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Le due interrogazioni riguardanti il Drop-in di via Benassi, presentate da Piergiulio Giacobazzi (Forza Italia) e Andrea Mazzi (Modena in ascolto) a cui ha risposto la vicesindaca Francesca Maletti, insieme alle tre mozioni sullo stesso tema presentate da Modena per Modena, Fratelli d’Italia e da Pd, Avs, M5s, Spazio democratico e Modena civica, hanno generato un ampio dibattito aperto da Maria Grazia Modena, la quale ha chiarito di non mettere in discussione “il contenuto educativo e riabilitativo del servizio”, ma di contestarne la collocazione, evidenziando la “disperazione dei cittadini” che vivono nell’area. La consigliera ha sottolineato che la scelta di via Benassi, legata alla concentrazione di persone fragili, non sarebbe sufficiente se non supportata da una reale base “scientifica”. La consigliera ha quindi riportato il clima di disagio nel quartiere Sacca, affermando che molti residenti “non vogliono più il Drop-in” e che vi sarebbe anche timore nel denunciare quanto accade nella zona. Modena ha infine espresso scetticismo rispetto alla proposta di ulteriori momenti di confronto istituzionale, ritenendo che “l’ennesima commissione” rischia di non dare risposte concrete.
Per Fratelli d’Italia, Elisa Rossini ha messo in discussione l’efficacia dei sopralluoghi istituzionali, osservando che durante visite “preannunciate” non si restituisce la reale condizione dei luoghi, sottolineando che per comprendere davvero il fenomeno occorre confrontarsi direttamente con i cittadini ed evitare di “negare il problema”. La consigliera ha quindi ribaltato la prospettiva sulle fragilità, affermando che i “più fragili” sono i residenti dei quartieri che vivono quotidianamente situazioni di disagio e insicurezza, richiamando le risorse pubbliche impiegate, ritenendo che i risultati non siano adeguati, e proponendo di rivedere “bandi e criteri”, con l’introduzione di forme di alternanza nella gestione dei servizi per migliorarne l’efficacia. A sua volta Luca Negrini ha riaffermato il principio che non esistono cittadini di serie A e di serie B, riconoscendo che qualsiasi scelta sulla locazione del servizio comporterebbe scontenti, sostenendo al contempo che l’interesse generale impone decisioni nette. “Alla Sacca c’è un problema evidente e il Drop-in, così com’è, crea criticità e non ha funzionato”, ha detto. Per questo il gruppo ne propone la chiusura, ritenendo il modello fallimentare perché “non contrasta davvero la dipendenza ma la affianca”. Ferdinando Pulitanò ha posto l’accento sulla natura politica della scelta di collocare il Drop-in, contestando l’idea che si tratti di una decisione tecnico-scientifica. Ha ricordato che, pur essendo previsti nei Lea (Livelli essenziali di assistenza), questi servizi non sono obbligatori e non sono presenti in tutte le città, sostenendo quindi che averli “è una scelta politica precisa”. Il consigliere ha addebitato all’amministrazione di averlo collocato vicino a un’area di spaccio e di non aver garantito adeguati controlli esterni, attribuendo responsabilità anche al gestore. Critico verso l’approccio regionale, ha parlato di un modello “fiancheggiatore”, richiamando l’aumento del consumo di crack come segnale di inefficacia.
Giovanni Bertoldi (Lega Modena) ha definito come “vergognosa” la situazione nel quartiere Sacca, parlando di una “violenza indiretta” subita dai residenti e di un degrado crescente legato alla presenza del Drop-in. Pur riconoscendo la legittimità di servizi di questo tipo, ne ha messo in dubbio l’efficacia, sostenendo che più che contrastare la dipendenza finiscano per “gestirla e tollerarla”. Ha criticato i dati forniti dall’amministrazione, ritenuti poco rappresentativi rispetto alla percezione diffusa di insicurezza, e ha parlato di cittadini “che vivono nella paura e spesso non denunciano”. Secondo il consigliere, la collocazione è sbagliata e penalizza un’area già fragile, addebitando alla giunta di proporre una visione “edulcorata” della realtà.
Andrea Mazzi ha distinto il valore del lavoro svolto dal sistema dei servizi, definito “prezioso e meritorio”, dalla necessità di una riflessione critica sul modello del Drop-in, ribadendo che l’obiettivo di un’amministrazione deve essere una città “libera dalle droghe”, sottolineando come le dipendenze distruggano la dignità delle persone. Pur riconoscendo l’importanza dell’aggancio a bassa soglia, il consigliere ha espresso dubbi su una struttura che, a suo avviso, rischia di “sostenere un sistema di marginalità senza superarlo”. Centrale nella sua critica è la collocazione: il Drop-in si troverebbe troppo vicino a luoghi di spaccio e snodi sensibili, contribuendo a generare disagio e microcriminalità. Ne ha quindi proposto uno spostamento, osservando che “le persone trovano il modo di raggiungere i servizi anche se non sono nel luogo più comodo”.
