Pancaldi Gabriele

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Sullo schermo del computer

Sullo schermo del computer, il mio personaggio sta cammi-
nando. Questo è il viaggio più lungo che abbia mai compiuto
con le sue gambe. Questo è il viaggio che ci porterà alla
morte. Durerà solamente pochi minuti, il tempo di un fil-
mato, lo so. Eppure sembra un' eternità anche se confron-
tata ad ogni altra partita.
I suoi occhi mi guidano sul sentiero. Posso sentire la
mente che, rimanendo lucida anche in questo momento, conta
i passi che la separano dalla fine. Mentre la folla urla e
sputa, egli conserva la calma. Acquista concentrazione ad
ogni metro guadagnato ed io mi fondo con il suo desiderio
di salvarsi, lasciando crescere la speranza che possa an-
cora vivere. In lontananza il boia, solo ed enigmatico, sul
patibolo. Ha l'aspetto di una scultura nera, stagliata
contro il cielo plumbeo. Non si può vedere il suo viso da
qui. Non ancora. Forse è meglio così.
Le buche del terreno sono vuote. Le lacrime versate dal ci-
elo per l'ultima vittima si sono ormai prosciugate e pro-
babilmente non vedremo più la pioggia. Non potremo perché
sarà troppo tardi, eppure riusciremo a sentirla. Scorrerà
sulle nostre spalle, sulle nostre schiene, sulle nostre
gambe inginocchiate. Ancora un corvo vola. Ancora uno che
non mostra timore davanti ai nostri occhi. Sarà lui a ca-
varceli quando non ci serviranno più.
Gli scalini si avvicinano. Cinque assi di legno che, pur
rimanendo incastrate ai loro sostegni, urtano il nostro
ventre ed il nostro cuore affaticato. Possiamo sentirne la
superficie scabrosa sfiorare la pelle nuda, così simile al
legno di una bara e altrettanto difficile da accettare.
Il primo è il più doloroso. Sono le gambe che lo vogliono,
non noi. Ci arrendiamo, lasciando che l' orrore più grande
del mondo ci violenti lentamente. Non stiamo salendo gli
scalini del palco. Si tratta della discesa agli inferi,
dove la luce è fatta per mostrare atrocità ad occhi inca-
paci di chiudersi. Egli, ritto sul ciglio del baratro di
legno, è Lucifero. A braccia conserte ci osserva, ben at-
tento a non tradire nessuno dei suoi stati d' animo. Sotto
al cappuccio, un sorriso che appartiene alla Morte. Pren-
dendosi gioco di noi, ci chiama. Sono sue le urla della
folla. Il cielo cupo. L' uccello nero. Le nostre emozioni.
Tutto proviene da lei. Persino la vita ci è stata data in
prestito dalle sue mani rugose. Non rimane più nulla.
Come un usuraio, allunga braccia nere verso due bambole di
carne. Tira la leva di un pannello metallico posta sul
nostro cuore. Lentamente i pensieri cominciano ad uscire,
lasciando un' impalcatura vuota alle proprie spalle.
I piedi nudi risuonano ora sul patibolo, seguiti dagli
stivali dell' esecutore che ci accompagnano dinanzi all'
Acheronte. Ci accorgiamo di non sentire più alcun odore
e alcun sapore. Rimangono solamente i sensi ancora capaci
di farci avvertire il terrore. Nostra signora del dolore
saprà quando sarà arrivato il momento opportuno per detrar-
li.
Si flettono le ossa delle gambe. Le ginocchia poggiano sul
posto privilegiato del condannato. A tre metri, una lastra
sottile e tagliente gioca a provocare le nostre pupille
dilatate. Il collo raggiunge la sede interna dell' anello,
ultima superficie con la quale verrà a contatto. incre-
dibile come un uomo possa desiderare una nuova unione,
anche solo una, quando sa che non potrà mai ottenerla.
Una scheggia. Sarebbe sufficiente il corpo di una scheggia
che si facesse strada nei muscoli e nelle ramificazioni ve-
nose della gola. Infondo però, a cosa serve pensare a
questo ora? Quello che gli studiosi, i filosofi e tutti i
pensatori cercano da sempre di capire è l' ultima sensazio-
ne che una mente provi prima di cessare di esistere. Po-
tremmo parlare per giorni su un tale argomento, ora. A
nessuno viene però un' idea tanto assurda quanto quella di
interrogare un condannato al patibolo. Peccato.
Le dita del boia carezzano per un attimo la catena che
libereranno la lama. Un istante dopo, serrando una mano
leccata dalle cicatrici, tutto avviene. Passa davanti ai
nostri occhi un' intera vita di furti avventurosi e mis-
sioni completate. Inutili salvataggi di partita, destinati
ad evolversi in questo grande incubo di due piccoli uomini,
entrambi mortali. La testa si stacca e tutto finisce. Il
ladro muore ed io con esso. Forse dopo ci sarà qualcosa, ma
dubito che si rivelerà altrettanto estenuante come tutto
questo. Il viaggio più lungo che una creatura possa intra-
prendere è appena terminato, assieme ad una partita durata
un' intera vita.
Game over.

Pancaldi Gabriele
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