseguito – ha contribuito alla facile espansione della mafia in tutta Italia e anche in territori finora immuni come questo. Perché sono tante le azioni che costituiscono la chiave attraverso la quale le mafie penetrano nelle istituzioni e c’è uno stretto connubio tra i reati tipicamente di mafia e altri, come quelli contro la Pubblica Amministrazione. Quindi – ha aggiunto rivolgendosi a consiglieri, assessori e sindaci presenti – soprattutto voi amministratori locali avete una possibilità di cambiamento enorme: se coltiverete l’approfondimento, la completezza delle informazioni, il fiuto per capire cosa si nasconde dietro a un’attività che viene proposta alla Pubblica Amministrazione, avrete la possibilità di dire no e di isolare i mafiosi ancora prima che si verifichino ipotesi di reato. Con forza, coraggio e passione per la verità e per l’antimafia – ha aggiunto – potrete sbattere la porta in faccia a chi si vuole impadronire del vostro territorio”.

Di Matteo ha poi evidenziato che “il Paese è abituato a uno Stato che reagisce quando c’è il sangue dei morti per strada, un arresto eccellente o uno scandalo. Lo Stato non deve più giocare sulla difensiva, reagendo alla violenza mafiosa – ha affermato – ma deve fare prevenzione per debellare finalmente il cancro mafioso. Perché dimenticare le vittime della mafia solo perché da un po’ non ci sono stragi sarebbe un errore gravissimo e imperdonabile. Fino ad oggi – ha proseguito – la reazione della politica è stata inadeguata e i reati che hanno consentito l’accesso della mafia nella funzione pubblica sono rimasti, in Italia, sostanzialmente impuniti. I detenuti per reato di corruzione sono meno di 30 e questo ci deve indurre a uno sforzo di onestà intellettuale per capire se il fenomeno corruzione non esiste o se non è adeguatamente represso”. Il giudice si è infine espresso criticamente sulla situazione tra Stato e Magistratura: “Finora invece che colpire la corruzione è stata colpita la magistratura, che pur tra mille difficoltà e limiti ha il merito di aver iniziato a scoperchiare il malaffare. Lo Stato – ha concluso – non può avere paura di processare se stesso, non può nascondere la polvere sotto il tappeto, lasciando alla sola magistratura il compito di trovare collusioni tra mafia e funzione pubblica”.

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