Paolo Ballestrazzi (Pri-Azione Sl) ha spiegato di non aver sottoscritto la mozione di maggioranza, ritenendo che una decisione politica già assunta presupponga valutazioni “oculate” da parte dell’Amministrazione. Ha osservato che rimettere in discussione a posteriori quella scelta rischia di risultare incoerente, soprattutto se coinvolge le stesse forze che l’hanno sostenuta. Ha quindi criticato l’ipotesi di una commissione consiliare sul tema, definendola “una presa in giro”, perché non aggiungerebbe elementi sostanziali a un percorso già compiuto. Ha infine ribadito la contrarietà del proprio gruppo, giudicando poco credibile un ulteriore passaggio di approfondimento nelle forme proposte.
Per il Pd, Alberto Bignardi ha invitato a “fare un passo di verità”, sostenendo che la sicurezza non si costruisce allontanando le fragilità ma quando la comunità sceglie di “non girarsi dall’altra parte”, ribadendo che il Drop-in non è uno strumento improvvisato, ma una funzione sociosanitaria precisa, e che il nodo è semmai “come farlo funzionare meglio”, evitando di sovrapporre il servizio al problema. Il consigliere ha riconosciuto la legittimità delle preoccupazioni dei residenti, sottolineando che chi vive nella zona “chiede sicurezza” e che questo elemento non può essere liquidato. Ha quindi indicato un equilibrio possibile: difendere senza ambiguità il modello di riduzione del danno, rafforzare il presidio del territorio ed evitare “la scorciatoia” di spostare il servizio, che rischierebbe solo di perdere uno strumento di aggancio. A sua volta Anna De Lillo ha richiamato la complessità del tema, invitando a superare letture semplificate e a ricordare che si parla di persone con storie personali e fragilità. De Lillo ha rivendicato il valore del sopralluogo, che ha mostrato una rete articolata di servizi, spiegando che il Drop-in si inserisce in un sistema più ampio e coerente con le linee guida nazionali, chiarendo che si tratta di uno strumento a bassa soglia, fondamentale per “intercettare chi non chiederebbe aiuto” e avviare percorsi di cura progressivi. La consigliera ne ha difeso la collocazione, ritenendola coerente con la funzione del servizio, e ha escluso un effetto attrattivo, sostenendo che “i dati dimostrano il contrario”. Diego Lenzini ha espresso rammarico per un dibattito che, a suo avviso, ha fatto largo uso di “populismo e demagogia”, semplificando una questione complessa, criticando le proposte di spostamento del Drop-in, osservando che “dire di spostarlo senza indicare dove, è troppo facile”, poiché ogni area genererebbe preoccupazioni analoghe. Il capogruppo ha richiamato l’importanza della conoscenza diretta dei servizi, anche alla luce delle visite effettuate, e ha sottolineato il valore di una qualificata rete territoriale. Difendendo la scelta politica della collocazione, ha spiegato che si tratta di un servizio di aggancio per persone fragili, ribadendo che “l’accesso a bassa soglia è oggi considerato la soluzione più efficace” in tal senso.” Giulia Ugolini ha proposto di affrontare il tema in modo più approfondito e meno condizionato dall’emotività del momento, suggerendo una commissione dedicata per analizzare dati e risultati, sottolineando quanto i servizi a bassa soglia siano efficaci nell’intercettare persone che non accedono ai canali tradizionali, contribuendo alla riduzione di accessi impropri al pronto soccorso e della mortalità. Prima di metterne in discussione l’impianto, la consigliera ha invitato a valutare con attenzione gli esiti nel tempo, affermando che “solo dai dati possiamo capire se funziona davvero”, evidenziando infine la crescente complessità delle dipendenze e la necessità di un approccio articolato, ricordando che far emergere una dipendenza rappresenta già “il passaggio più difficile”. Stefano Manicardi ha valorizzato l’esperienza diretta della visita al servizio, riconosciuto il disagio vissuto dai residenti nelle aree vicine alla stazione, ma ha difeso il Drop-in come esito di una scelta politica supportata da competenze tecnico-scientifiche. Pur parlando di margini di miglioramento, il consigliere ha sottolineato il valore delle professionalità coinvolte e la funzione del servizio come primo contatto verso percorsi di uscita dalla dipendenza, collegando infine l’aumento del consumo di crack a fenomeni nazionali di nuova emarginazione sociale. Anche Fabio Poggi ha invitato a un approccio più riflessivo, sottolineando la complessità dei temi trattati e la necessità di mettersi in ascolto, disapprovando il tono del dibattito, definito “demagogico e populista”, contrapponendo la necessità di un’analisi fondata su elementi scientifici. Il consigliere ha quindi ribadito la validità delle scelte compiute dall’amministrazione, aprendo però alla possibilità di migliorarne l’attuazione: “siamo convinti della direzione, ma disponibili a rafforzare gli strumenti”. Dal canto suo, Federica Di Padova ha espresso preoccupazione per un confronto in cui, a suo avviso, si affermano posizioni prive di basi scientifiche, spesso riducendo la dipendenza a una questione di mancanza di volontà individuale, evidenziando la complessità dei percorsi di recupero, segnati da ricadute e difficoltà, invitando a maggiore cautela e consapevolezza. Nel ricordare l’importanza di un approccio “umile e informato”, nel rispetto di chi opera nel settore, a consigliera ha definito “offensivo” parlare di atteggiamenti fiancheggiatori, richiamando l’esistenza di dipendenze meno evidenti del crack, ma altrettanto pericolose, infine ribadendo che “anche noi vogliamo una città libera dalle dipendenze”.
