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La seduta tematica del Consiglio comunale di giovedì 15 gennaio, incentrata sulle condizioni della Casa circondariale di Sant’Anna, è stata caratterizzata anche da un lungo dibattito consiliare aperto dal Pd, con Fabio Poggi che ha sottolineato come il carcere interroghi la città soprattutto su ciò che accade dopo la detenzione, ricordando che quanto avviene all’interno è responsabilità dello Stato, “ma la recidiva riguarda anche l’intera comunità”. Il consigliere ha posto quindi l’attenzione sulla carenza di percorsi di formazione, lavoro, orientamento e sostegno abitativo per chi esce dal carcere, rimarcando il ruolo centrale del Garante come “ponte” tra istituto penitenziario e città, per superarne l’isolamento. Evidenziando l’importanza di “non rinunciare a nessuna possibilità di inclusione”, Poggi ha ricordato, a quasi un anno dalla sua scomparsa, il consigliere Vittorio Reggiani, richiamandone l’impegno per favorire la giustizia riparativa soprattutto per il recupero dei ragazzi, con il coinvolgimento di Terzo settore e famiglie. Diego Lenzini ha definito la situazione delle carceri italiane come “un’emergenza strutturale”, sostenendo l’importanza di considerarle non un corpo estraneo alla città ma una sua parte integrante, e che la scelta di svolgere il Consiglio comunale a Sant’Anna avrebbe voluto ribadire questa responsabilità istituzionale. Il capogruppo ha quindi indicato nel sovraffollamento e nella mancanza di lavoro e percorsi di reinserimento le cause profonde del disagio e della crisi della salute mentale in carcere, respingendo una visione punitiva e vendicativa della pena. Ha criticato l’idea che l’inasprimento dei reati possa essere una risposta efficace, sostenendo invece la necessità di misure alternative alla detenzione, investimenti sul personale e sul diritto alla salute, e “politiche capaci di ridurre la recidiva attraverso il lavoro”. Lenzini, infine, ha argomentato che “la situazione insostenibile” delle carceri deve interrogare direttamente il Governo, ribadendo che “la giustizia ha senso solo se è in grado di offrire una possibilità di cambiamento e di futuro”. Alberto Bignardi ha puntualizzato che “difendere i diritti delle persone detenute non significa andare contro chi lavora in carcere”. Ha quindi richiamato anche il tema (“spesso rimosso”) della sessualità nei penitenziari, ricordando che “non è un privilegio e che negarla non produce né ordine né sicurezza, ma solo ulteriore conflitto”. La sicurezza, ha detto, si costruisce con responsabilità e con una pena che tenda davvero alla rieducazione, evitando di trasformare il carcere in un “parcheggio umano”. Per il consigliere, quindi, una comunità matura si misura anche da come tratta chi ha sbagliato e chi lavora in condizioni difficili e invisibili: “Migliorare il carcere è “realismo sociale”, non buonismo”. Vincenza Carriero ha espresso contrarietà al diniego di svolgere il Consiglio comunale in carcere, definendolo “uno sgarbo” sia verso il Consiglio sia verso chi vive il Sant’Anna: “Una scelta miope che rischia di rendere incomunicabili il dentro e il fuori”. Ha evidenziato quindi che il reinserimento deve partire dall’interno, con occasioni concrete, “perché la restrizione della libertà non può tradursi in trattamenti contrari all’umanità ma deve tendere al ritorno nella società”. In questo senso ha richiamato il ruolo del Garante come ponte tra carcere e città, favorendo l’apertura delle “porte” verso l’esterno. Carriero, infine, ha evidenziato come accendere i riflettori su Sant’Anna serva a ribadire che il carcere è parte della comunità modenese: “I progetti attivi testimoniano il grande lavoro umano di chi vi opera e possono contribuire a colmare il divario tra dentro e fuori”. Stefano Manicardi ha sottolineato che “un carcere aperto alla città è utile a entrambi”, perché aumenta le possibilità di riscatto e reinserimento delle persone detenute e rafforza anche la sicurezza reale della comunità. Ha ribadito che il Consiglio comunale in carcere non sarebbe stato “una passerella”, ma un modo per riaffermare il legame tra città e istituto penitenziario. Sul mancato svolgimento della seduta a Sant’Anna, in particolare, ha escluso motivi di sicurezza, parlando, invece, di una “scelta politica del Dap e del Governo”. Ha infine richiamato le responsabilità dell’Esecutivo su temi come sovraffollamento ed edilizia carceraria, auspicando che il carcere torni a essere “parte integrante e attiva della città”. Federica Di Padova ha rivendicato il lavoro svolto, da maggioranza e opposizioni, nel portare il tema carceri al centro del dibattito cittadino, chiarendo che alla base deve esserci una visione della pena “dignitosa, che deve mirare alla rieducazione”, e osservando che l’aumento della recidiva “certifica un fallimento del sistema”. Di Padova ha ricordato il gesto simbolico che ha preceduto la seduta, con la presenza della maggioranza davanti al carcere di Sant’Anna per ribadire “un progetto politico con dei valori chiari”, esprimendo però delusione per l’esito della vicenda: “Volevamo portare il Consiglio dentro il carcere, e questo percorso purtroppo si è arrestato”.
