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Il 31 marzo 1946 segna per Modena una svolta politica e civile destinata a ridefinire il volto della città nel dopoguerra: per la prima volta si vota a suffragio universale per eleggere il Consiglio comunale e, per la prima volta, anche le donne possono non solo votare ma essere elette. È l’avvio concreto della democrazia amministrativa dopo la caduta del fascismo e la Liberazione.
La consultazione porta alle urne 62.676 elettori su 71.669 aventi diritto (33.675 uomini e 37.994 donne) e consegna alla città un Consiglio comunale composto da quaranta membri: venti comunisti, otto socialisti, undici democristiani e un liberale. Il 20 aprile 1946, giorno della seduta di insediamento del nuovo Consiglio, viene confermato sindaco Alfeo Corassori, chiamato a guidare una città ancora profondamente segnata dalle ferite materiali e sociali del conflitto: oltre duemila famiglie in condizioni di bisogno, abitazioni danneggiate dai bombardamenti, scarsità di combustibile e salari insufficienti.
Dentro questo scenario di emergenza entra nella storia un dato nuovo: tre donne siedono per la prima volta nel Consiglio comunale modenese. Sono Clelia Manelli, Beatrice Bice Ligabue e Ilva Vaccari. Tre biografie differenti, accomunate dall’esperienza antifascista e dall’impegno pubblico maturato negli anni della guerra e della ricostruzione.
Clelia Manelli, nata nel 1917 a Collecchio e trasferitasi a Modena, arriva all’appuntamento elettorale dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza come staffetta partigiana con il nome di battaglia “Clara”. Durante il conflitto mette a disposizione la propria casa come base operativa e, già nel giugno 1945, viene chiamata nella Giunta popolare nominata dal Cln locale come unica donna, con deleghe alla beneficenza e all’assistenza all’infanzia. Dopo l’elezione del 1946 sarà protagonista delle prime politiche sociali cittadine: colonie marine, riapertura di asili e servizi per madri e bambini.
Beatrice “Bice” Ligabue, nata a Savigliano nel 1895, rappresenta invece una generazione politica precedente, capace di attraversare il Novecento portando nel dopoguerra un patrimonio di impegno civile e attenzione ai diritti. La sua presenza in Consiglio comunale assume un valore simbolico: una figura femminile matura dentro il primo assetto democratico modenese, in un passaggio storico in cui la partecipazione delle donne entra stabilmente nelle istituzioni cittadine.
Ilva Vaccari, modenese, classe 1912, arriva in aula dopo aver operato nella Resistenza come staffetta del Cumer tra Carpi, Mirandola e Finale Emilia. Arrestata durante l’occupazione fascista insieme alla sorella, prosegue nel dopoguerra una intensa attività politica nel Partito socialista e nell’Unione donne italiane, dove risulta la più votata al congresso provinciale del 1945. Eletta consigliera comunale nel 1946, sarà candidata anche all’Assemblea costituente e, negli anni successivi, si distinguerà come studiosa della memoria resistenziale modenese.
Le immagini conservate nelle fonti dell’epoca — dai risultati pubblicati su “Unità democratica” alla propaganda rivolta alle elettrici — raccontano bene il clima di quei giorni: una città che affida al voto non soltanto la scelta di un’amministrazione, ma il compito di ricostruire un ordine democratico dopo la guerra. In quel passaggio, l’ingresso di tre donne nel primo Consiglio comunale non rappresenta un episodio marginale, ma uno dei segnali più evidenti della trasformazione sociale in atto.
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Ultimo aggiornamento: 25-03-2026, 13:03