Per Avs, Martino Abrate ha osservato che le interrogazioni danno voce alla percezione di “devianza e marginalità come pericolo”, riconoscendo l’allarme dei cittadini ma invitando a distinguere tra percezione e funzione del servizio. Ha sottolineato che il Drop-in non è una struttura di cura o disintossicazione, bensì uno strumento di “riduzione del danno e del rischio”, con accesso volontario, diffuso anche in altre città, pensato per rispondere ai bisogni primari delle persone più fragili. Ha quindi evidenziato come il centro si inserisca in una rete di interventi sociosanitari, rappresentando “un esempio virtuoso di sinergia tra istituzioni”, e ha ribadito che la collocazione è coerente con la natura di servizio a bassa soglia, che deve trovarsi nei luoghi dove sono presenti le persone a cui si rivolge. Infine, richiamando i dati sugli accessi in calo, ha escluso un effetto attrattivo, ritenendo utile “continuare ad approfondire il tema”, pur considerando già ampiamente chiarito il quadro complessivo.
Giovanni Silingardi (M5s) ha evidenziato le contraddizioni emerse nel fronte del centrodestra: “non si capisce quale sia la posizione” tra chi propone lo spostamento, chi la chiusura e chi invoca la revisione dei bandi. Assumendo un approccio pragmatico, definito “laico”, sulla collocazione del servizio, riconoscendo che le motivazioni tecniche illustrate giustificano l’attuale sede e pur lasciando aperta la possibilità di valutarne altre, il consigliere si è detto contrario alla chiusura, invitando a rafforzare il dialogo con i cittadini e il presidio su decoro e legalità.
In replica, Piergiulio Giacobazzi ha chiarito che la sua attenzione è rivolta soprattutto a ciò che avviene soprattutto all’esterno della struttura, evidenziando come il punto critico sia la mediazione con il contesto sociale, ritenuta insufficiente. Il consigliere ha inoltre giudicato poco utile il confronto sviluppato attraverso più mozioni, sostenendo che “un dibattito estemporaneo non può risolvere un problema così delicato”. Annunciando l’astensione, ha espresso una soddisfazione solo parziale per le risposte ricevute, indicando come priorità l’avvio di un dialogo strutturato con il quartiere e un’analisi più approfondita della situazione. A sua volta, Andrea Mazzi ha espresso delusione per l’assenza, a suo avviso, di una presa di posizione netta contro le droghe da parte della maggioranza. Pur riconoscendo l’utilità della visita al servizio, ha insistito sul fatto che le criticità principali emergono all’esterno, con un impatto concreto sul territorio che, a suo dire, non può essere ignorato, invitando a dare pieno credito alle segnalazioni dei residenti, denunciando il rischio che l’ascolto resti “privo di conseguenze pratiche”. Il consigliere ha infine messo in guardia contro il rischio di assuefazione: “temo l’indifferenza e l’abitudine a questa situazione”.
Nelle conclusioni, Francesca Maletti ha riconosciuto la complessità del tema e la diversità di approcci, chiarendo che il Drop-in non può risolvere da solo fenomeni legati a illegalità e spaccio, ma rappresenta uno strumento necessario all’interno di un sistema più ampio, previsto anche dai livelli essenziali di assistenza, in grado di offrire sostegno non solo agli assistiti ma anche a chi vortica loro intorno, dai minori coinvolti alle famiglie colpite, cittadini e residenti nel quartiere. La vicesindaca ha spiegato che il servizio nasce per offrire un luogo 'regolato' a persone altrimenti in strada, distinguendolo dal Sert, e ha rivendicato risultati concreti, come la riduzione degli accessi e dei pasti, confermando infine la disponibilità a monitorare e migliorare, invitando a “proseguire il confronto, fuori dalla logica del ‘lontano da casa mia’”.
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Ultimo aggiornamento: 21-04-2026, 11:04