Grazia Baracchi (Spazio democratico) ha ribadito che discutere del carcere in Consiglio significa parlare di una realtà che riguarda la comunità e i suoi valori, richiamando i principi costituzionali sulla dignità della persona e sulla funzione rieducativa della pena. Le associazioni del Terzo settore, ha argomentato la consigliera, segnalano difficoltà che non possono essere ignorate, “in particolare la mancanza di continuità nei progetti, l’accesso limitato a istruzione e formazione e un diffuso disagio psicologico”. Per Baracchi, “troppo spesso la pena si riduce a mera custodia”, con tempi lunghi per le misure alternative, mentre anche la Polizia penitenziaria denuncia carenze di organico e condizioni di lavoro gravose. Pur senza responsabilità diretta sulla struttura, il Comune ha una “responsabilità politica” nel sostenere il reinserimento e la tutela dei diritti. Ha infine indicato come passo successivo il rafforzamento dei tavoli istituzionali attivati dall’assessora Camporota, rendendo strutturali le attività dei volontari, affinché siano un vero ponte tra dentro e fuori e concorrano alla rieducazione.
Martino Abrate (Avs) ha parlato di un “clima diffuso di delusione e sofferenza” tra chi vive e lavora in carcere, sottolineando come il diniego allo svolgimento della seduta in istituto sia stato un’occasione mancata e un segnale di distanza delle istituzioni. Ha riconosciuto alcuni miglioramenti, come il rafforzamento parziale degli organici, la collaborazione con figure specialistiche, le attività formative e il ruolo del volontariato, ma ha evidenziato che i posti di lavoro per i detenuti restano insufficienti e che suicidi e autolesionismi testimoniano un forte malessere interno. Per il capogruppo, “il carcere è sì luogo di pena, ma la Costituzione impone che tenda al reinserimento sociale: la recidiva, d’altronde, è più bassa per chi accede a misure alternative”. Secondo Abrate, la risposta basata solo sulla costruzione di nuove carceri non basta: “Servono condizioni migliori e un approccio non solo repressivo, rafforzando il legame tra carcere e territorio”.
Giovanni Silingardi (M5s) ha riconosciuto che il Dap esercita una valutazione amministrativa, ma ha sottolineato che ciò che è mancato è “la motivazione”, ricordando che ogni provvedimento deve essere motivato. Ha rimarcato come il Consiglio comunale abbia un ruolo legittimo nel discutere di carcere, evidenziando che oggi la funzione del carcere non può che essere quella indicata dalla Costituzione: garantire “umanità e dignità” e tendere alla rieducazione, perché “la rieducazione serve ad abbattere la recidiva”. Silingardi ha indicato nelle misure alternative il nodo centrale, sollecitando il Governo a dare seguito agli impegni assunti: senza un rafforzamento di queste misure, ha avvertito, “il sovraffollamento resterà, così come le condizioni degradanti e i rischi per chi lavora nel carcere”. Pur riconoscendo un senso agli interventi di edilizia carceraria, ha espresso scetticismo se non accompagnati da un aumento delle piante organiche, osservando che “ampliare le strutture senza personale adeguato non risolve il problema”.
Maria Grazia Modena (Modena per Modena) ha definito il sovraffollamento del Sant’Anna “una condizione oltre ogni soglia di sopportabilità”, con rischi per detenuti e personale. Ha richiamato quindi il ruolo difficile della Polizia penitenziaria, spesso lasciata sola con organici insufficienti, chiedendo rispetto concreto. Ha considerato i dati sul penitenziario “scoraggianti” in riferimento all’assenza di percorsi formativi e lavorativi, alla base della recidiva, e alla carenza di mediatori culturali per i detenuti stranieri, sottolineando l’importanza dei corsi di italiano. Ha ricordato anche il problema abitativo degli agenti e ribadito che “occuparsi del carcere significa intervenire su sicurezza, sanità, lavoro e coesione sociale”. Da qui l’appello a un ruolo attivo del Comune, anche valutando soluzioni sperimentali come la telemedicina e il supporto psichiatrico a distanza.
