19/05/2022

SISMA / 2 – “LA COMUNITÀ AL CENTRO DELLA RICOSTRUZIONE”

In aula gli interventi di Baruffi e Cocchi (Regione), Valensise (Ingv) e della psicoterapeuta Luppi. Nel Modenese concessi contributi per 4,8 miliardi di euro, di cui 3,5 già liquidati

“Il percorso non è ancora concluso, ma se dopo dieci anni il bilancio è positivo è anche perché siamo riusciti a tenere il centro i valori della comunità e a basare la ricostruzione sui principi di partecipazione, democrazia e comunità”. Lo ha affermato Davide Baruffi, sottosegretario alla presidenza della giunta regionale dell’Emilia-Romagna, durante il momento di memoria e riflessione nel decennale delle scosse del 2012 organizzato nella seduta di giovedì 19 maggio del Consiglio comunale di Modena. Oltre a Baruffi è intervenuto in aula Enrico Cocchi, direttore dell’Agenzia regionale per la ricostruzione, mentre da remoto hanno fornito un contributo due esperti, Gianluca Valensise dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e la psicoterapeuta Enrica Luppi.

Dopo aver sottolineato le scelte amministrative compiute dalla Regione, con una struttura commissariale e un’Agenzia dedicata (“assetto costituzionale e democratico, poteri commissariali ma riconosciuti al presidente della Regione e ai sindaci come vice”), Baruffi ha spiegato che la ricostruzione è partita dai beni comuni. Per esempio “dalla scuola come ‘casa’ delle famiglie, riuscendo a far tornare gli alunni in classe già a settembre”, e dal lavoro e dall’impresa “perché senza lavoro non c’era possibilità di ricostruzione e di ripartenza”. In questo modo “è stato dato valore alle cose, collocate intorno a noi, che definiscono l’identità della comunità”. Fondamentale, inoltre, è stato l’arrivo delle risorse “che sono state spese bene: oggi il territorio produce più di prima e ha un Pil più elevato; i cittadini non se ne sono andati e le imprese non hanno delocalizzato”. Tra le questioni ancora in sospeso, Baruffi ha segnalato “la riflessione, condivisa col Governo, sui limiti temporali dello stato di emergenza” e la prospettiva, su cui la Regione sta lavorando, “di un piano di rientro nella normalità che possa accompagnare e assistere le comunità”.

I numeri della ricostruzione sono stati al centro dell’intervento di Enrico Cocchi, direttore dell’Agenzia regionale per la ricostruzione, che ha spiegato come a oggi nella provincia di Modena siano stati concessi contributi per quasi 4,8 miliardi di euro, di cui 3,5 già liquidati, erogati alle persone e alle imprese, “a dimostrazione del fatto che si tratta di cifre davvero importanti”. In particolare, per la ricostruzione abitativa sono stati concessi 2,2 miliardi (1,9 liquidati) per 5.158 interventi già completati; per quella produttiva sono stati concessi 1,3 miliardi (1,1 già liquidati) per 1.642 interventi completati; per quella pubblica sono stati finanziati 665 interventi per 751 milioni di euro; di questi, 255 cantieri sono in corso (353 milioni) e 227 sono conclusi (123 milioni).

“La ricostruzione degli edifici privati, residenziali e di piccole attività economiche, è sostanzialmente completata per le strutture che hanno subito danni lievi – ha affermato Cocchi – mentre siamo a una quota di oltre l’86 per cento per le strutture che hanno subìto pesanti danneggiamenti”. Le complessità principali hanno riguardato le opere pubbliche, “edifici legati alla nostra storia che spesso sono stati costruiti nel tempo con materiali non omogenei e che nell’80% dei casi hanno un vincolo della Soprintendenza”. Quindi, più che di ricostruzione, “si parla di restauro”, ha fatto presente. Fermo restando che la priorità post-sisma “è stata quella garantire da subito tutti i servizi essenziali per la comunità, intervenendo su complessi come le scuole e gli edifici della amministrazioni locali”, la ricostruzione ha fornito anche l’occasione “per investire sui beni pubblici, rifunzionalizzandoli e valorizzandoli per metterli nella condizione migliore rispetto al servizio da offrire”.

Gianluca Valensise, dirigente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), si è concentrato sull’importante di farsi trovare “preparati” al possibile arrivo dei terremoti: “Le scosse del 2012 hanno ricordato agli emiliani come anche la Pianura padana sia un territorio sismico – ha precisato –, un fatto noto ai ricercatori ma sconosciuto a tanti cittadini. L’Italia è soggetta a diverse categorie di fenomeni naturali avversi, ma ogni categoria si fissa nella memoria collettiva in modo proporzionale alla frequenza degli eventi estremi: nella Bassa modenese, ad esempio, è viva la memoria delle alluvioni, mentre è meno forte quella dei terremoti, che per fortuna avvengono con cadenza secolare o plurisecolare”.  Si tratta quindi di una sorta di “amnesia di massa – ha osservato Valensise – che non viene contrastata dalle istituzioni, a partire dalle scuole, neppure nelle aree a maggior pericolosità sismica. Anche se qualcosa ha iniziato a cambiare proprio negli ultimi anni”. E parallelamente, secondo il ricercatore, “la cultura nazionale fatica a porsi obiettivi di prevenzione, soprattutto se a lungo termine, come nel caso dei terremoti”. Il ricercatore, dunque, ha sollecitato maggiore attenzione verso il tema “per non farsi cogliere tragicamente di sorpresa di fronte a fenomeni come quelli di dieci anni fa”.

Enrica Luppi, psicoterapeuta che opera nella Bassa e che ha lavorato molto nell’assistenza alle persone fin dai primi momenti dopo il sisma, ha raccontato di come il terremoto fisico, così imprevedibile e da cui non si può scappare, si trasformi in un terremoto psichico, causando anche “la perdita di previsione del futuro”. I bambini e gli adolescenti, ha detto, hanno mostrato in particolare molti disturbi riconducibili a stress post traumatico, così come è stato molto pesante l’impatto della sofferenza mostrata dalle madri. Allo stesso tempo, sono stati importanti i fattori di protezione espressi dalla comunità, come l’integrazione tra pari per i bambini e le reti sociali di protezione che si sono create subito dopo l’evento. Il decennale, ha concluso Luppi, per molte persone è un’occasione anche dolorosa, che ha richiesto di tornare “nella stanza delle cure”, ma qui sono uscite anche “le tante risorse del nostro territorio: ci sono state tante complessità ma anche un grande lavoro di assistenza e cura reciproca. Oggi, dunque, possiamo celebrare questo anniversario con una popolazione che ha fatto di tutto per attraversare questo cambiamento difficilissimo e diventare la versione migliore di se stessa”.

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