Salta al contenuto

Contenuto

Le norme nazionali già consentono l’identificazione e vietano l’occultamento del volto, rendendo inutile un divieto comunale che sarebbe discriminatorio e impugnabile. Il provvedimento andrebbe a colpire donne già vulnerabili, rischiando di isolarle, senza incidere sulle cause culturali. Inoltre il tema supera le competenze comunali e richiederebbe misure nazionali, non divieti locali. Sono queste le principali motivazioni alla base della mancata approvazione, nella seduta di lunedì 24 novembre del Consiglio comunale, della mozione proposta dalla Lega Modena che chiedeva l’inserimento del divieto di velo integrale nel Regolamento di Polizia urbana. La mozione è stata respinta con il voto contrario di Pd, Avs e M5s, e quello a favore di FdI, Lega Modena, FI e Modena in ascolto.

Illustrando la mozione, il consigliere Giovanni Bertoldi ha richiamato i recenti casi di studentesse a cui sarebbe imposto il niqab, ritenendo che il velo integrale ostacoli integrazione e percorso educativo, oltre a ledere la dignità femminile. Sottolineando il vuoto normativo italiano e citando i divieti già in vigore in vari Paesi europei, il consigliere ha chiesto che il Comune sostenga la proposta di legge nazionale sul divieto e aggiorni il Regolamento di Polizia urbana per vietare l’accesso ai luoghi pubblici a volto coperto.

Aprendo il corposo dibattito per il Partito democratico, Luca Barbari ha contestato la mozione ritenendola incostituzionale, sproporzionata e culturalmente regressiva, ricordando che “le autorità possono già chiedere di scoprire il volto” e che non esistono dati che associno il velo integrale a problemi di sicurezza. Un divieto comunale, ha spiegato il consigliere, violerebbe la libertà religiosa, la riserva di legge e introdurrebbe discriminazioni ingiustificate. A sua volta Fabia Giordano ha criticato la mozione perché “fonda tutto sul ‘divieto’ e rischia di generare nuova discriminazione, colpendo donne già vulnerabili, spingendole all’isolamento, negando studio, lavoro e vita sociale. La consigliera ha invitato al contempo a promuovere autonomia e integrazione: corsi di italiano, formazione, mobilità e accesso al lavoro, per rafforzare dignità e libertà reale. Dal canto suo Federica Di Padova ha invitato a utilizzare “parole neutre e laiche”, rimarcando la necessità del rispetto verso l’Islam e la sua pluralità culturale anche rispetto al velo, citando il modello francese per garantire regole comuni basate su laicità e sicurezza. Anche Alberto Bignardi ha rivendicato un approccio laico, distinguendo sicurezza da libertà individuali, stigmatizzando le generalizzazioni sull’Islam e richiamando l’attenzione sull’importanza dell’educazione più che dei divieti. “Non ho paura di come una persona si veste, ma di chi mette in pericolo gli altri”, ha detto in apertura Fabio Poggi, specificando che sarebbe più utile operare per eliminare le cause culturali che portano al velo integrale, piuttosto che imporre divieti formali: “Il cambiamento non nasce da un divieto, ma dalla rimozione delle cause”. Infine Stefano Manicardi ha ricordato che l’articolo 85 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza vieta già l’accesso ai luoghi pubblici con il volto coperto e non lascia discrezionalità.

Per Fratelli d’Italia, Paolo Barani ha definito “sacrosanto” il divieto del velo integrale per dignità e sicurezza, chiedendo una norma chiara che tuteli soprattutto donne e minori da imposizioni culturali oppressive. Ferdinando Pulitanò ha criticato chi considera la mozione violenta verso le donne, definendo burqa e niqab indumenti “barbari, soprattutto quando imposti a chi non può scegliere”. La mozione, ha spiegato il consigliere, vuole allineare Modena ai disegni di legge nazionali che puntano a vietare indumenti che impediscono l’identificazione. A sua volta Luca Negrini ha evidenziato il “cortocircuito culturale” della sinistra e sostenuto che molte donne col burqa sono soggette a imposizioni patriarcali, rimarcando la necessità di far rispettare le leggi italiane: “Non è questione di culture diverse: chi viene qui rispetti le nostre norme”. Anche Elisa Rossini ha criticato la sinistra per quello che ha definito “un cortocircuito ideologico”, ribadendo che “il volto deve essere scoperto: questa è la legge italiana”.

Maria Grazia Modena (Modena per Modena) ha evidenziato la questione scurezza, ritenendo inaccettabile non sapere chi si celi dietro un burqa e sottolineando l’importanza del riconoscimento dell’identità nei controlli. Andrea Mazzi (Modena in ascolto) ha elencato quattro problemi: sicurezza, relazioni sociali, diritti delle donne e rischio di integralismo, sottolineando le pressioni culturali presenti in determinate comunità e definendo il velo integrale come incompatibile con i diritti universali delle donne.

Riconoscendo la complessità del tema, Laura Ferrari (Avs) ha invitato a proteggere i diritti delle donne e non rischiare di comprimerne la libertà religiosa, mentre Paolo Ballestrazzi (Pri-Azione) ha definito la mozione “una provocazione politica” quando invece “serve serietà”. Il tema vero, ha sostenuto il consigliere, è l’immigrazione e la necessità di scelte coraggiose sull’identificazione e sull’integrazione. Anche Giovanni Silingardi (M5s) ha definito la mozione “una provocazione, perché la legge già c’è”, aggiungendo “se il problema è l’applicazione, deve intervenire il Ministero dell’Interno, non il Comune”.

In sede di replica, Bertoldi ha voluto ribadire che la mozione riguardava solo luoghi pubblici sensibili – Comune, anagrafe, scuole – e mirava a “perfezionare una legge già esistente, ma applicata in modo difforme”.

A cura di

Questa pagina è gestita da

L’Ufficio Stampa gestisce i rapporti con i media e cura la comunicazione istituzionale dell'Ente.

Piazza Grande 16

41121 Modena

Ultimo aggiornamento: 26-11-2025, 15:11