Giovanni Bertoldi (Lega Modena) ha sottolineato come il carcere sia una realtà che deve far parte a pieno titolo della città, esprimendo dunque rammarico per il diniego allo svolgimento della seduta a Sant’Anna, che avrebbe avuto un valore simbolico e istituzionale di vicinanza a detenuti e personale. Il consigliere, però, ha anche ricordato come in passato l’amministrazione penitenziaria si fosse espressa negativamente su questi eventi per possibili rischi legati a sicurezza e ordine interno. Bertoldi ha richiamato quindi le gravi criticità strutturali dell’istituto, a partire dal sovraffollamento e dalle condizioni di lavoro della Polizia penitenziaria, sottolineando che “difendere la legalità significa anche difendere chi la fa rispettare”. Ha ricordato la rivolta del 2020 come “sintomo di un sistema sotto pressione” che non può essere archiviato. Ha evidenziato le difficoltà legate alle misure alternative, al tema dei detenuti stranieri irregolari e al rischio di recidiva, chiedendo investimenti seri. Parlando, infine, dell’attenzione del Governo sul tema carceri, si è soffermato sui programmi dell’Esecutivo che prevedono un piano dedicato alla costruzione di nuove strutture carcerarie, finalizzato a ridurre il sovraffollamento.
Per Katia Parisi (Modena Civica) intervenire sul carcere “è un dovere prima civile che politico”, e “Sant’Anna è parte integrante di Modena e che ciò che accade al suo interno incide direttamente sulla convivenza e sulla sicurezza della città”. Anche la consigliera si è soffermata sul tema sovraffollamento come problema concreto che colpisce detenuti e personale, “e che svuota di senso la funzione educativa della pena”. Per Parisi: “Punire senza educare non rende lo Stato più forte”, perché senza percorsi di reinserimento si rischia di restituire alla società persone più fragili e pericolose di prima. Ha quindi giudicato un errore il diniego alla seduta in carcere, che avrebbe avuto un “valore simbolico e politico fortissimo”. Difendere la dignità umana, ha concluso, non significa giustificare i reati o dimenticare le vittime, ma affermare che la sicurezza si costruisce con una pena trasformativa e responsabile.
Pur sostenendo l’utilità di una seduta nel penitenziario, Andrea Mazzi (Modena in ascolto) ha precisato che il diniego “sembra legato a questioni organizzative più che a una volontà di nascondere i problemi, noti da anni”. Per Mazzi, infatti, la consapevolezza sulle criticità del Sant’Anna esiste: “Ora la sfida è trovare soluzioni”. Soffermandosi anche sul disagio psichiatrico in carcere, ha invitato a rafforzare i “segni di speranza” già presenti, dal lavoro delle associazioni ai percorsi riparativi, fino all’impegno della Polizia penitenziaria. Secondo il consigliere, è centrale potenziare il lavoro, soprattutto all’esterno, e le misure alternative alla detenzione, che riducono la recidiva. Sottolineando positivamente l’impegno del Governo per favorire anche strutture residenziali e misure di comunità per i detenuti, ha chiesto che il Comune si faccia parte attiva per sviluppare queste opportunità nel territorio, ricordando una mozione del 2024 che impegnava la Giunta a rendicontare le iniziative intraprese a favore dei detenuti.
Per Fratelli d’Italia, Dario Franco ha espresso “rammarico” chiedendosi se, dopo il dibattito, per detenuti e agenti del Sant’Anna “domani cambierà realmente qualcosa”. Ha definito “inquietanti” i dati emersi e criticato un approccio “fatalista” al sovraffollamento, sostenendo che non ci si possa rassegnare: “Il carcere deve tutelare la società senza calpestare la dignità di chi ha sbagliato, che resta una persona”. Pur riconoscendo che il Consiglio comunale non ha competenze dirette sulla struttura, ha indicato ambiti concreti di intervento locale: casa e lavoro. Sul primo ha richiamato il grave problema abitativo per gli ex detenuti; sul secondo ha citato esperienze positive di inserimento lavorativo, in altre realtà carcerarie, nate dalla collaborazione tra amministrazione penitenziaria, magistratura e terzo settore. Ha quindi invitato il Comune a farsi parte attiva, anche attraverso gli appalti pubblici, prevedendo ad esempio quote di assunzioni riservate a persone provenienti dal carcere. Paolo Barani ha sostenuto che il Consiglio non si è svolto in carcere per “un elemento di sicurezza”. Richiamando i dati emersi in commissione sulla rivolta del 2020, si è chiesto cosa sarebbe potuto accadere se la presenza del Consiglio “avesse scatenato l’imponderabile”, in una struttura che presenta ancora forti criticità, rischiando di “stressare ulteriormente chi vive e lavora nel carcere”. Pur riconoscendo che “garantire ai detenuti un percorso riabilitativo