Gordiano Lupi

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Lettera a Miami

L'Avana, 4 agosto 2000
Anno del quarantesimo anniversario della decisione di "Patria o Morte"

Caro Pablo,
chissà poi perché mi è venuta improvvisamente voglia di scriverti. Forse perché da tempo non ho un amico vero e la realtà che mi circonda è troppo diversa da quello che avevo sognato. Forse perché non coltivo più la speranza di raggiungerti e mi sono rassegnato a morire di fronte a un vecchio orizzonte. Forse perché mi aiuta a ricordare il passato e posso pensare che non sempre è stato così.
O forse un po' di tutto questo, non un solo motivo, ma un milione di motivi, molti inconfessabili, alcuni strani, altri fatti di dolore e rimpianto. Soprattutto rimorso, quello di non averti seguito. Ricordo ancora quando partisti su quella zattera di fortuna. "Vieni con me - dicevi - cos'hai da perdere?". Molto avevo da perdere, amico mio.
Le cose in cui credevo, innanzi tutto.
Una patria costruita anche con la mia fatica.
Gli anni della Sierra.
Tutto questo non mi sembrava poco e non ti ho seguito.
Allora credevo davvero che qualcosa dovesse cambiare.
Il "periodo speciale" sarebbe durato poco e presto avrei nuovamente arrostito il maiale sulla fiamma nei giorni di Natale. E non ti ho seguito.
Lo confesso, avevo anche un po' di paura.
E non solo degli squali che infestano l'Oceano.
Il capitalismo, che mi hanno insegnato a odiare sin da bambino come il peggiore dei nemici, non era da meno.
Sono rimasto qua. A Toyo, nella mia vecchia casa d'un condominio cadente, screpolato dall'incuria degli anni e dai tornados. Da queste strade di periferia non è mai passato il papa e i turisti non ci capitano che per sbaglio. Allora perché rimetterle a posto?
Per noi cubani va bene così.
E' più che sufficiente avere un tetto sopra la testa.
Il mio posto è il solito. Un paio di stanze buie a piano terra, davanti a un cortile sporco e dissestato, dove corrono bambini e si consumano amori.
E' questa la mia vita, caro Pablo.
Quella di sempre.
Ricordi quando più giovani andavamo a pescare al Malecòn? E poi facevamo il bagno, tuffandoci dagli scogli. In quel tempo L'Avana era nostra. Non l'avevano ancora venduta ai turisti. Non ci toccava di vedere le nostre donne a passeggio con gli stranieri e non era ancora cominciato il via vai delle jineteras fuori dei grandi alberghi.
Adesso non ricordo neppure da quanti anni non mi spingo sul Malecòn. E non solo perché sono vecchio e stanco.
Voglio restare con il ricordo di quello che era e non aprire gli occhi, perché spesso è più dolce continuare a sognare che vivere.
Rammento i pericoli che abbiamo corso e le lotte per le nostre idee. Perché erano nostre quelle idee, vero?
Non le abbiamo sognate?
E le notti passate a ballare, dopo il trionfo della Rivoluzione. La birra e il rum che ci tenevano allegri e quelle giovani donne, che ondeggiavano i fianchi in rapidi movimenti di salsa.
Il rum ha ancora il potere di non farmi pensare e le donne non mi interessano più molto.
Sono vecchio e non ho nessuno accanto.
Maria è morta. Mia figlia è scappata con uno straniero.
Storie comuni da noi, ormai.
Storie che ci fanno restare sempre più soli.
E mi ritrovo a scriverti, anche se so che questa mia non ti arriverà mai, perché leggono tutte le lettere indirizzate a Miami. E le distruggono.
Mi piacerebbe dirti che hai fatto male a fuggire, come sarei felice di poterlo dire anche a mia figlia, che non vedo da anni e riesco a sentire solo per pochi minuti al telefono, di tanto in tanto. Costa molto chiamare L'Avana dalla vecchia Europa e lei lo fa sempre meno.
Ha un bambino e un marito, che dice di amare.
Io so soltanto che non avrò mai la gioia di vederlo quello che è mio nipote e penso sconfortato che avete avuto ragione voi, perché è vero che in questo paese non c'è più futuro e a crescere un bimbo ci vuole troppo coraggio, perché non si sa più cosa insegnare.
Perdiamo i valori, truffiamo, nessuno lavora.
Rubare allo stato è l'unica cosa che tutti facciamo per tirare avanti. E non c'è peggior cosa che non avere fiducia e lasciarsi morire, come io sto facendo.
Adesso ti saluto perché è tardi, amico mio.
E' tardi e si deve spegnere la luce, perché il risparmio energetico ce lo impone. Fidel lo ha detto anche ieri alla televisione. "Siamo rimasti soli, ma non ci faremo sconfiggere dagli imperialisti".
Purtroppo è da tempo che abbiamo mollato.
E il sogno di tutti i cubani è fuggire.
Rimpiango soltanto di averci creduto, amico mio.
Rimpiango soltanto di non averti seguito su quella zattera malferma, alla deriva del nostro futuro.
E nonostante tutto ti saluterò come sempre, come ci hanno insegnato a fare a scuola, non tanto per abitudine, quanto perché vorrei davvero continuare a crederci a quelle meravigliose parole.

"Hasta la victoria, siempre"

Manolo


Gordiano Lupi
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