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La trasformazione in interpellanza dell’interrogazione dedicata alle Case della comunità ha dato seguito a un lungo dibattito aperto dal Pd, con il consigliere Francesco Antonio Fidanza che ha sottolineato come la sanità territoriale debba ancora “trovare il giusto assestamento”, indicando proprio nelle Case della Comunità un’opportunità da rendere concretamente operativa. Ha chiesto un’informazione più chiara ai cittadini e una partecipazione effettiva di associazioni e Terzo settore, perché “la parola comunità nelle nuove strutture non rimanga solo nella dicitura”, indicando nelle Aggregazioni funzionali territoriali un passaggio decisivo per garantire continuità assistenziale e ridurre gli accessi impropri al pronto soccorso, insieme a tecnologie, formazione e analisi dei bisogni. Infine, ha proposto un monitoraggio annuale degli esiti, perché “le strutture da sole non curano nessuno”. Giulia Ugolini ha sottolineato come, a suo parere, la rete sanitaria territoriale sia ancora “un work in progress” evidenziando come l'evoluzione prevista non riguardi solo le strutture, ma soprattutto un nuovo modello di presa in carico territoriale. Ha chiesto che Case della Comunità, Centrali operative territoriali e Punti unici di accesso siano nodi realmente integrati, anche sul piano digitale, rimarcando che “il bisogno di salute, soprattutto quando riguarda persone fragili, croniche e non autosufficienti, non è quasi mai esclusivamente sanitario”. Infine, ha proposto di misurare non solo l’attuazione del modello, ma anche “indicatori di funzionamento e di risultato”, attraverso raccolte di dati su categorie specifiche di popolazione.

Martino Abrate (Avs) è intervenuto per sottolineare la necessità, a suo parere, di “approfondire in commissione il tema delle Case della Comunità, anche con una seduta direttamente in loco”, sostenendo la necessità di superare un modello “ospedalocentrico” a favore di una sanità territoriale integrata, capace di garantire presa in carico multidisciplinare, prevenzione e continuità assistenziale: “La presa in carico del paziente non dovrebbe più essere affidata al singolo professionista, ma a un team integrato a geometria variabile”, le sue parole. Il consigliere ha poi evidenziato le criticità ancora presenti: “Non tutte le funzioni sono attive e siamo ancora impreparati sulla telemedicina”. Ha chiesto quindi di rafforzare l’integrazione sociosanitaria, il ruolo dei distretti e il supporto psicologico, soprattutto per le persone fragili e complesse, oltre al ruolo di filtro delle Case di comunità.

Paolo Ballestrazzi (PRI Azione Sl) ha spostato il focus dal modello organizzativo al rapporto tra medico e paziente, interrogandosi se la cultura ospedalocentrica sia davvero un problema culturale o piuttosto il risultato di “scelte politiche e gestionali sbagliate”. Ha sostenuto che, oltre a strutture e tecnologie, sia centrale la capacità di ascolto, esprimendo perplessità sulla proliferazione di strutture e figure professionali destinate a essere sostituite. Infine, ha chiesto di non perdere la centralità della relazione umana, anche nell'uso della telemedicina, manifestando “scarsa fiducia che con sole decisioni tecniche o politiche calate dall’alto si ricostruisca il rapporto tra malato e medico”.

Andrea Mazzi (Modena in ascolto) ha sottolineato la necessità di accompagnare soprattutto la popolazione anziana nella trasformazione del sistema sanitario, evitando disorientamento e percorsi troppo complessi. Ha chiesto una comunicazione “chiara”, anche attraverso schemi semplici che aiutino a capire dove andare e a chi rivolgersi. Ha ribadito che “le persone devono essere messe al centro” e che il medico debba restare il più possibile vicino fisicamente ai cittadini, richiamando l’esigenza di una sanità “più umana”, capace di limitare spostamenti e burocratizzazione.

Giovanni Bertoldi (Lega Modena) ha giudicato la risposta dell’assessora “ineccepibile dal punto di vista formale” ma, a suo parere, senza sufficienti approfondimenti su criticità e possibili miglioramenti. Ha chiesto di rafforzare il coinvolgimento del Consiglio attraverso una commissione dedicata alla sanità, sostenendo che “un maggiore confronto avrebbe potuto evitare errori che sono stati fatti in passato”. Bertoldi ha poi indicato come priorità l’integrazione tra ospedali, rete territoriale e assistenza domiciliare, insieme a un numero adeguato di medici e specialisti. Infine, ha sottolineato la necessità di programmare gli interventi considerando “i cambiamenti demografici, sociali e le nuove esigenze sanitarie”.

L’interrogante Maria Grazia Modena (Modena per Modena), dichiaratasi soddisfatta della risposta ricevuta, ha chiesto di riportare l’attenzione sul piano concreto della riorganizzazione sanitaria e ha sottolineato il valore delle Case della Comunità già operative a Modena, spiegando che il territorio deve diventare un filtro efficace per ridurre il ricorso improprio agli ospedali, anche valorizzando la telemedicina: “Il paziente di una certa età vive a casa sua e può essere monitorato evitando ricoveri non necessari”. Infine, ha indicato nella medicina generale il nodo centrale da sciogliere, auspicando una maggiore integrazione dei medici di base nel Servizio sanitario nazionale. “La medicina territoriale non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di coraggio, responsabilità e governo pubblico”, ha concluso.

In conclusione, la vicesindaca Francesca Maletti ha sottolineato che la Regione Emilia-Romagna ha scelto di mantenere e finanziare sia la sanità ospedaliera sia quella territoriale, evidenziando però che “questi contenitori vanno riempiti di contenuti, di persone, di competenze per rispondere a bisogni demografici e sanitari sempre più complessi”. Ha indicato nella presa in carico integrata tra sociale e sanitario e nel coordinamento tra professionisti la sfida principale, per evitare che “il paziente o i loro familiari vadano da un ufficio all’altro”. Infine, ha proposto una visita alle due Case della Comunità già attive, offrendo la sua disponibilità anche per eventuali commissioni dedicate.

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Ultimo aggiornamento: 23-09-2026, 11:09