è sacrosanto”, Barani ha posto il tema delle ricadute concrete sulla città, in particolare su casa e lavoro, osservando che sono pochi i detenuti che riescono ad affacciarsi davvero al mondo occupazionale. Ha aggiunto che, vista l’alta percentuale di detenuti extracomunitari, occorre favorire – come previsto dal Governo – la possibilità di scontare la pena nei Paesi di origine. Il consigliere, infine, si è soffermato anche su chi “è in carcere e non dovrebbe starci”, riferendosi a persone innocenti per le quali il carcere diventa una pena ingiusta e irreversibile. Per Elisa Rossini quello del Dap non è un “divieto”, ma una scelta rientrante nelle proprie competenze. Il nodo, secondo la consigliera, è che la seduta è stata comunicata all’esterno prima di avere l’autorizzazione ministeriale, dando vita a una “grancassa politica con cui il Pd ha cercato di mettere una pezza alla figuraccia, attaccando la struttura ministeriale”. Rossini ha quindi ricordato l’adesione del gruppo al percorso che ha portato alla nomina della Garante comunale, soffermandosi poi sulle misure adottate dal Governo. Dal decreto carceri al trasferimento dei detenuti tossicodipendenti in comunità di recupero, fino alla firma di protocolli per percorsi di reinserimento sociale: per la consigliera sono fatti concreti che dimostrano l’impegno concreto dell’Esecutivo: “Noi abbiamo la Garante che deve tenerci aggiornati sull’applicazione di tutto questo e aiutarci a prendere le nostre decisioni. Non abbiamo bisogno di andare in carcere in 32”. Secondo Ferdinando Pulitanò il Consiglio ha “perso un’occasione per affrontare in modo serio e concreto il tema del carcere”, lamentando che si sia speso tempo senza arrivare a proposte realmente operative. Ha ricordato come le carceri siano in sofferenza da anni, parlando di una lunga fase di inattività dei governi precedenti e di “un’inversione di rotta” con l’attuale Esecutivo. Il consigliere ha quindi evocato una tradizione politica che ha portato il centrodestra anche a proporre misure diverse dal carcere, come la detenzione domiciliare per le pene brevi e l’uscita dei tossicodipendenti dal circuito penitenziario. In questo quadro, ha ricordato la “proposta concreta del proprio gruppo”: rafforzare, attraverso le strutture comunali, l’offerta di misure alternative alla detenzione, in particolare tramite lavori di pubblica utilità. Luca Negrini ha parlato di una “operazione verità”, spiegando l’impegno del gruppo a verificare la possibilità di svolgere il Consiglio all’interno dell’istituto, “senza mai, però, pensare di sostituirsi al Dap”. Venuta meno l’autorizzazione, ha spiegato, la maggioranza avrebbe invece usato la vicenda come “un volano per attaccare politicamente”. Negrini ha respinto l’idea che le criticità carcerarie siano imputabili all’attuale Governo, “che ha messo 728 milioni sulla questione carceri”. Ha richiamato anche il tema della sicurezza, citando le aggressioni alla Polizia penitenziaria e la rivolta del 2020 (“che ha causato due milioni di danni che non riavremo mai, mentre però abbiamo cento agenti tuttora indagati”). Sul piano locale ha posto una questione concreta: “Il Comune non ha alcun protocollo e nessun detenuto impegnato direttamente in percorsi controllati dall’Ente”, chiedendo anche perché non si sia dato seguito a proposte concrete del gruppo per offrire opportunità lavorative comunali ai detenuti: “Per il loro bene bisognerebbe votare insieme le proposte operative, senza pregiudizi politici”.
Infine, è intervenuto anche il presidente del Consigli comunale Antonio Carpentieri, puntualizzando che la seduta nasce dall’obbligo regolamentare che prevede la relazione annuale del Garante in aula. Ha ricordato come, già a settembre 2025, la Conferenza dei capigruppo avesse concordato all’unanimità un percorso per chiedere al Dap la possibilità di svolgere una seduta in carcere, richiesta poi formalizzata nei mesi successivi. Per l’istruttoria, ha spiegato, era necessario indicare una data, perché “il Dap ha bisogno della data per rilasciare l’autorizzazione”, aggiungendo che senza convocazione non sarebbe stato possibile attendere preventivamente il via libera. Carpentieri ha sottolineato che la richiesta era nota al Dap da mesi, ricordando come in altri contesti analoghi siano state autorizzate iniziative all’interno degli istituti penitenziari, tra cui anche al Sant’Anna. Ha quindi rivendicato il valore della seduta svolta in Consiglio comunale, definendola “molto concreta”, anche per le proposte avanzate dal Garante, che chiamano in causa direttamente il ruolo degli amministratori locali.
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Ultimo aggiornamento: 16-01-2026, 16:01